Giobbe, enigma per ebrei e cristiani

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Perché parlare di Giobbe, personaggio scomodo sia alla tradizione cristiana sia alla tradizione ebraica (infatti le due comunità si sono da subito divise, su chi lo ha amato e su chi lo ha contestato)? Per duemilacinquecento anni ha affascinato, intrigato e sconvolto le coscienze di chi ha avuto la ventura di imbattersi nel suo Libro. Ma a parere di quasi la totalità degli esegeti moderni, nonostante la difficoltà che il testo presenta, Giobbe ci ha fatto conoscere la reazione dell’uomo al dolore, alla sofferenza indicibile, alla delusione provata nei confronti dei tre amici venuti a consolarlo e anche nel riguardo della moglie. Rimanendo sempre un uomo di fede, nonostante tutto. San Girolamo, nel suo prologo a Giobbe – in Biblia Sacra cum Glossa Ordinaria, Tomus tertius, 12 – scriveva: “Spiegare Giobbe è come tentare di tenere tra le mani un’anguilla o una piccola murena: più forte si preme, più velocemente sfugge di mano” 1. Il libro è considerato universalmente come uno dei capolavori della letteratura mondiale. L’esperienza vissuta da Giobbe non è ebraica, ma universale, senza questioni di razza, di religione e di cultura 2. Il libro di Giobbe si trova nella terza sezione della Bibbia ebraica, nei Ketuvim – gli Scritti o Agiografi.
Gli Agiografi sono tredici libri del TaNak 3 (Bibbia ebraica) e comprendono scritti di varie categorie, i Salmi, i libri sapienziali e libri storici. Il libro di Giobbe è uno dei più lunghi di tutta la Bibbia: comprende 42 capitoli, di cui i primi due in prosa, che costituiscono il prologo, e dal capitolo 3 al capitolo 41 in poesia, ed infine il capitolo 42 in prosa, che costituisce l’epilogo. Per la datazione del libro gli studiosi sono quasi tutti concordi nel collocarlo tra la metà del V e il III secolo A.E.V., in epoca post-esilica, questo perché per gli studiosi c’è una dipendenza diretta con il libro di Geremia, e per la presenza del Satan, figura molto tarda della tradizione biblica.

Leggi la prima parte dell’intero articolo di Luigi Rizzo su La Libertà del 18 luglio

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