“La Chiesa dai 5 talenti di Brettoni”. Omelia del vescovo Caprioli

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A corredo dell’articolo di don daniele Casini su La Libertà del 7 novembre sul 70° della morte del vescovo Brettoni (che verrà ricordato venerdì 13 novembre con una Messa in Cattedrale) riproponiamo l’omelia che fu pronunciata da monsignor Caprioli nel 60° della morte il 13 novembre 2005.

LA CHIESA DAI 5 TALENTI DI MONS. BRETTONI
Omelia nel 60° dalla morte del Vescovo Eduardo Brettoni

Celebro questa Messa nel 60° anniversario della morte del vescovo Eduardo Brettoni, spirato il 13 novembre del 1945, così come nella stessa data – il 13 novembre – dell’anno 1910 era stato ordinato Vescovo per questa Chiesa di Reggio Emilia.
Non mancano qui in Cattedrale i segni della sua memoria, in particolare il sepolcreto che ne raccoglie le spoglie; ma immagino che a ricordare questa figura di Vescovo pastore in momenti complessi per la vita della Chiesa e della società siano i presbiteri da lui ordinati e i fedeli di una certa età, testimoni che ancora ne conservano viva memoria.
Fare memoria del vescovo è nello stesso tempo domandarsi: come vede un vescovo la sua Chiesa? Quale immagine di Chiesa lo Spirito Santo mette dentro nel cuore di un Vescovo?

La parabola dei talenti

Abbiamo ascoltato la parabola evangelica dei talenti (Mt 25,14-30, XXXIII Dom. del Tempo Ordinario – anno A). Secondo il linguaggio evangelico, i talenti significano le responsabilità e i compiti che ad ognuno vengono affidati dal Signore. In questa prospettiva – anche se suonano strani come modi di dire – talenti sono il figlio o la figlia per il padre e la madre, gli alunni per il maestro, i parrocchiani per il parroco, la Chiesa diocesana per il Vescovo.

Siamo abituati da una certa predicazione ad applicare la parabola dei talenti alle capacità e doti di ciascuno dei figli, degli alunni, dei parrocchiani, e così parlare di figli, alunni, cristiani buoni, cattivi, indifferenti, lontani. Per stare alla tipologia della parabola si viene così a identificare i cristiani in pigri come il servo che nasconde il suo talento sottoterra, e in cristiani generosi e intraprendenti come i servi buoni che invece moltiplicano i talenti ricevuti dal Signore.

Meno invece siamo abituati ad applicare la parabola dei talenti alle comunità stesse dei cristiani, in altre parole ai cristiani come singoli, ma anche come comunità. Si può parlare così di comunità cristiane da un talento, da due e da cinque talenti, ed applicare anche a loro atteggiamenti di paura e di conservazione dell’esistente, alla maniera del servo che sotterra il talento ricevuto, o, al contrario, spirito di iniziativa e coraggio delle scelte, alla maniera dei due servi buoni della parabola che investono i talenti ricevuti.

Brettoni+preti(d.W

La Chiesa del Vescovo Brettoni

Fuori parabola, volendo applicare alla comunità diocesana la parabola dei talenti alla luce del magistero pastorale del Vescovo Brettoni, così mi pare di vedere la Chiesa lasciataci da chi ci ha preceduto alla guida di questa Diocesi. Premetto che questi sono semplici spunti dalla lettura di piccoli brani tratti dalle lettere pastorali del compianto Vescovo, attraverso i 35 anni del suo lungo episcopato.

1. Anzitutto vedo una Chiesa pienamente sottomessa al Vangelo, nutrita e liberata dalla Parola di Dio; una Chiesa che mette l’Eucaristia al centro della sua vita, che contempla il suo Signore e che ne esce modellata dalla Sua capacità di Amore gratuito. Ne sono una testimonianza, già dai primi anni del suo episcopato, la pastorale a favore dell’Istruzione religiosa, non solo nelle parrocchie ma anche nelle scuole; la promozione della forza educativa della Liturgia con il Congresso eucaristico e la Settimana liturgica; l’esortazione a “ritornare a Cristo” dopo l’uragano della guerra nella vita familiare sociale e politica (cf. ultima sua Lettera pastorale, 1945).

2. Vedo inoltre una Chiesa consapevole del cammino arduo e difficile di molta gente, delle sofferenze di tanta parte dell’umanità, sinceramente partecipe delle pene di tante vittime della guerra e desiderosa di consolare. “Amore del prossimo”, amore dei nemici compreso, è l’appello che il vescovo Brettoni raccomandava nell’esercizio delle pubbliche cariche, nel risolvere i problemi e le difficoltà della questione sociale (Lettera pastorale 1944). Non solo vedo nella Diocesi del vescovo Brettoni una Chiesa che insegna agli altri la carità, ma la esercita in prima persona, capace di scoprire i nuovi poveri, e non troppo preoccupata di sbagliare nello sforzo di aiutarli in maniera creativa, come testimoniano verso la fine del suo episcopato l’avvio di due realtà della nostra Chiesa: le Case della Carità di don Mario Prandi e i Servi della Chiesa di don Dino Torreggiani, l’amico degli zingari, dei circensi e dei carcerati, per non parlare dei primi passi per l’avvio della “Mensa del povero” presso la casa del Vescovo.

3. Vedo una Chiesa che ha cura della sua memoria storica, restaurando le chiese rovinate dal terremoto del 1920, soprattutto nell’alta montagna, e, al tempo stesso, artefice di nuove chiese nei nuovi quartieri della città come S. Croce e – allora nei paesi più abitati della montagna – come quelle monumentali di Collagna e di Baiso, Casina e Pieve S. Vincenzo, senza dimenticare le molte chiese riparate e talvolta rifatte come Civago, Romanoro, Minozzo, Ligonchio, Cagnola, Vetto e altri oratori.

4. Vedo una Chiesa che non privilegia nessuna categoria, che accoglie ugualmente giovani e anziani, che educa e forma tutti i suoi figli alla fede e alla carità, e che valorizza i diversi doni, a incominciare dal clero, senza per questo trascurare le associazioni e la formazione all’apostolato laicale. Ne danno testimonianza l’ampliamento del Seminario di Marola, il sogno del nuovo Seminario urbano, il rilancio della Azione Cattolica.

5. Infine – quinto talento – vedo una Chiesa che opera un paziente discernimento, valutando con oggettività e realismo il suo rapporto con il mondo e la società del suo tempo, che spinge alla partecipazione attiva alla vota pubblica, con rispetto e deferenza verso le istituzioni, ma che ricorda bene la parola di Pietro: “È meglio ubbidire a Dio che agli uomini” (Atti 4,19). È questa libertà che ha portato il Vescovo a contrastare l’ideologia del regime di quegli anni, difendendo vigorosamente i suoi sacerdoti, come don Pasquino Borghi e tanti altri.

Conclusione

Si potrebbe dire che il Vescovo Brettoni ha saputo moltiplicare i talenti che il Signore gli aveva dato, consegnandogli la Chiesa reggiana in anni non facili del secolo scorso. Quel secolo che porterà poi il cammino della Chiesa verso l’avvenimento del Concilio Vaticano II e il suo dono di luce per il nostro cammino in questi anni. Con Brettoni ha per così dire incominciato a configurarsi il volto di una Chiesa dai 5 talenti.

Sono questi altrettanti aspetti di una immagine di Chiesa che ha portato il Vescovo Brettoni a scrivere nel suo Testamento: “Da oltre trent’anni sono Vescovo di questa Diocesi. L’ho amata e ho sempre avuto la buona volontà di fare del mio meglio per adempiere verso di Lei i miei doveri di Vescovo”. Abitualmente calmo, quasi lento nel suo agire, sapeva però bene dove arrivare e guidare il cammino della sua Chiesa.

Il Signore Gesù, “vescovo e pastore delle nostre anime” (cf. 1 Pt 3,5), accolga tra i servi che hanno saputo moltiplicare i talenti della loro Chiesa, questo suo sevo buono e fedele.

+ Adriano VESCOVO

Reggio Emilia, Cattedrale, 13 novembre 2005,
nel 60° anniversario della morte del Vescovo EDUARDO BRETTONI

 

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