Oratori: a che punto siamo?

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Appuntamento sabato 13 febbraio alle 9 al «Don Bosco» di Reggio

Abituati a rimanere abbagliati dai grandi e spaventosi eventi mondiali con cui ogni giorno i mass media ci stordiscono la mente, facciamo fatica ad accorgerci dei germogli di bene che crescono pian piano sotto i nostri occhi. L’Oratorio è proprio uno di questi. Ne abbiamo visto la parabola discendente, quando un modello è andato in crisi – quello dei bravi ragazzi che crescono all’ombra del campanile, sotto lo sguardo vigile e amorevole dei preti giovani – e conserviamo molta nostalgia per quei tempi avventurosi ed eroici.
Oggi i preti giovani non ci sono più, o meglio sono pochi, e quei pochi di oratori ne hanno almeno tre o quattro. Fanno i rally tra l’uno e l’altro, costretti a inventarsi dei generici saluti per ragazzi di cui non riescono a ricordare il nome. Spesso poi a tirare la carretta ci sono dei preti che giovani lo sono stati, ma troppo tempo fa, e devono lottare con le energie limitate e l’agenda troppo piena.
Anche i ragazzi sono cambiati e ricordare i loro nomi è più difficile, perché Marco e Giulia hanno lasciato il posto ad Ahmed e Aicha. Soprattutto nei pomeriggi feriali i figli (pochi) delle nostre famiglie benestanti vanno a farsi educare da agenzie molto più professionali e specializzate (e costose), con la promessa implicita non solo di giocare a calcio o imparare la musica, ma di diventare un grande giocatore e un famoso musicista.

Leggi tutto l’articolo di Giordano Goccini su La Libertà del 30 gennaio

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