Punto esclamativo

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Insegnare (a scuola come all’università) è l’occupazione più bella del mondo: al privilegio di educare i più giovani si associa il poter riapprofondire continuamente il già noto. E ogni volta, con stupore, bisogna constatare che anche quel che credevamo non avesse più nulla da dirci continua a parlare in modi inaspettati.

Accade che, per aiutare uno studente alle prese con una tesina, tocchi ritornare per l’ennesima volta su un passo del nietzscheano Così parlò Zarathustra. Siamo nel Prologo dell’opera, in cui Nietzsche descrive il fatale esaurirsi della cultura occidentale, ormai giunta a sfinimento e destinata a morire di stanchezza e disgusto di sé (con la sua religione, la morale, la metafisica ridotte a puro formalismo, e con l’ingenua ed acritica fiducia nella scienza). Questa agonia di un’epoca è rappresentata dal tipo umano che la abita, “l’ultimo uomo”: “«Che cos’è l’amore? E creazione? E anelito? E stella?» – così domanda l’ultimo uomo, e strizza l’occhio. La terra allora sarà diventata piccola e su di essa saltellerà l’ultimo uomo, quegli che tutto rimpicciolisce. […] «Noi abbiamo inventato la felicità» – dicono gli ultimi uomini, e strizzano l’occhio. Essi hanno lasciato le contrade dove la vita era dura: perché ci vuole calore. Si ama anche il vicino e a lui ci si strofina: perché ci vuole calore. […] Un po’ di veleno ogni tanto: ciò rende gradevoli i sogni. E molto veleno alla fine per morire gradevolmente. […] Sì, ci si bisticcia ancora, ma si fa pace al più presto – per non guastarsi lo stomaco. Una vogliuzza per il giorno e una vogliuzza per la notte, salva restando la salute”. Non ho mai potuto percepire come estranei questi passaggi, pervasi di una sensibilità addolorata – persino scandalizzata – nei confronti di un certo modo sciatto e compiaciuto di “rimpicciolire la terra”, di irridere e minimizzare tutto ciò che è buono.

Si è già detto della risposta nietzscheana agli “ultimi uomini”: l’oltre-uomo, che abbandona la menzognera consolazione del significato e rimuove l’ipocrisia del formalismo, ri-creandosi continuamente in base all’impulso del momento. Sempre più spesso mi accade di guardare con costernazione a questi nostri tempi, nei quali queste due figure, l’oltre-uomo e l’ultimo uomo, sembrano essersi ritrovati in uno strano ibrido. La promessa di estendere indefinitamente il nostro raggio d’azione sulle cose va di pari passo con la riduzione delle dimensioni più essenziali della nostra esistenza alla loro meschina pantomima: l’amore e l’affettività appiattiti alla mera dimensione pulsionale, biologica, igienico-sanitaria o, per converso, totalmente volontaristica; la generazione di nuove vite concepita come oggetto di un prometeico desiderio; la nostra stessa esistenza, il nostro mondo, guardati come materiale a disposizione di una volontà di potenza che identifica il “poter fare” con il “creare valore” e chiama questo “felicità”. Un “nulla” strisciante, sottile: non agisce annientando, ma ci svuota dall’interno sottraendo bellezza e significato a ciò che quotidianamente ci impegna, a ciò che noi stessi siamo.

Come rispondere a questa provocazione? Non bastano gli ideali, se non si fanno carne viva; non bastano alte parole e pensieri edificanti, se non assumono la greve pesantezza della materia che – essa pure – costituisce la trama della nostra esistenza.

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Per questo amo Chesterton: gli toccò fare i conti contemporaneamente con la meschinità generalizzata e con il peso fastidioso dei propri limiti, in una spirale depressiva che lo avvicinò allo spiritismo e lo spinse alle soglie del suicidio. Questa drammatica esperienza avrebbe potuto renderlo cinico, disilluso, sprezzante del mondo e degli altri. Da qui iniziò invece la sua rinascita, grazie all’incontro con la figura di Giobbe. Il perché è lo stesso Chesterton a spiegarlo, in un formidabile saggio intitolato appunto Il libro di Giobbe: di fronte alle domande pressanti del suo servo così provato, Dio risponde insistendo sulla “irrazionalità positiva e palese delle cose”, costringendo Giobbe a ripartire da zero, a cambiare sguardo. “Per impressionare l’uomo, Dio per un momento diventa blasfemo; si potrebbe perfino dire che per un istante Dio diventa ateo. Egli svolge davanti agli occhi di Giobbe un vasto panorama di cose create, il cavallo, l’aquila, il corvo, l’asino selvatico, il pavone, lo struzzo, il coccodrillo, e descrive ciascun animale in modo che ciascuno è come un mostro che avanza nel sole. L’insieme è una specie di salmo o di rapsodia del senso della sorpresa. Il creatore di tutte le cose stupisce delle cose che Egli stesso ha create”. Insomma, scrive Chesterton: al punto interrogativo di Giobbe, Dio risponde con un punto esclamativo. “Invece di provare a Giobbe che egli si trova in un mondo passibile di spiegazione, insiste nel dire che il mondo è molto più strano di quanto Giobbe abbia mai pensato”. Un segreto, quello del mondo, che è però luminoso.

Dal turbine anche a noi giunge l’abissale domanda: “Dov’eri tu quando ponevo le fondamenta della terra (…), mentre gioivano in coro le stelle del mattino?”, “Per quale via si va dove abita la luce e dove hanno dimora le tenebre?” (cfr. Giobbe 38, 4-7. 19). Forse è questa l’esperienza che è mancata a Nietzsche, lo sguardo di cui ultimi uomini e oltre-uomini sono privi: l’esperienza vera della realtà, che con tutto il suo limite pur sempre ci sorpassa. La sua precarietà ci impedisce di rintanarci comodamente al suo interno, la sua cocciuta resistenza oppone un argine all’arbitrio delle nostre voglie. Ogni giorno – lì dove siamo e così come siamo, nelle concrete circostanze in cui ci troviamo – ci è offerto un appiglio a cui aggrapparci, un punto fermo da cui ripartire: quel misterioso senso di donazione che brilla silenzioso, appena sotto la superficie delle cose.

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