Se piovessero palloni

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E così ci hanno provato. Quel maledetto venerdì, i terroristi hanno provato a colpire anche il gioco più bello del mondo. MI riferisco al tentato attacco all’interno dello Stade de France, sventato solo dall’intuizione fortunata di uno steward di non fare entrare un kamikaze invitandolo ad allontanarsi dallo stadio. Colpire durante una partita così importante come Francia – Germania, seppure amichevole, sarebbe stato molto simbolico oltre che drammaticamente tragico.

Perché proprio uno stadio? Il calcio è uno di quei pochi “riti” rimasti soprattutto per noi europei, da sempre ammaliati dall’arte pedatoria di questo o quel campione. Per alcuni addirittura il calcio è quasi una religione. Impossibile stare senza. Colpire uno stadio gremito avrebbe significato colpire al cuore un intero modo di pensare, di vivere, di sentirsi liberi.

Ed è in questi momenti che il calcio sa tirare fuori il meglio di sé. Basta guardare una partita tra bambini. Ho detto guardare una partita, non guardare fuori dal campo dove genitori ignoranti preferiscono spendere il loro tempo ad insultarsi o venire alle mani piuttosto che godersi lo spettacolo del calcio. Parlo di  ciò che avviene in campo, dove ci sono i veri attori, i giocatori. Sul rettangolo verde non esistono differenze di razza, di religione, di estrazione sociale. Ogni bambino è semplicemente uguale all’altro, animato da un unico scopo:  inseguire, conquistare e insaccare in rete il pallone. E l’unica bandiera da difendere è quella della loro maglia, che sia la quella della squadra parrocchiale piuttosto che quella della Juve. Una partita di pulcini è un crogiolo di razze e di colori che sembra stridere con gli attentati  di Parigi: bianchi, neri, gialli, tutti che come trottole corrono alla ricerca del pallone. E non importa se vincono o perdono, quello importa solo agli “intenditori” che sono fuori, a loro interessa solo avere la palla, dribblare, segnare. Troppo idealista questa visione del calcio?

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Allora si può pensare al moto di solidarietà che ha invaso tutti gli stadi d’Europa dopo i fattacci del 13 novembre. Tifoserie storicamente divise che all’improvviso si uniscono intonando ad una sola voce la marsigliese. Applausi scroscianti e un solo grande messaggio: “io non ho paura”. Per una volta sono i tifosi ad insegnare al mondo intero cosa è la pace: tutti uguali nel gridare la propria libertà, la propria voglia di vita. Se poi succedesse ogni domenica sarebbe sicuramente meglio.

Potrei citare come esempio anche la Francia multietnica campione del mondo al mondiale francese nel 1998. Quante storie di vita e quante differenza in quella nazionale:  tutte amalgamate e integrate per un solo grande obiettivo, la Coppa. Che siano professionisti o pulcini, mentre inseguono quella sfera di cuoio, sono tutti uguali. Il terrorismo ha colpito la patria dell’uguaglianza, della fratellanza e della libertà: i tre capisaldi della nostra civiltà che possono intravedersi ogni fine settimana su ogni campo. E molto spesso sono i più piccolini ad insegnare il vero significato di queste tre parole nella gratuità con cui si impegnano a tutti i costi pur di avere quel pallone.

Non permettiamo ai terroristi di avere il sopravvento instillandoci la paura. E non permettiamo alle frange più violente del tifo o a tutti quei genitori che “ci credono un po’ troppo” di distorcere il messaggio di pace che questo sport può diffondere. Il calcio può essere l’esempio che un mondo integrato possa esistere.

Sta a noi addetti ai lavori diffondere questo messaggio e forse, se anziché delle bombe piovessero palloni, non ci sarebbero guerre ma solo “battaglie” sportive in cui tutti siamo uguali… dalle strade polverose della Siria allo stadio di Saint Denis a Parigi passando per tutti campetti del mondo.

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