Tra la barca e la strada

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L’incontro dell’8 febbraio all’Oratorio di Santa Croce. Un confronto sull’accoglienza delle vittime della tratta

La storia di ognuna di esse parte sempre dalla speranza di una vita migliore, speranza che però viene falsamente assicurata da persone senza scrupoli che spingono verso l’Europa queste ragazze con le loro mani grondanti di sangue, guantate all’inizio di parole dolci e piene di promesse, che finiscono per frantumarsi contro gli sporchi muri di squallide stanze e sull’asfalto delle nostre circonvallazioni. Vengono prevalentemente da poveri villaggi o dalle periferie delle grandi città dell’Africa, la loro colpa è solo quella di essere giovani e belle, mi sembra si sentirli questi sfruttatori, per dirla alla leggera: “Quando sarai arrivata dei miei amici ti troveranno un lavoro, ci sono già un sacco di ragazze come te che abbiamo sistemato, le conoscerai e con loro ti troverai bene. Avrai una stanza tutta tua e guadagnerai dei soldi, laggiù la vita non costa molto e potrai aiutare la tua famiglia spedendole una parte dei guadagni. Non ti costerà tanto, devi pagare per il trasporto. Io sono qui per aiutare la gente come te!”.
Durante il duro viaggio fino al mare il sorriso della ragazza comincia già un po’ a spegnersi, poi la traversata su un barcone, dove, se ti va bene, passi dal boccaporto alla stiva senza spazio né aria, ma il sorriso si spegne del tutto quando arrivi e ti spiegano cosa sei venuta a fare a suon di botte.

Leggi il testo integrale dell’articolo di Giuseppe Maria Codazzi su La Libertà del 20 febbraio

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