Uber alles?

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Disintermediazione è una delle parole chiave dell’era del web. Anzi è forse il tema portante della rivoluzione digitale. Disintermediare significa scavalcare i tradizionali canali di distribuzione e vendita di un prodotto o di un servizio. In senso lato, sgretolare e ripensare un modello costituito.

Esattamente quello che internet ha fatto e continua a fare nei confronti di molti dei consolidati processi istituzionali, sociali e commerciali in auge fino al capolinea del XX secolo.

Lo sanno bene, ad esempio, gli editori e i giornalisti, un tempo gelosi plenipotenziari della filiera dell’informazione e oggi costretti a competere sui mutevoli e spesso infidi terreni degli user generated content, i contenuti creati ‘dal basso’ grazie alle reti sociali e ai potentissimi smartphone. Lo sanno bene gli operatori del turismo, in particolare le agenzie di viaggio, che si sono viste sottrarre il pane da sotto i denti da chiunque sia in grado di accendere un computer per prenotare direttamente con pochi clic la propria vacanza su misura.

E, per restare in tema di viaggi e alloggi, iniziano forse a preoccuparsi gli stessi albergatori: certamente beneficiati dalle piattaforme online specializzate come Booking, Trivago, Expedia – solo per citarne alcune – che hanno moltiplicato in modo portentoso le possibilità di contatto con gli utenti, ma oggi in agitazione di fronte alla minaccia dell’ospitalità fatta in casa offerta da Airbnb (magari ne riparleremo presto).

E tormentati, per usare un eufemismo, sono certamente i tassisti, ormai da tempo ufficialmente in guerra contro Uber, l’applicazione che nelle principali città di tutto il mondo (in Italia presente a Milano, Roma, Torino, Genova e Padova) consente di prenotare agevolmente un passaggio, low cost su utilitarie o su berline di lusso a seconda del target: il tutto senza scambio di contante (si paga direttamente Uber via carta di credito) e con il solito corollario di intriganti servizi accessori. “Como 079 in otto minuti” era il massimo dell’informazione che abbiamo sempre sperato di ottenere dalla cantilenante voce femminile del radio taxi, mentre grazie agli smanettoni americani riusciamo addirittura a seguire il percorso della vettura prenotata sulla mappa del telefonino mentre ci viene incontro.

uber

La App Uber

 

È questo uno degli esempi più emblematici dello scontro frontale e generazionale scatenato dalla disintermediazione del web. Ma come, io ho pagato cara la mia licenza, verso tasse e contributi allo stato e al sindacato, sto in giro tutto il giorno sperando di sbarcare il lunario in questi tempi di magra e adesso arrivano questi nerd da San Francisco senza uno straccio di autorizzazione e mi portano via i clienti? Le ragioni dei ‘tassinari’ non sono certamente campate per aria.

Al tempo stesso, tuttavia, non si può negare come l’esplosione di Uber sia servita a mettere in discussione cliché, malcostumi e la non sempre libera concorrenza che non di rado contraddistinguono la mobilità tramite le auto pubbliche. Senza dimenticare la praticità di fruizione dell’app, il concetto del tutto facile per tutti (o quasi) comune denominatore dell’era digitale.

A dispetto delle sentenze dei tribunali avverse e degli scontri di piazza – non solo da noi, l’app del ride sharing è ugualmente osteggiata in molti altri Paesi– Uber tira dritto per la sua strada e raddoppia: non più solo trasporto di persone, ma anche consegna delle merci, come pasti caldi e beni di lusso per gli amanti dello shopping online. In prima linea la succursale italiana della società californiana, che ha appena annunciato il lancio di UberPop (la versione low cost del servizio) a Roma in occasione dell’imminente Giubileo.

Tutto bene allora, se non fosse per quelle cariatidi dei tassisti del Vecchio Continente? Macché, di grane la startup del passaggio privato ne ha anche in casa propria: la Commissione per il lavoro della California ha recentemente accolto l’istanza di un autista americano affiliato ad Uber che ha chiesto di essere trattato come un dipendente, con i relativi diritti e i doveri, e non come un privato imprenditore. L’inizio della controrivoluzione?

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