La testimonianza dei profughi in Iraq

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Incontro con il prete caldeo padre Samir Yousif: «Al Papa ho chiesto di pregare per noi e di parlare con chi può giocare un ruolo per risolvere questa tragedia»

Estate bollente, quella dei profughi sistemati nel Kurdistan iracheno, nel nord del Paese prostrato da trent’anni di guerra (conflitto Iran-Iraq, attacco al Kuwait, due guerre del Golfo, dopo Saddam Hussein e infine Stato Islamico), dove si sono rifugiati in migliaia, tra cristiani, yazidi e musulmani non fanatici, dopo che l’Isis li ha costretti ad abbandonare le loro case a Mosul e nella piana di Ninive. “La temperatura ha raggiunto i 57 gradi e la sfida è stata acquistare condizionatori e frigoriferi per i profughi”, spiega il quarantenne padre Samir Yousif Khoury, ospite della parrocchia di San Pellegrino, a Reggio Emilia.
Laureato all’Università Gregoriana di Roma, ordinato presbitero nel 1999, padre Samir è il parroco di cinque villaggi – quello principale si chiama Enshke – facenti capo alla parrocchia di St. Shmony, nella diocesi di Amadiya-Duhok.

Il 26 agosto ha potuto parlare con papa Francesco alla fine dell’udienza generale, motivo per il quale è stato intervistato da Tv2000 e da Asianews: “Prima ho ringraziato il Santo Padre per il contributo che ha mandato affinché la Chiesa possa aiutare i profughi, cristiani e non solo. Poi gli ho chiesto di continuare a parlare di noi, perché il mondo non dimentichi la tragedia del popolo iracheno. Gli ho parlato della nostra vita quotidiana. Solo nella mia diocesi ospitiamo circa 5.000 famiglie cristiane, che sono 22.000 in tutto il Kurdistan iracheno, 3.000 yazidi fuggiti dall’Isis (quasi 600.000 nella regione), oltre a musulmani che vogliono un Iraq della convivenza. Gli ho chiesto di pregare per noi, di parlare con chi può giocare un ruolo per risolvere questa tragedia e di pensare come sia possibile per la nostra Chiesa locale continuare l’accoglienza.

Leggi tutta l’intervista di Edorado Tincani a padre Samir su La Libertà del 5 settembre

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