Oggi un po’ come Canaletto

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Ho letto con piacere la risposta di L.P. alle mie ultime considerazioni sulle commistioni fra fotografia e pittura, soprattutto dove sottolinea la necessità di ‘marchiare’ le fotografie ritoccate in modo significativo, chiedendomi anche se esista un codice professionale che regoli il fotoritocco, fatto con i programmi di post produzione, in modo da darne notizia a chi guarda.

Non voglio addentrarmi sulla differenza che passa fra il ritoccare una fotografia e invece il manipolarla pesantemente fino a farla diventare un falso, anche perché i falsi in fotografia esistevano anche quando il computer non era su tutte le scrivanie dei fotografi, diversi casi fanno oramai parte della storia dell’immagine, mentre il semplice ritocco è andato sempre a braccetto con la fotografia.

Ho letto da qualche parte, alcuni anni fa, che si era tentato di autenticare le foto digitali (solo gli scatti in formato raw) per usi puramente giuridici, ma non sono un esperto in questo campo e perciò vi rimando alle vostre personali ricerche sulla rete, anche se credo che sia difficile mettere in atto un’autenticazione su una cosa che è in fondo è ricavata da una serie di numeri scritti su un supporto digitale (qualche hacker potrebbe sempre trovare il modo di…). La cosa che invece mi interessava porre alla vostra attenzione era ed è un’altra.

Noi usiamo la fotografia, mettiamola giù come volete, come mezzo di espressione delle nostre velleità artistiche, proprio come altri farebbero con la poesia o con la musica, con il disegno o con il teatro ecc. ecc. e quindi in primo luogo non dobbiamo chiederci il come viene fatta una certa cosa, ma cercare di capire il perché. Quello che però non mi va giù assolutamente è il dire, e mi ripeto, che bella fotografia sembra un quadro o che bel quadro sembra una fotografia. Nelle altre espressioni artistiche del genere umano non ne riesco proprio a trovare altre due che possano creare questo equivoco, equivoco che ha sempre diviso i vari critici nel classificare la fotografia come una forma d’arte a sé stante, bollandola semplicemente come un sottoprodotto della pittura.

Che cosa dobbiamo fare allora noi fotografi?

Semplicemente non fare i pittori!

Nella storia dell’arte i pittori hanno usato da tempo immemorabile la ‘Camera oscura’ per ottenere dei disegni da utilizzare nei loro quadri dipinti poi comodamente seduti al calduccio dei loro studi (foto 1 – Franz Joachim Beich, 1666-1748, con in mano un pennello e in basso a destra un apparecchio del tutto simile a una macchina fotografica).

FranzJoachimBeich

Franz Joachim Beich

Sta in questo la sudditanza della fotografia nei riguardi della pittura? Non facciamo questo anche oggi grazie all’aiuto dei programmi di fotoritocco? Canaletto, al secolo Giovanni Antonio Canal (1697-1768) prendeva appunti portandosi appresso la sua Camera Oscura e poi nel comodo del suo studio a Venezia ne ricavava le sue splendide vedute (foto 2 alcuni bozzetti fatto da Canaletto con la Camera Oscura).

Canaletto

Canaletto

Non facciamo anche noi un po’ così: scattiamo il nostro bel file digitale e poi comodamente seduti alla scrivania davanti al nostro monitor, ultima generazione, spennelliamo un po’ qua e un po’ là con Photoshop, per ottenere in fondo un qualcosa che poco ha a che fare con quello che avevamo davanti quando abbiamo scattato la nostra fotografia.

Queste mie considerazioni non vogliono essere assolutamente un giudizio, ma restare solamente tali in quanto ognuno di noi ha il diritto di fare un po’ ciò che vuole. Per quanto mi riguarda sempre più spesso mi ritrovo a caricare la macchina fotografica con la pellicola e vi assicuro che il piacere della camera oscura, quella con le bacinelle e il termometro, resta sempre impagabile.

P.S. Di seguito la risposta al quesito della puntata scorsa anche se molti di voi hanno risposto giusto:

La fotografia è quella con le auto parcheggiate.

Per commentare la rubrica scrivi a giuseppemariacodazzi@laliberta.info

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