Una questione di sguardo

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Ogni tanto ci sono incontri “no” con persone “no”, capaci persino di guastare, sul momento, il gioioso clima d’attesa di questi giorni dicembrini. La sgraziata signora che sgomita ed impreca volgarmente contro la cassiera del supermercato e contro il mondo intero senza apparente ragione. Lo studente che, non si capisce bene perché, quel giorno ha deciso di ignorare ostentatamente la tua presenza in classe, quasi a voler eliminare ogni traccia visibile di simpatia umana. La persona che ti fa la morale dopo averti appena offerto abbondanti esempi della sua limitata piccineria. La cattiveria immotivata di un superiore o di qualche collega, che riversa su di te l’acido della sua frustrazione. In questi momenti tocchiamo con mano il fastidio della meschinità umana, che tanto più ferisce quanto più ci appare gratuita e insensata, anche nelle piccole cose. E accade di provare – anche se per pochi, fuggevoli istanti – il desiderio segreto che l’altro sia ripagato con la stessa moneta, una rabbia bruciante che sarebbe capace di incenerire.

L’evangelista Luca narra che Gesù inviò alcuni messaggeri a un vicino villaggio di Samaritani perché annunciassero il suo ingresso, e che costoro ne rifiutarono sbrigativamente la presenza. Saputo questo, Giacomo e Giovanni reagirono con sdegno: “Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?”. A quel punto Gesù “si voltò e li rimproverò” (cfr. Lc 9, 51-56). Quando si legge questo brano evangelico è facile commiserare con indulgente compiacenza l’irruenza dei due “figli del tuono”. Eppure, anche quando c’è in gioco molto meno che l’ottuso rifiuto opposto a Cristo, nel nostro quotidiano non proviamo sentimenti troppo dissimili dai loro ogni volta che facciamo le spese della cattiveria e della pochezza altrui, piccole o grandi che siano; salvo passare velocemente, con uguale frequenza, dalla parte dei carnefici.

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Cristo ben conosceva lo scandalo della crudeltà, dell’ipocrisia, della piccola e grande cattiveria insensata che l’uomo sa infliggere all’altro uomo: la catena perversa dell’hobbesiano homo homini lupus, che fa di ciascuno una presenza virtualmente ostile per il proprio vicino. È per questo che ha offerto se stesso a coloro che, dopo averlo meschinamente schernito, lo avrebbero ucciso: per salvarci tutti – anche loro – dallo stillicidio quotidiano del male che attraversa la nostra vita e i nostri cuori. Prendendo su di sé il peso delle nostre meschinità ci ha regalato la possibilità della Gloria. E, con essa, il segreto di ogni vera rivoluzione, di ogni radicale novità: non il nostro sforzo etico, ma l’incontro sempre rinnovato col mistero della sua Persona.

Lo spiega bene Lewis: se siamo stati affascinati da Lui, ci accorgeremo che il mondo in cui viviamo è popolato di “potenziali dei e dee”; qualunque persona ci troviamo accanto – amabile, sgradevole o noiosa, detestabile o insignificante – potrebbe un giorno diventare una creatura sfolgorante di bellezza o un cumulo di orrore e odio senza fine. Lo splendore della Gloria eterna e il peso dell’eterna dannazione: in questa alternativa si gioca il destino di ciascuno. “Tutto il giorno, in un modo o nell’altro, noi ci aiutiamo a vicenda a raggiungere l’una o l’altra di quelle destinazioni. È alla luce di queste infinite possibilità, con la cautela e la circospezione necessarie in simili circostanze, che dovremmo condurre i nostri reciproci rapporti, tutte le amicizie, gli amori, i giochi, le scelte politiche. Non esistono persone ordinarie. Non vi sarà mai capitato di parlare con un semplice mortale. Le Nazioni, le culture, le arti, le civiltà, queste sono cose mortali, e la loro vita per noi vale quanto la vita di una zanzara. Invece sono immortali gli esseri umani con i quali scherziamo, lavoriamo, ci sposiamo, che snobbiamo e che sfruttiamo – orrori immortali o splendori senza fine”. Ciascuna di quelle persone fastidiose e insipide che ci troviamo accanto (e che sappiamo essere) vale più di una montagna innevata, più di una sinfonia di Beethoven, più dei cieli stellati, più di tutta la bellezza che abita il nostro vasto mondo. È questo lo sguardo abissale che ci è chiesto, è questo lo guardo che su ciascuno di noi dall’eternità si posa. Uno sguardo onnipotente racchiuso in due occhi di carne: il nostro amore interessato, le nostre tiepidezze e i nostri tradimenti ripagati con la tenerezza di un Bambino nella culla.

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