A che cosa serve un martello?

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La nostra epoca soffre di un curioso paradosso: il proliferare di norme, sanzioni e “istruzioni per l’uso” sembra andare di pari passo con la percepita difficoltà, da parte degli adulti, di avvicinare il mondo dei giovani con un ruolo credibile di guida. Chi lavora nella scuola lo tocca con mano: si moltiplicano i progetti, le didattiche e gli esperti, eppure si ha l’impressione di ritrovarsi sempre allo stesso punto; e con la sensazione prepotente che l’essenziale non sia stato nemmeno sfiorato.

Tutta la nostra informazione non ci preserva dallo scoprirci esitanti di fronte agli sguardi dei nostri adolescenti: loro sanno, percepiscono il nostro timore e il nostro senso di inadeguatezza; ci smascherano (anche impietosamente) nelle nostre frustrazioni e nei nostri dubbi. Come aveva capito il “solito” Chesterton già nel 1905, non è sufficiente apporre qua e là segnali di pericolo, che è il modo in cui mediamente si affrontano le grandi questioni oggi: “non bere”, “non drogarti”, “sii prudente alla guida”, “l’importante è che tu non resti incinta”. Questi cartelli di avvertimento non servono a niente, se non sappiamo cosa fa buona la vita. In questo, prosegue GKC, consiste la radicale differenza tra il nostro tempo e quelli precedenti: mentre generazioni e generazioni di uomini hanno lottato per poter comprendere quale sia veramente “la vita giusta”, noi stiamo rinunciando a porre la domanda perché abbiamo rinunciato alla risposta: anzi, non siamo più convinti che esista una risposta. Questa strana rinuncia, questo “grande crollo silenzioso” del pensiero è avvenuto in nome di una presunta libertà. “Ciascuno scelga ciò che è buono per sé, ciascuno decida autonomamente come disporre di sé”, è il mantra dei nostri giorni; abbandonata la pretesa di individuare qualcosa che sia “bene” per tutti – e che lo sia oggettivamente -, ci crediamo finalmente liberi. Chesterton ironizzava su noi “uomini moderni”, che preferiamo lasciar da parte ogni criterio “costrittivo” per abbracciare la libertà: “Questo, tradotto in termini logici, equivale a dire «Non decidiamo che cosa sia il bene, ma diamo per assodato che sia bene non deciderlo»”; noi, così sicuri del fatto che il segreto della crescita dei fanciulli non risieda nella morale, nell’educazione o nella religione, ma nell’istruzione: “Questo, espresso chiaramente, significa: «Noi non possiamo decidere che cosa sia il bene, ma diamolo ai nostri figli»”.

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Se è così, il problema dell’educazione forse non è tanto tra noi e i nostri giovani, e nemmeno sta nella nostra abilità: il problema è innanzitutto tra noi e il mondo. È in questione la nostra capacità di relazionarci ad esso, di accettarlo come qualcosa che riceviamo: un “qualcosa”, direbbe Hannah Arendt, che non ho il potere di plasmare interamente, e che potrei persino desiderare fosse molto diverso da come è, ma del quale resto responsabile. “Questa responsabilità, afferma, non è imposta d’arbitrio agli educatori: è implicita nel fatto che gli adulti introducono i giovani in un mondo che cambia di continuo”. È questa la radice dell’autorevolezza: ogni educatore è, per il fanciullo,”una sorta di rappresentante di tutti i cittadini adulti della terra, che indica i particolari dicendo: ecco il nostro mondo”.

“Ecco il nostro mondo”: il segreto dell’educazione è tutto qui, nell’accogliere la responsabilità di un significato che non è nostro, non è frutto di una nostra decisione autonoma, non è alla nostra portata, ma ci è consegnato perché attraverso la nostra esistenza si comunichi ad altri.

“È la domanda il nostro chiodo fisso, è la domanda che ti ha spinto fin qui”, sussurra Trinity all’orecchio di Neo nelle sequenze iniziali di Matrix. In un confronto sull’educazione dei figli, un’amica suggeriva che sì, molti non riescono a trovare una risposta decisiva sulla propria vita, ma il problema di tanti è che viene offerta loro la risposta a una domanda che non si sono mai posti. I nostri figli, i nostri giovani ci guardano: ci spiano per capire dove guardiamo noi, con che occhi guardiamo la realtà che ci accoglie, con che sete nel cuore ogni mattina ci alziamo e viviamo. Ci chiedono di non dimenticare quella domanda inquieta sul significato del tutto, che è il centro pulsante dell’esperienza di ciascuno. Una domanda semplice e abissale: “Quale bene può esservi nel mettere al mondo un uomo, si chiede Chesterton, fino a che non abbiamo stabilito qual è il bene insito nell’essere uomo? Voi state semplicemente affidando a quell’uomo un problema che non osate risolvere per conto vostro. È come se a una persona domandassero: «A che cosa serve un martello?» e quella rispondesse: «A fare martelli»; e quando le domandassero: «E quei martelli, a che cosa servono?» rispondesse: «A fare altri martelli». […] Tutti noi, con queste frasi, stiamo rinviando con successo il problema del valore ultimo della vita umana”.

 

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