Fra Gerolamo il questuante

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Girava di casa in casa chiedendo uva e frumento per il convento

Già da diversi giorni era iniziata la vendemmia e quel pomeriggio era rimasta a casa soltanto nostra madre con noi più piccoli a giocare sull’aia, sgombra e piena di sole, in una giornata di fine settembre tiepida e luminosa.
Le ultime rondini ci salutavano con rapidi giri intorno al cortile, destando a tratti l’attenzione del vecchio gatto bianco e nero che sonnecchiava su un piccolo cumulo di fieno nell’angolo del fienile.
Il gracchiare scoppiettante di un piccolo automezzo, che si era immesso nel nostro viottolo, graffiò quell’atmosfera tranquilla e subito dopo vidi un vecchio e traballante motocarro accostare i pilastri del porticato, e lì si fermò.
Sul cassone retrostante si potevano scorgere tre cassette di legno ed un sacco di juta semipieno, particolari abbastanza inusuali per gli ambulanti che frequentavano le case da contadini.
Mentre nostra madre usciva dalla cucina, dal piccolo automezzo scese un piccolo frate dalla barba folta e bianca.
Da quella selva spuntavano solo il naso sottile e appuntito e due occhi piccoli e scuri. La tonaca sdrucita, lunga quasi sotto ai piedi e visibilmente larga, era sostenuta in vita da un cordone bianco, anche quello lungo fino a terra.

Continua a leggere l’articolo di Giuliano Lusetti nella pagina “Personaggi Pittoreschi” su La Libertà del 19 settembre

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