Il bisogno di Dio e la cultura dell’incontro: Discorso alla Città

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Basilica di san Prospero, 24 novembre 2015

Cari amici,

cari fratelli e sorelle,

illustri autorità,

il discorso che il vescovo rivolge annualmente alla Città in occasione della festa del nostro Patrono, san Prospero, mi ha offerto ogni volta l’opportunità di riflettere e di rispondere alla domanda: quale può essere la questione esistenzialmente importante su cui dialogare con chi, credente o no, vive con me in questa città e in questo tempo?

Il primo anno parlai della povertà, delle sue luci e delle sue ombre, come crisi e assieme opportunità di cambiamento. L’anno scorso ho fissato la mia e vostra attenzione sulla realtà della famiglia e dei figli. Oggi vorrei riflettere con voi sul cambiamento che sta avvenendo sotto i nostri occhi, nella nostra società, e che coinvolge tutto intero il nostro Paese e gran parte del mondo occidentale. Tante sono le analisi di tale trasformazione la cui rapidità ed estensione talvolta ci disorientano e ci spaventano.

Eppure, voglio dirlo subito, all’inizio di questo mio intervento, siamo chiamati a vivere in questo mondo, in questo tempo, consapevoli, certo, delle difficoltà, ma anche ricchi delle esperienze e della sapienza che vengono dai nostri padri e dalle diverse appartenenze che ci contraddistinguono.

In particolare, per noi cristiani la fede – che come un dono abbiamo ricevuto, un dono da far fruttare e comunicare – non ci astrae dalla storia, ma anzi ci abilita con una luce nuova e con una intelligenza profonda dell’umano a rischiare, con l’aiuto di Dio, percorsi di risposta alle attese dell’uomo e della società, originali e pertinenti, anche se sempre riformabili.

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L’unità della storia e del bene

La storia dell’uomo presenta tornanti, come quello che stiamo vivendo, in cui sembra quasi che un mondo stia per finire senza che si intravveda quello nuovo che sta nascendo. Il nuovo nasce spesso nascostamente, come Gesù a Betlemme, ma quanto più esso ha radici profonde nel cambiamento del cuore e della mentalità dell’uomo, tanto più saprà esprimersi anche come novità sociale. Sarà quella città posta sul monte, quella lampada sul lucerniere di cui parla Gesù nel Vangelo (cfr. Mt 5, 14-15).

Di che cosa abbiamo più bisogno in questo momento?

Innanzitutto abbiamo bisogno di non slegare il passato dal presente e dal futuro. Così come di non slegare la scienza, l’economia e la tecnologia dal bene dell’uomo.

Assistiamo oggi a delle divaricazioni che in una certa misura sono sempre esistite, ma appaiono nel nostro tempo come una vera e propria divisione.

Sempre, fisiologicamente, chi è anziano è portato a guardare indietro, a soffrire il cambiamento, a vedere tutto il bene in ciò che è stato e tutto il male in ciò che è. Sempre il compito, quasi istintivo, dei giovani, è stato di guardare avanti, fino a disprezzare il passato. Ma non si è mai spezzata interamente una linea di comunicazione.

Sarà così anche nel nostro tempo? Non si può costruire il futuro dimenticando il passato. Esso nasce coniugando memoria e speranza.

In particolare dobbiamo custodire le parole, le evidenze, i valori su cui si fonda la storia dell’uomo. Ci sono parole scritte nel codice più profondo della coscienza: bene e male, vero e falso, giusto e ingiusto. Esse fondano anche i rapporti affettivi fondamentali: madre, padre, figlio, fratello, sorella, amico. Proprio dalla predicazione di Cristo abbiamo imparato, a poco a poco, a guardare all’uomo e alla donna come a persone e non più semplicemente come a individui.

Ciascuno di noi è relazione, con una sua propria particolarità irripetibile, aperta all’universo, alle altre persone, alla natura, alle conoscenze. Ciascuno di noi necessita dei legami che lo costituiscono, lo arricchiscono, gli rivelano il suo vero “io”.

Il secolo passato è stato il secolo delle scoperte scientifiche applicate alla tecnica. Ma abbiamo visto quali pericoli reali abbia corso l’umanità, per esempio con la scoperta della scissione dell’atomo. Si potrebbero fare molti altri esempi.

Che cosa dovremmo aver compreso? Che l’uomo ha nelle proprie mani la possibilità di crescere e di autodistruggersi. Un potere concentrato sempre più nelle mani di pochi scienziati, di pochi gestori dei beni del mondo, che spesso non sono interpreti del bene dell’uomo, ma di propri personali interessi e lusinghe, non può portare ad un cammino sicuro verso una vita migliore per molti.

Eppure non è questa una battaglia impossibile. Credo e, sono sicuro, in molti crediamo al valore luminoso e profetico di scienziati che non dimenticano che nella realtà dell’uomo e del creato, come ci ha efficacemente ricordato papa Francesco nell’enciclica Laudato sii, tutto è unito. Non si può essere contro la guerra portatrice di morte e considerare la vita nascente come un oggetto di cui disporre. Crediamo al valore di una economia che non si esaurisce in speculazioni finanziarie, ma mantiene il rapporto con l’impresa e il lavoro dell’uomo, da suscitare, sostenere, difendere.

Il bisogno di speranza e di Dio

Entro ora in una seconda considerazione, in una seconda risposta alla domanda: di che cosa abbiamo più bisogno in questo momento?

Penso di potere dire così: abbiamo bisogno della speranza che ci renda capaci di desideri e propositi di lungo respiro. Quando i nostri padri uscirono dalla tragedia della seconda guerra mondiale, sotto la guida uomini saggi, si posero il grande obiettivo di collaborare alla ricostruzione materiale e morale del nostro Paese. Grande fu l’apporto che molti, e fra loro i cattolici, diedero a quella rinascita. Chi diede loro la forza e la sapienza per una simile impresa? Questa domanda ci pone nell’orizzonte adeguato per guardare anche al presente.

Frammentati in mille obiettivi, sommersi da mille notizie e immagini, sollecitati da messaggi e richieste, frenati dalla paura e dalla delusione, non riusciamo a pensare e desiderare in grande, rimaniamo prigionieri di un piccolo presente che giustamente molto spesso ci preoccupa e ci affanna.

È ben lontana da me l’idea che non ci si debba preoccupare delle necessità di ogni giorno. Persone che perdono il lavoro, famiglie in difficoltà, giovani che non riescono a trovare la strada del loro inserimento nella società… Le mille solitudini e necessità di cui veniamo a conoscenza ogni giorno costituiscono gran parte delle preoccupazioni del Vescovo e dei suoi collaboratori. Ma non possiamo fermarci qui.

Di fronte alla tragedia del terrorismo, che negli ultimi tempi ha fatto registrare gravi livelli di allerta, siamo chiamati non solo a condannare senza tentennamenti questi atti di violenza, ma anche a chiederci – come ho scritto nel comunicato in occasione degli attentati di Parigi – quale sia la radice di tutto ciò. «Quando l’uomo arriva a questi punti vuol dire che in lui l’esperienza dell’umano si è tragicamente pervertita. I terroristi rivelano una tragica assenza di speranza per il futuro. Dietro ciò che compiono, si nasconde la disperazione per non aver trovato risposte credibili per la loro vita. E in tutto questo c’è anche una responsabilità dell’Occidente, del suo nichilismo e del suo relativismo» (M. Camisasca, Comunicato stampa in occasione degli attentati di Parigi, 14 novembre 2015).

Abbiamo un grande bisogno di Dio. Abbiamo bisogno di una presenza amica che non abbia le nostre debolezze, le nostre tentazioni, i nostri limiti. Abbiamo bisogno di chi sappia perdonarci davvero e per sempre, abbiamo bisogno di Colui che con la sua voce e la sua presenza, ci ricordi che noi siamo creature e non divinità, che siamo figli e perciò fratelli. Parlare di Dio, della sua esistenza, della sua paternità, della sua giustizia e misericordia non è, quest’oggi, fare un discorso solo per taluni. Nel pieno rispetto della libertà di coscienza e di ricerca di ciascuno, mi permetto di dire, forse in un modo un po’ paradossale, che Dio è la presenza più laica che esista, se laicità vuol dire profonda fede nel proprio credo e rispetto attivo di tutti coloro che hanno differenti speranze.

Dio non è il concorrente di nessuno, tanto meno della nostra vita. Non ci sembra ragionevole prendere almeno in considerazione l’umanissima ipotesi della sua esistenza? L’ipotesi che Egli mette nel cuore di ogni uomo come desiderio di bene, di verità, di giustizia, come desiderio che ogni amore sia per sempre, che ogni cosa bella sia custodita, che ogni lacrima venga asciugata?

Parlare di Dio ai nostri ragazzi, farlo loro incontrare, aiutarli a non sentirsi soli o abbandonati alle loro sconfitte nel cammino dell’affettività e della conoscenza, non è un compito di parte, ma una vera e propria opera sociale, che merita di essere sostenuta e incoraggiata.

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La cultura dell’incontro

Una terza e ultima parte del mio discorso voglio dedicarla al tema dell’incontro.

Dagli anni Novanta, dalla fine della guerra fredda, stiamo assistendo a vaste migrazioni di popoli. Centinaia di migliaia di persone lasciano le loro case e la loro terra a causa delle carestie, delle guerre, delle lotte politiche che insanguinano tante regioni del mondo, in questa che il Papa ha chiamato “terza guerra mondiale a pezzi” (cfr. Francesco, Omelia nel centenario dell’inizio della I guerra mondiale, Sacrario militare di Redipuglia, 13 settembre 2014).

Il fenomeno dell’immigrazione interessa da tempo tutta l’Europa e anche il nostro Paese, che è geograficamente come una grande nave protesa verso il Mediterraneo, mare centrale delle migrazioni, dall’Africa e dall’Oriente verso l’Europa.

L’Italia ha mostrato in tante occasioni la sua grande capacità di accoglienza. Rari sono stati i casi di insofferenza o di rifiuto. Le Diocesi, soprattutto attraverso la Caritas, danno un contributo non solo a realizzare luoghi di accoglienza, ma anche a creare una cultura dell’incontro verso chi arriva da un mondo sconosciuto, parla spesso una lingua che in pochissimi comprendono e a sua volta è a disagio verso uno stile di vita a lui estraneo e che talvolta disapprova.

Stiamo assistendo a una trasformazione epocale delle nostre città. Cosa offriamo e cosa chiediamo a chi, fuggendo da Paesi lontani, verso cui probabilmente non tornerà più, decide di stanziarsi nelle nostre terre?

Abbiamo il dovere di accogliere coloro a cui ragionevolmente pensiamo di poter offrire una vita dignitosa. Nello stesso tempo dobbiamo chiedere loro di imparare la nostra lingua, di conoscere le linee essenziali della nostra storia e rispettare la nostra cultura.

Se vogliamo porre le premesse di una vera integrazione, che avrà bisogno di molti anni per poter avvenire, non possiamo evitare di chiedere e di offrire, non possiamo evitare la vigilanza nell’accogliere perché la sicurezza delle nostre città sia garantita per tutti.

Non dobbiamo poi dimenticare che la strada fondamentale di una convivenza sana e fruttuosa è la conoscenza personale. È necessario creare luoghi di incontro e conoscenza reciproca, luoghi in cui narrare la propria esperienza dell’umano, della vita e della morte, della gioia e del dolore, della nascita, del lavoro, le ragioni della propria speranza. «Bisogna invitare tutti i soggetti che abitano questa società civile plurale a raccontarsi, […] e, attraverso questo appassionato racconto e questo lasciarsi raccontare dagli altri, tendere a quello che Ricoeur chiamava “il riconoscimento” reciproco» (Angelo Scola, L’amicizia come virtù civica, 44).

Tutto ciò deve avvenire con molta pazienza e con molto rispetto, ma anche nella consapevolezza che esiste una profonda comunanza tra gli uomini, una segreta, sotterranea comunicazione relativa ai desideri e alle esigenze fondamentali. «Questo legame di fraternità manifesta tutta la sua forza proprio nel rapporto con persone che non abbiamo mai visto, né conosciuto prima. […] Non possiamo disprezzare nessuno, non possiamo essere indifferenti all’esperienza di nessuno; siamo chiamati ad amare tutti e cioè a volere e difendere la vita di tutti. Su questo non ci sono dubbi o incertezze. Naturalmente questo non significa essere relativisti e cioè pensare che tutte le religioni siano uguali e che tutte le appartenenze religiose si equivalgano. […] L’unico atteggiamento personale davvero disprezzabile è quello inautentico, cioè quello che non si lascia guidare dalla verità conosciuta, ma che “bara al gioco” e cioè rifiuta per interesse o per capriccio quello che pure sa essere vero» (L. Monari, Stranieri, ospiti, concittadini. Lettera alle comunità cristiane della diocesi di Brescia sulla pastorale per gli immigrati, Opera Diocesana San Francesco di Sales, Brescia 2011, 9.11-12).

Quanto ho detto finora esprime le ragioni umane, condivisibili da tutti gli uomini e le donne indipendentemente dalla loro fede o dalla loro appartenenza culturale, politica e sociale.

Per noi cristiani tutto ciò si approfondisce in ragioni ancora più urgenti e affascinanti. L’incontro con tante persone di provenienze così diverse è innanzitutto un invito a riscoprire l’universalità della fede cristiana. Noi sappiamo che essa non è riservata a un popolo, a una lingua, a una cultura, ma, secondo l’invito di Gesù, è destinata a tutti gli uomini. Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura, ha detto il Signore prima di ascendere al cielo (Mt 16,15). «Noi siamo convinti che Dio si è rivelato in pienezza nella vita, nella morte e nella resurrezione di Gesù di Nazareth; siamo quindi convinti che la rivelazione dell’amore di Dio che ci è data in Gesù e che il comandamento dell’amore fraterno siano “veri” e cioè comandino la sottomissione della nostra intelligenza, l’obbedienza della nostra vita» (L. Monari, cit., 12).

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Approfondire la conoscenza di Cristo

Il fenomeno dell’immigrazione, dunque, che è sempre stato presente nella storia dei popoli e delle civiltà e che ora vive un momento di particolare intensità, è una grande occasione che ci viene data sia per approfondire la nostra conoscenza di Cristo, sia per comunicare la bellezza da noi incontrata agli altri.

Innanzitutto approfondire la nostra conoscenza di Gesù e della civiltà che dall’incontro con lui si è sviluppata e ha fatto grande la nostra Europa. Che cosa significa? Significa considerare come nessuna cultura e nessuna civiltà possa mai esaurire la ricchezza della divino-umanità di Cristo. Nessuna è esente da un bisogno di purificazione. Perciò man mano che il cristianesimo incontra nuove culture emergono aspetti sempre nuovi del volto di Gesù.

Tutto ciò ci pone con un atteggiamento fondamentalmente positivo, ricettivo, di fronte all’alterità, che ci raggiunge in coloro che, provenendo da lontano, attraversano o si stabiliscono nella nostra terra. Se guardiamo alle radici della nostra civiltà ci accorgiamo di un anticipo di simpatia con il quale siamo spinti ad accogliere gli altri. Senza negare i problemi concreti che questa accoglienza suscita, tale atteggiamento ci pone, all’opposto, nelle condizioni di poterli affrontare senza preventive chiusure o facili moralismi.

Sappiamo, infatti, che tutta la realtà che Dio ha creato, e soprattutto l’uomo, è ricettiva del Verbo e rivelatrice di Lui. Tutto – afferma san Paolo – è stato fatto per mezzo di Lui e in vista di Lui (Col 1,16). È per questo che noi cristiani non possiamo assumere criteri mondani nel guardare al fenomeno dell’immigrazione. I criteri mondani ci conducono inevitabilmente verso la chiusura o verso l’accoglienza sociale senza condizioni, che sono due facce della stessa medaglia. Invece, l’altro è innanzitutto la possibilità di incontrare, conoscere e servire, anche con le opere di misericordia, la persona di Gesù che ci raggiunge attraverso le sfumature diverse dei diversi popoli: Ero senza casa e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, affamato e mi avete dato da mangiare… (cfr. Mt 25,35ss).

Che cosa significa accogliere?

Il vero problema di oggi nell’incontro con le culture e le civiltà che ci raggiungono attraverso i nuovi flussi migratori, non sta innanzitutto nelle mutate condizioni storiche, politiche e sociali nelle quali ci troviamo a vivere. Non sta neppure nella più marcata identità che, in modo innegabile, contraddistingue tanti nuovi migranti.

Il vero problema sta nella debolezza della nostra identità e nell’ignoranza della storia. In una mancanza di fede e quindi di ragioni vere di incontro con l’altro. Sta in un equivoco di fondo a causa del quale si pensa che per accogliere e rispettare l’altro occorra rinunciare ai valori su cui si fonda la nostra convivenza, occorra rinunciare a testimoniare ciò che abbiamo imparato e sperimentato essere bene e ciò che abbiamo visto essere male.

Soltanto vivendo un’identità chiara e definita è possibile accogliere e confrontarsi seriamente con un altro. Lo ha espresso bene papa Francesco: «Ciascuno si esprime, con la propria identità. Non negozia la propria identità. Vale a dire, perché ci sia dialogo è necessaria questa base fondamentale. […] io, a partire da questa identità, mi metto a dialogare. Se io mi metto a dialogare senza questa identità, il dialogo non serve. Inoltre, il dialogo presuppone, esige da noi la ricerca della cultura dell’incontro. Un incontro che sappia riconoscere che la diversità non solo è buona, è necessaria» (Francesco, Incontro con i rappresentanti della società civile nello stadio León Condou della scuola San José ad Asunción nel viaggio apostolico in Paraguay – sabato 11 luglio 2015).

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Conclusione

Con queste riflessioni spero di avervi offerto un aiuto a vivere il momento presente e a immaginare, assieme, le strade del futuro, educandoci ad uno sguardo non ingenuo, ma fiducioso e pieno di speranza verso il lavoro che ci attende.

Riassumerei in questo modo quanto ho cercato di illustrare: viviamo in un mondo complesso, sempre più globalizzato e multietnico. Un mondo che facciamo fatica a leggere e comprendere nei suoi possibili sviluppi. Tutto ciò potrebbe generare in noi paura, potrebbe farci arroccare su posizioni sicure, spesso legate al passato. Chiuderci verso la novità che ci si prospetta dinanzi o, al contrario, aprirci in una accoglienza acritica e astorica, che rigetta la nostra storia e la nostra sensibilità.

In realtà questo mondo tanto complesso, ma anche tanto affascinante, rappresenta un’occasione grande che ci è data, proprio in questo momento storico, per una verifica e una crescita di ciò che più ci sta a cuore. Ciò che è vero tiene nel tempo e sa affrontare i cambiamenti richiesti dai mutamenti sociali e culturali.

La nostra fede ci ha educato e ancora ci educa a riconoscere e indicare ciò che è comune ad ogni uomo. Sappiamo che tutto ciò che è “cristiano” è anche profondamente umano e nell’incontro con gli altri si arricchisce e si approfondisce nelle sue ragioni e nella sua bellezza. Apriamoci allora alla scoperta che il cristianesimo, quando è fedele alla sua immutabile origine, descritta nel Credo, può essere vissuto in forme diverse, nuove!

Oltre ad una verifica e una purificazione della nostra identità, il contesto storico in cui viviamo ci offre anche un’occasione privilegiata di testimonianza del vero, del bello, del buono che abbiamo incontrato. «Tra i compiti della comunità cristiana sta necessariamente quello dell’annuncio del vangelo a tutti, nessuno escluso. Siamo convinti che in Gesù Cristo Dio ha mostrato e donato il suo amore a tutti gli uomini; possiamo solo desiderare che tutti gli uomini riconoscano e accolgano l’amore di Dio. Per questo l’annuncio missionario del vangelo è un atto di amore; nasce dal desiderio sincero di far conoscere l’amore di Dio e dall’amore sincero verso tutti gli uomini. Chi nel suo cuore disprezza gli altri o li considera inferiori o li esclude dalla sua amicizia, perciò stesso diventa incapace di annunciare il vangelo. […] L’indifferenza non si prende cura alcuna degli altri […], si preoccupa solo di difendere il suo benessere e la sua presunta superiorità. […] A sua volta il proselitismo […] considera l’altro come un patrimonio potenziale di cui appropriarsi, […] non nasce dall’amore all’altro, ma dall’affermazione di sé» (L. Monari, cit., 14-15). Ciò che ci è chiesto, invece, è testimoniare Gesù, il Figlio di Dio venuto nel mondo per offrire la sua vita per ogni uomo. Un giorno dovremo rendere conto del tesoro che Dio ci ha affidato e che in questo momento ci chiede di far risplendere davanti a tutti coloro che incontriamo.

Gli sguardi di tanti fratelli e sorelle che attraversano le nostre città ci interrogano continuamente sul significato della nostra esistenza, sulla luminosità della nostra vita, sul nostro amore per Dio e per gli uomini. Lasciamoci interrogare e cerchiamo, nella nostra tradizione storica e culturale, nella conoscenza sempre nuova dell’uomo, nella condivisione con la vita e le attese degli altri, le risposte per costruire assieme un mondo in cui le persone siano aiutate a camminare verso la pienezza della loro vita, la conoscenza e l’amore di Dio e del prossimo.

 

+Massimo Camisasca

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