Tutto ciò che è buono si abbassa

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Basta poco per cambiare la nostra prospettiva sulle cose. È sufficiente un semplice virus di stagione ad esempio – magari in un momento in cui non ci si può concedere una convalescenza adeguata – e tutto diventa faticoso, opaco, trascinato. Doversi alzare dal letto, dover gestire i figli, dover lavorare… doveri, appunto: le cose di ogni giorno improvvisamente percepite come catene insopportabili, come una maledizione da cui si vorrebbe esser liberati.

È la nostra banale finitezza, in tutta la sua profondità: tant’è vero che si può vivere un’intera vita in una “influenza perenne”, in un eterno lamento. “Se avessi un altro lavoro”, “Se le cose fossero andate così”, “Se mio marito/mia moglie/mio padre/mio figlio fosse diverso”, “Se io fossi diverso”… ambizioni e vite migliori, che vagheggiamo e che continuamente rincorriamo. Come se le circostanze in cui ci troviamo fossero un peso decisivo, un’obiezione radicale, e il modificarle potesse di per sé sollevarci dalla fatica.

Se dovessi generalizzare quello che vedo passare attraverso il mio cuore, direi che il problema è che vorremmo obbedire, ma solo dopo aver stabilito noi le coordinate. Vorremmo fidarci, ma solo dopo aver deciso il contenuto specifico della nostra fiducia, fin nei più puntuali dettagli. Insomma: vorremmo garanzie, vorremmo poter stare relativamente tranquilli, vorremmo poter far valere le nostre condizioni. Benedetto, allora, il momento in cui sbattiamo contro le circostanze di ogni giorno e ci ricordiamo che non siamo noi a reggere il gioco; benedette le occasioni in cui siamo costretti a ricordarci che non ci facciamo da soli, e si riapre in noi una breccia d’inquietudine autentica.

Me lo ripeto spesso in quest’imminenza del Natale, il periodo meno “sereno” dell’anno: non si può restare davvero tranquilli, se si prende sul serio che l’Infinito ha preteso di entrare nella finitezza – anche nella nostra. “Oh, volessi tu squarciare i cieli e discendere. Davanti a te i monti si scioglierebbero”, recita il Polisalmo della Novena di Natale che si pregava nella parrocchia della mia infanzia. È un’immagine che non ho mai potuto dimenticare. I monti e le rocce che implorano la venuta del loro Fattore e che si sciolgono come cera al suo passaggio: mentre io, risucchiata da tutte le cose che devo fare o che vorrei modificare, sono capace di anestetizzare e lasciar passare quasi inosservato il fatto vertiginoso e abissale di un Dio che si fa uomo, che prende la mia carne.

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È l’intuizione che Chesterton ha consegnato al suo Gloria in profundis, del 1927. Anche lì si parla di monti che vacillano e cadono: la discesa stessa di Dio tra noi raccontata come un’immensa caduta, Cristo che si sprofonda sulla terra con la violenza dirompente di un meteorite e lo splendore di mille soli, un dono “troppo grande per il cielo”. Un Dio che, in un’esplosione di luce proveniente da ogni punto della realtà, “ha rotto i vincoli dell’eterno” e ha scelto di immergersi nel mondo, di impastarsi con la nostra umanità ferita. Se è così, si chiede Chesterton, se davvero l’Eterno ha fatto questo, come potremo pensare di attaccarci al nostro volere come a un comando? Chi mai potrà insuperbirsi se i Cieli sono umili, chi potrà desiderare di innalzarsi se persino i monti cadono e le stelle fisse inciampano e ruzzolano, chi potrà restare chiuso nella sua indifferenza o nella sua pretesa di tranquillità quando “un diluvio di amore sommerge ogni cosa, […] quando tutto ciò che è buono si abbassa?”.

Arriva il Natale, e la domanda è rivolta a ciascuno: chi vorrà porgere la propria testa per ricevere la corona e regnare sulla propria vita, quando il Re dell’Universo si è precipitato dalla sua Gloria nel nostro nulla? È l’unica, grande scommessa dell’esistenza: lasciarsi sopraffare e frenare dal “timore di questo cadere e fallire” che Dio stesso ha percorso, nel quale gli angeli ribelli si smarrirono, o riconoscere Colui che, infinitamente più grande della nostra misura, ha abbracciato la nostra piccolezza radicale. Colui che ci aspetta con umile pazienza, eternamente presente, nelle pieghe di tutte le nostre giornate – persino di ciò che ci affatica e ci opprime –  perché lo riconosciamo e gli concediamo di spezzare per noi l’orizzonte opaco della nostra finitezza e di fare nuova ogni cosa.

Gloria a Dio nel Più Basso, /il getto in piena delle stelle, /laddove il tuono pensa d’esser troppo lento /e il lampo teme di essere tardo: /come gli uomini si immergono per cercare una gemma sommersa, /seguendola, noi la cacciamo e staniamo, /la stella cadente l’ha trovata /nella grotta di Betlemme”.

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