Se il digitale ci chiude gli occhi

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Toc! toc! C’è qualcuno al di là del vetro? C’è qualcuno che sta leggendo queste righe davanti al monitor di un computer?
Allora se c’è qualcuno, e con pazienza riesce ad arrivare in fondo alla pagina, troverà la scritta: “per commentare la rubrica scrivi a ecc. ecc.”.
Quindi con un piccolo clic del mouse si può mettere nero su bianco il proprio commento, spero positivo, in ogni caso rivolto a stimolare un dialogo, ma soprattutto per farmi sapere se queste mie note vengono lette o sia il caso che io me le scriva sulla lavagnetta della cucina al posto del promemoria per il supermercato e borbottare qualcosa fra me e me quando ci passo davanti per caso.

Perdonatemi, sono in vena di sfoghi. Ed ecco che vi propino il secondo: non sopporto più i fotografi professionisti o i cosiddetti amatori evoluti che lavorano con le macchine digitali. Sì, va specificato perché ci sono alcuni ‘sfortunati’ che lavorano ancora con la pellicola. Non sopporto, dicevo, quando subito dopo aver scattato la fotografia accendono immediatamente il display, posto dietro la fotocamera, per guardare quello che hanno appena immortalato sul loro sensore.

Ma come, dico io, la scena ce l’hanno lì davanti agli occhi, gli è piaciuta e hanno deciso di fotografarla, l’hanno appena inquadrata attraverso il mirino e hanno appena deciso che cosa mettere e che cosa togliere.
Mi devono quindi spiegare il motivo per cui guardano per la terza volta quello che hanno appena fatto! Non riesco proprio a capire che cosa gli salti in mente, forse pensano a qualche magico folletto giapponese che nel trasferimento dal sensore alla scheda di registrazione faccia qualche magia per trasformare il loro scatto.

EvoluzioneFotografia

 

Tutto questo per dire che le nostre fotografie dobbiamo imparare a vederle con gli occhi, con la mente e con il cuore, proprio come diceva il nostro amico Henri Cartier-Bresson, soggetto nelle nostre note precedenti.

Con gli occhi, perché si deve imparare la pre-visualizzazione, cioè la capacità di vedere la nostra fotografia già stampata su carta prima di scattarla.

Con la mente, perché prima che sul sensore o sulla pellicola le immagini si formano nel nostro cervello, è lui che ci dice cosa mettere o cosa togliere dai soggetti delle nostre fotografie.

Con il cuore, perché è lui che ci fa scegliere su che cosa il nostro sguardo si debba fermare con maggior attenzione.

Come facevamo noi vecchi fotografi, nati e cresciuti con la pellicola, a non vedere i risultati se non dopo aver sviluppato i negativi e stampato dei provini? Come facevamo? Semplicemente stavamo più attenti alle nostre azioni – inquadratura, tempo e diaframma – e si faceva lavorare di più il cervello che non il nostro mouse attaccato a Photoshop. Come si può fare adesso? Basta mettere un po’ di scotch nero a coprire il display della nostra macchina digitale e vedere i risultati del nostro lavoro alcuni giorni dopo.

Provare per credere.

Per commentare la rubrica scrivi a giuseppemariacodazzi@laliberta.info 

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