Vincere per crescere?

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Sbirciando qua e là tra le pagine dei social, perché allenando 28 adolescenti devi essere un mister “sul pezzo”, capita di conoscere un po’ di più i tuoi giocatori, ma soprattutto i loro genitori.

I quali sono molti affezionati alla condivisione di aforismi, quelle citazioni più o meno famose (in base a chi le ha dette) che tanto spopolano in rete. Tra le condivisioni c’era anche questa:

“I figli sono come gli aquiloni:
gli insegnerai a volare ma non voleranno il tuo volo;
gli insegnerai a sognare ma non sogneranno il tuo sogno;
gli insegnerai a vivere ma non vivranno la tua vita.
Ma in ogni volo, in ogni sogno e in ogni vita
rimarrà per sempre l’impronta dell’insegnamento ricevuto.”

Questa frase è di Madre Teresa di Calcutta. Sono parole di una saggezza e di un amore senza confini. Quella di un genitore che accompagna un figlio nella crescita correggendone traiettorie e sbandate, ma assecondandone i progetti. Chi scrive non è genitore, ma è figlio e sa quanto il mestiere del genitore sia il più difficile, ma sa altrettanto che essere figli non è così scontato e semplice come possa sembrare.

vincere

Ora c’è da chiedersi: cosa c’entra tutto questo con una rubrica sportiva? C’entra, se non altro perché nelle puntate precedenti ho sempre scritto di quanto sogni e motivazioni siano importanti per i ragazzi. Mi viene spontanea una domanda: ma se un figlio gioca in una squadra e viene messo nelle condizioni di esprimersi al meglio, di crescere come persona, di stare insieme agli amici, perché mai dovrebbe cambiare squadra? Cosa gli manca? A questa domanda il più delle volte rispondono i papà come attori consumati: “mio figlio ha bisogno di stimoli nuovi”; “è una decisione che ha preso lui”. Per un ragazzo non c’è  stimolo più bello che poter giocare assecondando la propria passione. Pungete sull’orgoglio un ragazzo di 13 anni dopo due panchine filate: al momento della sostituzione entra in campo e “spacca il mondo” seguendo alla lettera l’ordine del mister: “entra e dimostrami che ho sbagliato a tenerti in panchina”. Se il ragazzo ha voglia, non esiste avversario che tenga. E davanti ad una prova così eclatante di crescita un genitore cosa si aspetta di più?

Guarda caso quando un ragazzo cambia di punto in bianco squadra lo fa per due semplici motivi: 1) non gioca mai (impossibile); 2) nell’altra squadra si vince.

Ops… e qui mi sorge un’altra domanda: non è che sono i genitori a caccia di gloria a spingere perché i figli vadano dove “si vince”? Non è che padri dal passato calcistico più o meno “glorioso” rivedano loro stessi nei propri figli? O che abbiano aspettative smodate? Per giocare a calcio, così come nella vita fuori dal campo, ci vuole testa, sacrificio, cuore, impegno… nessuno regala nulla e vincere non basta. Non possono esistere sempre alibi come i compagni scarsi, l’allenatore che non capisce nulla o l’arbitro incapace.

Concludo ripensando alle parole d’amore sopra scritte: i ragazzi fanno sogni  e voli che manco ci immaginiamo. Ai genitori e anche al mister il compito di lasciarli liberi di volare come aquiloni, liberi di sbagliare. Ai grandi il compito di accompagnarli e vegliarli, ma non di sostituirsi a loro. Mai. Anche questo è amore. Cari genitori, in loro c’è sempre il meglio di voi, anche se non siete mai diventati dei calciatori e a maggior ragione anche se non lo diventerà vostro figlio che magari proprio grazie all’impronta dell’insegnamento ricevuto vincerà quella partita più importante chiamata vita.

Per commentare la rubrica scrivi a matteo.daolio@laliberta.info

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