Voti, pagelle e… fantacalcio

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Tutti gli appassionati di calcio ogni volta che sentono  parlare di voti e pagelle pensano immediatamente al fantacalcio, in cui, modestamente, ho un discreto curriculum avendo vinto in una sola stagione tre fantacampionati su tre.

Ma per chi ha a che fare come me con ragazzi di terza media, voti e pagelle significano scuola!

Impensabile credere che scuola e calcio possano viaggiare separati. Come dico sempre ai miei ragazzi se uno è bravo a scuola è bravo anche a calcio. Ovviamente non mi riferisco alle doti tecniche dei singoli. Parlo della maturità mentale. Forse un parolone se si parla di quattordicenni alle prese con la crescita fra ormoni impazziti e voglia di ribellione da tutto e tutti. In campo come a scuola serve la testa. È il metodo che fa la differenza: sia nello studio, sia in allenamento è l’organizzazione del lavoro, il tempo dedicato alle singole cose (che siano equazioni di matematica o uno slalom con il pallone) e il come si fanno queste cose che sono importanti. Anche se costano sacrifico. E la pratica sportiva in questo può aiutare tantissimo: quanti sacrifici per conquistare un titolo o per vincere un torneo. Un punto che i ragazzi non riescono a capire è cosa significa fare dei sacrifici. Direi che è normale, siamo di fronte a “piccoli uomini” in divenire, tanto sicuri e forti nelle leggerezze quanto fragili e frastornati nelle difficoltà.

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Il piano su cui vorrei sfidarli è smettere di essere gradassi ed emancipati per poi giustificarsi in tutto e per tutto per le loro mancanze. O peggio che arrivi il genitore di turno a scusare il figlio.  Il dovere di un ragazzo di questa età si chiama scuola, ma al tempo stesso, se gli piace giocare, si chiama anche sport. Credo sia inaccettabile che i professori se la prendano con il calcio se il rendimento scolastico di un alunno è scarso. Il mister non è un demone anti scuola: certo ha il compito e il dovere di far capire ai suoi giocatori quanto sia importante la vita tra i banchi o il rispetto per gli insegnanti. Così come non condivido se un genitore per punire un figlio lo rinchiude in casa togliendogli l’allenamento: comodo usare questo questo alibi se il figlio ha tante insufficienze. Lo sport è invece l’occasione per  far crescere i ragazzi: prendersi la responsabilità di fare le cose al meglio a scuola e in campo, per il semplice motivo che entrambe le cose gli appartengono, sono loro! Giocare a calcio è una loro libera scelta. Vorrei che capissero che fuori e dentro il rettangolo di gioco per vincere o conquistare qualcosa devono “lottare” con impegno, costanza e sacrifico. Nella vita non si regala nulla, tutto va conquistato. Ma una volta raggiungo l’obiettivo con le proprie forze, il gusto di avercela fatta è indescrivibile.

La convocazione alla partita, così come il bel voto in pagella deve diventare un’ambizione, non un dovere, tanto meno un diritto. La regola del nostro spogliatoio è che se si ha una pagella brutta, non si è convocati alle partite. Tra compagni si deve avere fiducia, si deve poter contare uno sull’altro. E come si può fare affidamento su uno pigro e svogliato sia fuori che dentro al campo?

Non mi interessa perdere delle partite perché il più bravo deve stare fuori a causa di tre insufficienze gravi: mi interessa di più che questo ragazzo capisca che questa regola  gli potrà servire un domani per quando sarà un uomo.

Infine penso che sia giunto il momento che famiglie, scuola e mondo dello sport interagiscano di più per il bene e la crescita di questi ragazzi. Il calcio non deve essere lo spauracchio dei professori, tanto meno essere merce di scambio tra genitori e figli: “se vai male a scuola di tolgo il pallone”. Lo sport va inteso come una risorsa, un ingrediente per garantire la crescita personale dell’individuo.

Ah, dimenticavo, per vincere al fantacalcio bisogna comprare centrocampisti col vizio del gol.

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