L’impeto del Minotauro

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Quant’è bella giovinezza, che si fugge tuttavia! Chi vuol esser lieto, sia: di doman non v’è certezza”. Risuona nell’aula il celebre incipit della Canzona di Bacco e Arianna, a margine di una lezione di storia in cui spunta il nome di Lorenzo de’ Medici. E un po’ è vero, mi dico guardando con commozione questi miei ragazzi. Quanto è bella questa loro giovinezza ridente e sfrontata, grande e grossa fuori almeno quanto è fragile dentro. Quanto è bella questa freschezza, questo loro desiderio aperto all’infinito, e quanto è delicato. Questo io incontro ogni giorno in loro: un’apertura al mondo, alla vita, che è contemporaneamente una ferita, un punto di estrema vulnerabilità. Forza e capacità di slancio, inestricabilmente unite al timore di non farcela, alla paura di compiere scelte sbagliate, di non essere felici. Giovani vite come altrettante possibilità ancora aperte, indeterminate. “Dicci che ne vale la pena”, è la richiesta silenziosa che ogni giorno arriva dai loro occhi, dai loro sorrisi, dalle loro esitazioni e dalle loro provocazioni. Dicci che vale la pena faticare, crescere, invecchiare, imboccare una strada e rinunciare per sempre ad altre mille: dicci che non è solo morire a se stessi, il dover scegliere e prender forma.

La nostra epoca deve fare i conti con i frutti di certa ingenua sensibilità antropologica e pedagogica, che considera l’uomo come costitutivamente “libero”, fin dal suo primo istante nel mondo; “libero” di esprimere se stesso e di plasmarsi come vuole, una prevaricazione il volerlo orientare. Tutti protesi verso la libertà, ci riduciamo così a venerare la spontaneità più reattiva e istintuale: vogliamo essere liberi, e ci sottomettiamo ai nostri impulsi. È questa pantomima della libertà che spesso il nostro mondo sussurra invitante a chi ha ancora tutta la vita davanti: gusta l’attimo, esprimiti, crea te stesso, rifiuta il limite.

Eppure, oscuramente, lo avvertiamo: lasciati a noi stessi assomiglieremmo alla tragica figura del Minotauro, coacervo di possibilità e impulsi, di bestiali contraddittorietà. Così Maria Zambrano: “Non avere maestro è come non avere a chi domandare e, ancora più profondamente, non avere colui davanti al quale domandare a se stessi, il che (significherebbe) restare chiusi all’interno del labirinto primario che in origine è la mente di ogni uomo; restare rinchiuso come il Minotauro, traboccante d’impeto senza via d’uscita. […] In principio ogni vita è imprigionata, irretita nel proprio impeto”. La dittatura della spontaneità rinchiude tanti giovani nel labirinto dei loro istinti e delle loro voglie, sottraendoli alla realtà. Vogliamo liberarli dal limite, preservarli da prove e frustrazioni, e li imprigioniamo in una lacerante finitezza.

minotauro

Non così in tanti secoli di storia dell’umanità, che sbrigativamente liquidiamo come “remoti” e “arcaici”, nei quali rituali iniziatici e cerimonie di passaggio testimoniavano alcune fondamentali consapevolezze. Innanzitutto, la libertà e l’autonomia personale concepite non come originariamente date, ma come esito (verificato e inserito in un preciso ordine simbolico) di una conquista, di un paziente e laborioso lavoro su di sé – come a dire che l’essere umano è colui che costantemente è chiamato a riappropriarsi di ciò che già è. Un percorso accompagnato e sostenuto dagli stessi adulti verificanti, mediatori con la loro vita di un orizzonte di significato prima ancora che di istruzioni e di tecniche. In secondo luogo, la percezione della dimensione profondamente sacrale dell’opera educativa e della crescita.

Pensandoci, è proprio così. Noi, gli adulti, non siamo mai così vicini all’Assoluto e al suo mistero quando accettiamo e riconosciamo quel dono imprevedibile che è la vita di ogni nuovo nato; l’educare non è che la prosecuzione di quell’atto, una continua accoglienza che si traduce nell’introdurre il più giovane nel nostro mondo. I nostri bambini, i nostri giovani non sono mai così vicini all’infinito quando – ed è un paradosso – accettano di de-finirsi, di accogliere un significato, di imparare a distinguere il bene dal male, di prender forma, di attraversare tante “morti simboliche” per poter vivere in pienezza e con gusto. Questa è la liberazione del Minotauro: non la sfrenatezza dei suoi istinti, della sua concretezza, delle sue passioni e del suo impeto, e nemmeno la loro cancellazione; ma il dono di un argine, di una direzione, perché quell’impeto trovi senso e costruisca. L’uomo come passione per l’infinitezza, direbbe Kierkegaard: una passione che passa per l’accettazione della finitezza nostra, e della realtà in cui siamo. Mondo finito nel quale vibra un Mistero infinito, che attira a sé ogni uomo in una dinamica ben descritta da Eliot: “bestiali come sempre, carnali, egoisti come sempre, interessati e ottusi come sempre lo furono prima, eppure sempre in lotta, sempre a riaffermare, sempre a riprendere la loro marcia sulla via illuminata dalla luce. Spesso sostando, perdendo tempo, sviandosi, attardandosi, tornando, eppure mai seguendo un’altra via”.

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