L’insostenibile consistenza dell’Essere

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Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti, ma quasi tutti sono fatica, dolore; passano presto e noi ci dileguiamo”. Questo versetto del Salmo 89 mi affiora improvviso alla mente durante una lezione dedicata a Nietzsche e al suo annuncio dell’eterno ritorno. Una “sapienza del cuore”, il poter “contare i nostri giorni”, così apparentemente diversa dal messaggio nietzscheano con la sua strana promessa di eternità: non morire, non dissolverci, eternamente ritornare, purché siamo disposti ad accettare l’impegnativa compagnia della totale mancanza di senso. Non a caso, egli afferma, solo a pochi è dato di sopportare questa consapevolezza: occorre essere “oltre-uomini” e abbandonare ogni umana categoria di comprensione per poter cavalcare la più radicale insensatezza senza impazzire. Disperante per chi resti ancorato all’idea di un “senso” delle cose, la prospettiva del loro eterno ripetersi costituirebbe l’unica possibilità di sottrarsi all’insignificanza della vita individuale: perché non ha valore ciò che è destinato a perire.

Milan Kundera ripercorre questa via del pensiero nietzscheano nell’incipit de L’insostenibile leggerezza dell’essere: “Il mito dell’eterno ritorno afferma, per negazione, che la vita che scompare una volta per sempre, la vita che non ritorna, è simile a un’ombra, è priva di peso, è morta già in precedenza, e che, sia stata essa terribile, bella o splendida, quel terrore, quello splendore, quella bellezza non significano nulla. Non occorre tenerne conto”. Eppure, prosegue Kundera, non è questo “il peso più grande” (così lo definiva Nietzsche nella Gaia scienza). Ben più inquietante è non sottrarsi alla constatazione dell’inconsistenza di ogni esistere individuale. La fugacità delle cose è l’unica loro attenuante: così effimere come sono non ha senso giudicarle e condannarle; al tempo stesso, tuttavia, tale fugace “leggerezza” costituisce un fardello più soverchiante della ripetizione. È l’unicità della nostra esistenza la vera condanna, il vero pensiero abissale: ognuno di noi, proprio perché unico ed irripetibile, vive senza aver ricevuto alcuna possibilità di prepararsi. Come “un attore che entra in scena senza aver mai provato” viviamo una sorta di “brutta copia” fine a sé, che non si esprimerà mai in alcun prodotto compiuto. In realtà non la si può nemmeno paragonare a uno “schizzo di prova”, questa nostra vita, perché “uno schizzo è sempre un abbozzo di qualcosa, la preparazione di un quadro, mentre lo schizzo che è la nostra vita è uno schizzo di nulla, un abbozzo senza quadro. […] Quello che avviene soltanto una volta è come se non fosse mai avvenuto. Se l’uomo può vivere solo una vita, è come se non vivesse affatto”. È un pensiero non meno insopportabile, non meno insostenibile, quello della nostra impalpabilità: passiamo rapidi sulla scena del mondo, finché di noi non resta più nulla.

Insomma, sbotta uno studente, allora – che abbia ragione Nietzsche o Kundera – stanno dicendo che io non conto nulla nell’universo: vogliono esorcizzare la tristezza ma alla fine si arriva sempre lì!

san tommaso d'aquino

Questo è il punto, il nostro più riposto timore: ma io, valgo qualcosa? Cosa cambia se ci sono o no? E cosa me ne faccio della mia bella ragione, se deve ammettere che tutto è inutile – persino se stessa? In questa prospettiva anche il “saper contare i nostri giorni” appare un angosciante conto alla rovescia, vagamente moralistico. Possibile che sia tutto qui? E perché dovremmo contarlo e bene usarlo, questo tempo avaro che ci è stato assegnato – non per nostra scelta, non per nostra volontà?

Il 28 gennaio ricorre la memoria liturgica di San Tommaso d’Aquino. Anche la sua epoca conobbe l’acre pessimismo di certi platonismi, di un manicheismo pervaso dal disprezzo di tutto ciò che è particolare e mutevole. Se tutto cambia, dicevano costoro, niente resta uguale a se stesso e dunque non esiste nulla in sé, nulla di stabile, nulla di dato. Esiste solo il mutamento, cioè il continuo annientarsi di qualcosa, che appena dici “è così” sta già cambiando. A tutto ciò l’Aquinate oppose una fondamentale, semplicissima certezza: “c’è qualcosa”, le cose con tutta la loro imperfezione partecipano del fatto di essere. Non sono complete e non si esauriscono in se stesse, perciò mutano; ma questa loro caparbia incostanza poggia su una realtà che è data, e si spiega solo come parte di una Pienezza che continuamente le chiama alla luce. Come direbbe Chesterton, che di Tommaso fu acuto lettore, molto è legato alla posizione iniziale in cui ci collochiamo di fronte alle cose. Cosa vediamo, quando osserviamo il mondo e noi stessi? Il gelo del nulla che lambisce ogni cosa,  o “il calore pieno di meraviglia per le cose create”? Per riconoscere questo calore ci vuole audacia: paragonabile a quella che “spinge gli uomini ad aggiungere ai propri nomi personali i tremendi titoli della Trinità e della Redenzione; cosicché una suora può chiamarsi ‘del Santo Spirito’, e un uomo portare il peso di un titolo come quello di san Giovanni della Croce”. E a buon diritto, soggiunge Chesterton, potremmo parlare di “San Tommaso del Creatore”.

In questa impudenza del pensiero si gioca tutto. Nell’eterno ritornare come nella radicale leggerezza niente di ciò che facciamo ha senso: destinato a ripetersi in un’idiota ciclicità o a perdersi nella propria caducità. Ma come sarebbe, ci sfida Tommaso, osare pensare anche solo per un attimo che tutto ciò che siamo e facciamo, unico ed irripetibile com’è, si imprima a fuoco nell’eternità – ogni azione, ogni moto del cuore, ogni pensiero? Che il nostro essere – così finito – palpiti nel cuore di una Realtà che ha tutto eternamente presente davanti a sé, che è essa stessa Eterna Presenza? Ecco il peso della nostra esistenza, che è giogo dolce e carico leggero. Siamo capaci di portare questa sovrabbondanza di significato, questa misteriosa consistenza dell’Essere?

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