E Renzo capì: la Misericordia non si separa dalla giustizia

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La sera dell’11 marzo si è tenuto l’ultimo degli incontri su «I Promessi Sposi»

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Ci eravamo lasciati con la conversione dell’innominato per opera di Lucia e la sua misericordia. L’ultima serata è ripartita da qui per poi essere condotti nelle vicende di Renzo, l’altro protagonista del romanzo. “Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia!” diceva Lucia all’innominato (capitolo XXI). Chi compie questo atto di misericordia? È forse l’innominato? È forse Lucia? No! È Dio che agisce nel cuore dell’innominato facendogli scattare quella molla utile per fare quel passo verso la conversione. L’uomo può solo aderire o rifiutare questa misericordia. L’innominato, come abbiamo già visto, si converte e, liberando Lucia, compie solo un atto di giustizia.
È proprio partendo da questa parola che si snocciola il tema affrontato nel terzo e ultimo incontro dei venerdì del Vescovo. Centro della riflessione è Renzo, un uomo a cui viene negata la realizzazione di sé, la sua vita futura, la sua felicità. Quando i bravi, per ordine di Don Rodrigo, comunicano la scelta al povero don Abbondio, si mette in atto una vera ingiustizia o una giustizia con l’unico scopo di recare piacere a sé stessi. E tutta la vicenda de “I Promessi Sposi” è un intreccio tra la vera giustizia (propria di Dio) e la giustizia fasulla (propria degli uomini).
Non a caso la giustizia era tra la rosa delle tematiche che affascinarono Manzoni soprattutto nella sua fase giovanile, in quel periodo della rivoluzione francese dove essa era sbandierata orgogliosamente come vessillo di un cambiamento ormai inevitabile della società.

Leggi tutto l’articolo di Andrea su La Libertà del 19 marzo

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