Per malati e afflitti una cura «missionaria»

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Con in mano il sussidio del Centro Missionario “Anche noi missionari di misericordia” questa settimana riflettiamo su un’opera di misericordia corporale e su una spirituale.

5. Visitare gli infermi
“Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: «È vicino a voi il regno di Dio»”. (Lc 10, 8-9)

Visitare l’ammalato, l’infermo, è un grande servizio di ascolto, ma soprattutto chi visita un malato gli narra l’interesse che Dio ha per lui, per la sua sofferenza. Cosa vuol dire oggi visitare un fratello o una sorella malata? L’abbiamo chiesto a Mauro Daolio, diacono e volontario della Casa di Carità di Novellara.

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Novellara, Casa della Carità
“Visitare gli infermi oggi? è una scelta controcorrente. Si tende a tenere nascosta la malattia, la debolezza, la morte. La malattia, specie quella grave, mette sempre in crisi, provoca un moto di ribellione (perché proprio a me?) e un senso di disperazione. Può mettere a dura prova la fede (Dio non mi ama), ma può anche riaccenderla o farci capire che la malattia ci avvicina a Gesù, che cammina al nostro fianco con la croce in spalla. Ci viene chiesto di essere un segno tangibile dell’amore di Dio e di portare una luce di speranza anche dove tutto sembra perduto. La Casa della Carità è un luogo privilegiato che favorisce l’incontro con i ‘tesori preziosi’, le tre mense della Parola, del Pane-Eucarestia e dei Poveri, in cui l’ascolto si fa azione di carità. La Casa della Carità è una famiglia allargata, dove si cerca di fare comunità, con alcune presenze fisse, le suore e gli ospiti, a volte un dipendente, i giovani del servizio civile volontario e gli ausiliari. La vita di casa è accompagnata dalla preghiera del mattino e della sera, la santa Messa e il rosario, scandita dalle necessità degli ospiti. La mia esperienza è cominciata poco dopo l’apertura della Casa della Carità di Novellara, 40 anni fa, e la Casa è stata una palestra di servizio. Proprio perché è una famiglia allargata, la vita di casa si può condividere con tutta la propria famiglia, inclusi i figli piccoli. Già qui, ora, ricevi in cambio del tuo umile servizio il calore dell’accoglienza festosa, il sorriso, il ringraziamento e il ricordo nella preghiera… e ditemi se è poco!”, è la testimonianza di Mauro.

Leggi tutto l’articolo su La Libertà del 20 febbraio

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