Il silenzio

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“Tutte le parole si esauriscono e nessuno è in grado di esprimersi a fondo” (Qo 1,8)
In un primo momento, la lettura di questo versetto del libro di Qoelet mi aveva fatto pensare di assolvere al compito affidatomi limitandomi a inviare al giornale una pagina bianca con l’esortazione ai lettori di osservarla in silenzio, lasciandosi conquistare dal silenzio e, per qualche minuto, abitare con esso nelle profondità di se stessi.
E poi, sinceramente, considero un controsenso “parlare” del silenzio, che è soprattutto “evento”, fondamentale per la nostra vita interiore.
Il grande poeta cattolico Clemente Rebora così descrive il suo incontro con la fede: “Quasi maestro agli altri mi porgevo; / ma qualcosa era dentro me severo: / Ferma il mio dire, se non dico il vero. / La Parola zittì chiacchiere mie”.
Il silenzio predispone, quindi, all’ascolto. È spazio che lo rende possibile, è accoglienza degli altri, degli eventi della vita, di Dio, senza alcuna pretesa di dominio e, quindi, senza violenza. È condizione necessaria per potersi mettere in cammino verso orizzonti nuovi e avanzare verso una meta “più alta”, non effimera, posta all’interno di noi stessi e degli altri. È il procedere verso un traguardo posto nella profondità della nostra storia, che non abbiamo il diritto di osservare con sguardo superficiale. È la possibilità di una vita meditativa. È possibilità di vivere in una dimensione di libertà, che permette di operare delle scelte, per poi assaporare e vivere la vita “dal di dentro”.

Leggi l’intera testimonianza sulla rubrica “Anno della vita consacrata” su La Libertà del 27 giugno 2015

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