La crisi? Una scoperta fortunata

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Siamo incapaci di riconoscerci, perciò non educhiamo più…

Nel suo più recente testo, “Ma che cos’è una famiglia?” (2014), il filosofo Fabrice Hadjadj suggerisce che l’amore uomo/donna e la dinamica della conoscenza si fondino sulla stessa radice. In entrambi i casi abbiamo a che fare con una “apertura all’altro in quanto altro, senza mai ridurlo a sé; […] è un altro termine quello verso il quale ci si volge” (pp. 56-57).
Ciò vuol dire che l’altro (che si tratti dell’amato o del conosciuto) non può mai essere assimilato a me, non può mai perdere la sua alterità rispetto all’io che si protende per afferrarlo: lo stesso movimento che li unisce segna, contemporaneamente, il solco della loro irriducibile differenza.
Questa consapevolezza parrebbe oggi dimenticata: una delle rappresentazioni dominanti (anche a livello implicito) della conoscenza e dell’esperienza d’amore tende a interpretarle come un incorporare in sé, un ri(con)durre l’altro alla propria misura.
Forse è questo lo specchio più fedele del travaglio della nostra epoca.

Continua a leggere tutto l’articolo di Giorgia Pinelli su La Libertà del 14 novembre

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