Jack London, scrittore per tutti

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Ebbe una vita travagliata, ma non scrisse soltanto «avventure»

«Il richiamo della foresta»
“Buck non leggeva i giornali, e non poteva perciò neppur lontanamente immaginare quel che si tramava, non soltanto contro di lui, ma contro tutti i suoi congeneri”.
Questo, come alcuni ricorderanno, è il famoso inizio de Il richiamo della foresta di Jack London.
Buck, naturalmente, non sa leggere: però ha uno spiccato senso morale, ha il senso della fedeltà e dell’onore. La cosa più interessante della sua psicologia è la sua alta opinione degli uomini. Egli è convinto che essi possiedano “una saggezza superiore alla sua”. Invece di questa “superiore saggezza” scoprirà il tradimento, la viltà e, soprattutto, l’avidità di denaro – qualcosa che in natura non c’è. Per questo, dopo avere conosciuto i mali della società umana, Buck la abbandona e torna alle origini, unendosi a un branco di lupi.
A rileggere questo libro, dopo averlo letto nell’infanzia, non si rimane delusi; anzi, se ne colgono nuovi aspetti. Nel “Richiamo” non si nega la violenza che domina in natura, ma la si preferisce a quella che domina nella società umana giacché questa consegue da una ragione calcolatrice. Tutti motivi, del resto, resi poeticamente e oggi più attuali che mai.
Tuttavia, questa fresca, aspra storia di un cane che ritorna lupo, di un essere domestico che torna selvaggio (come del resto il suo “rovesciamento”, Zanna bianca, la storia di un mezzo-lupo che si lascia addomesticare quando incontra un uomo degno del suo rispetto e del suo amore) non ha giovato a Jack London perché, se da un lato gli ha dato il successo e una fama quasi universale, dall’altro lato ha forgiato un’immagine, sostanzialmente inadeguata e scorretta, dell’autore – l’immagine cioè di uno “scrittore d’avventure”.
Vorrei dimostrare che Jack London è molto di più.

Una vita avventurosa
Jack London (1876-1916) era figlio illegittimo. Dopo la sua nascita, la madre, Flora Wellman, sposò un certo John London, già vedovo e padre di alcuni figli, che diede il suo nome al bambino. Costui era un brav’uomo, ma sfortunato, e la famiglia si trovò spesso in grosse difficoltà economiche.
Jack è ancora un bambino e già lo troviamo sulla strada a vendere giornali, confusamente deciso a non diventare un perdente come il padre adottivo. Ben presto va a lavorare in fabbrica dove conosce, sulla sua pelle, la condizione operaia. Fuggito dalla fabbrica, diviene razziatore di ostriche nella baia di San Francisco, poi vagabondo, poi marinaio, ancora la fabbrica e ancora la strada.

Continua a legge il testo integrale del saggio di Antonio Petrucci su La Libertà del 19 marzo

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