Eco, l’uomo che sapeva troppo

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Addio a un grande intellettuale, inquieto e sempre ironico

In lutto il mondo della cultura – e non solo – per la scomparsa a 84 anni di Umberto Eco. Preferì impegnarsi non nella polemica politica immediata, ma nel costume, in modo da poter parlare anche di grandi sistemi, come quando si trovò a fare i conti con una delle più gravi colpe che secondo lui minacciavano l’essere umano, la stupidità. Ma in molte delle sue opere si sentiva fortemente il grande richiamo della metafisica, della religione intesa come riflessione sul sacro e anche sulle sue derive superstiziose e reazionarie.
Era figlio di un negoziante di ferramenta di Alessandria, con un padre agnostico–socialisteggiante, che vedrà subito con imbarazzo la sua intensa frequentazione nella parrocchia di appartenenza. Dopo la guerra è subito “delegato aspiranti” e poi “juniores”. Già a 16 anni è dirigente diocesano e prende contatto con i vertici dell’Azione Cattolica, Luigi Gedda e Carlo Carretto. Poi si iscrive a Lettere e Filosofia all’Università Torino.
Per alcuni anni la sua vita si intreccia con quella di Carlo Carretto: una grande figura del laicato cattolico, per la sua profonda spiritualità laicale, nato pure lui ad Alessandria nel 1910, laureato in Lettere e Filosofia all’Università di Torino; presidente della Giac di Torino e poi presidente nazionale (1946-1952), propone a Umberto di andare a Roma come dirigente della Giac (Gioventù Italiana di Azione Cattolica ). Infatti scriverà articoli e farà delle gustose vignette, che ancora ricordo, sul giornalino nazionale che veniva mandato per posta a tutti i dirigenti parrocchiali.

Leggi tutto l’articolo di Luigi Bottazzi su La Libertà del 5 marzo

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