Incontri che lasciano il segno

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Stando a bordo campo si incontrano e conoscono tante persone. In ambito calcistico si dice che la fortuna di un calciatore la fa l’allenatore: se crede in te, ti porta con lui in ogni categoria, fino in serie A. Nel mio caso la fortuna è invece quella di incontrare tanti “calciatori” di passaggio. Chi come me allena i Giovanissimi infatti deve intendere questo mestiere come un “servizio”: metti i primi mattoni di quello che sarà il calciatore ma soprattutto l’uomo del domani.

Non posso pensare che la mia fortuna di allenatore sia legata a questo o quel giocatore. È più stimolante lavorare col materiale umano che ogni anno la mia società mi mette a disposizione. La sfida che ho con me stesso è che a prescindere da quella che sarà la loro carriera ci sia un piccolo mattone che abbiano appreso da me. Allora posso dirmi soddisfatto. Non si può essere dei validi “condottieri” se non si crede ciecamente nella propria squadra. Per essere seguito dai tuoi ragazzi, oltre ad essere autorevole (NON AUTORITARIO), devi anche fidarti ciecamente di loro o più semplicemente devi volergli bene. E prenderli per come sono. Senza sconti ovviamente.

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Nel mio cammino ho incontrato un giocatore davvero speciale e non me ne vogliano gli altri. Da questo ragazzino ho imparato tanto. Forse ho imparato più io da lui che lui da me. E non sto parlando del più bravo, né del mio preferito, né del più talentuoso. Ricordo che lui era quel classico giocatore alla Gattuso che non mollava mai. Piedi ruvidi, ma generosità tanta, infinita. La cosa che mi ha colpito è il coraggio di non mollare mai. Sia fuori che dentro il campo. Tipo tosto, non a caso faceva il terzino, uno di quelli che… non passi perché ti abbatto… e dovevi spiegargli che l’uomo va contrastato non abbattuto. Testone, eppure corretto. Sempre. Uno che se non si vinceva piangeva. Il classico uomo spogliatoio: ben voluto dai compagni, con un cuore enorme, che se tutti fossero così le squadre di calcio giovanili non avrebbero problemi. Ma ciò che più mi ha contagiato di lui è la sua passione per questo sport. Per la sua squadra del cuore.

Per lui il calcio è come vivere un grande amore: gioie, arrabbiature, ma mai tradire i colori della maglia. Per lui vivere il calcio significa respirare emozioni e sentire vicina, quasi appiccicata, quella persona che ora non c’è più. Quando mi ha detto che avrebbe smesso di giocare mi sono sentito un po’ così, frastornato. Eppure quando lo guardo negli occhi, gli stessi occhi grandi che aveva da piccolino, vedo ancora bruciare quella passione. Non a caso ora fa il mister pure lui… è bravo, e non poteva essere altrimenti.

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