Grande successo per “Bassa Continua – Toni sul Po”

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Non è facile dire con le parole cosa è stato l’evento teatrale “Bassa Continua – Toni sul Po” che dal 21 al 24 maggio ha riempito strade, piazze e golena di Gualtieri e Guastalla oltre che il padiglione Lombroso dell’istituto San Lazzaro di Reggio Emilia.

Si è trattato di un vero e proprio “colossal” teatrale che ha fatto rivivere il pittore Antonio Ligabue attraverso il racconto dei contesti in cui si è svolta la sua vita. Lui, quasi un fantasma che attraversa di corsa piazze e balere, boschi e celle di contenzione, diventa il testimone di un mondo urbano e rurale che lo ha rifiutato e accolto nello stesso tempo.

Il suo arrivo in Italia nel periodo fascista descritto magistralmente dalle coreografie di Mario Coccetti accompagnate dalle percussioni dei tacchi e delle mani in un ritmo ossessivo reso via via più drammatico dalla eco naturale del cortile di Palazzo Ducale di Guastalla, seguito dal ricordo della guerra tra sirene antiaeree e boati di esplosioni durante il percorso in pullman verso Gualtieri dove guardiani Kapò chiudono i finestrini e tengono il silenzio sparando la luce delle torce sul volto degli spettatori. E poi gli anni 50 con la televisione di Lascia o raddoppia e l’avanspettacolo (con la frizzante Paola Roscioli e le belle voci di Alessia Martegiani e Lara Puglia). E ancora il cinematografo con il Tarzan di Weismuller che il Toni accompagnava dai palchi emettendo i ruggiti di leoni e tigri. E una struggente canzone, scritta da Vanni Crociani proprio per lo spettacolo e cantata da Gabriele Graziani cui fanno da sfondo le scene in bianco e nero di languidi baci che il pittore osserva con malinconia e abbandono, proiettate sui mattoni del teatro di Gualtieri. E poi lo splendido monologo affidato a Toni/Lorenzo Ansaloni sulla piena del 51.

Se tutto questo era nel percorso della città, ancora più difficile è descrivere la magia della golena di notte con i danzatori/animali che si aggirano a quattro zampe tra i pioppi e poi lo scorcio di balera in cui un trio di splendide e sguaiate prostitute felliniane (Micaela Casalboni, Alice Melloni e Silvia Lamboglia) istruisce tutti sull’arte della seduzione. Quindi il percorso continua con  il monologo dello specchio recitato dal Toni / Marco Cavalcoli su una chiatta che lentamente si avvicina agli spettatori sull’acqua ferma dell’Isola degli internati coperta di piumini e di accenni di vapori e incorniciata dai rami dei salici.

Un breve tratto nel bosco nero pieno di lucciole (vere!) e poi l’altra meraviglia della viola di Danusha Waskiewicz ( prima viola della Berliner Filarmoniker) che da un’altra postazione sull’acqua mischia la melodia della voce a quella dello strumento trasformando un lamento iniziale dapprima in rabbiosa aggressione e poi in canto soave.

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Non meno emozionante il percorso nel manicomio San Lazzaro in cui gli spettatori sono accolti da matti che si mischiano al pubblico ripetendo gesti e parole ossessive o che penzolano con braccia e gambe dalle grate delle finestre del primo piano. Di seguito, dopo l’inquietante anamnesi/biografia di Ligabue fatta da un medico che porta sul camice bianco una giacca di pelle nera di sapore vagamente nazista, il pubblico viene diviso in piccoli gruppi da dieci persone e racchiuso nelle celle di contenzione insieme a vari strumenti di “tortura/ terapia” e ad un Toni, lucido ma drammaticamente confuso dai farmaci, che cerca faticosamente le parole per descrivere se stesso, il suo dolore e la consolazione che gli viene dall’amore per gli animali in cui si identifica tramite il disegno.

All’uscita dalle celle, in un cortile retrostante, una nuova coreografia degli allievi di Progetto Danza ritma col rumore della ghiaia strisciata sotto i piedi, i movimenti contorti degli stessi matti che hanno accolto gli spettatori all’arrivo e il scorta fino ai pullman che tornano nella piazza di Gualtieri. Durante il percorso i finestrini sono oscurati e l’attenzione è totalmente catturata dai documentari girati negli anni 60 dalla RAI che mostrano il vero Ligabue.

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A Gualtieri c’è la geniale trovata del gran finale in cui i tre gruppi di spettatori provenienti da tre ingressi differenti arrivano al centro della piazza preceduti ognuno da una banda che suona il brano finale di “Otto e mezzo” trasformandolo, via via, in marcia funebre.

Infine, sulle note di una vera marcia funebre, ecco che, dal quarto ingresso alla piazza  arriva Toni/ Mario Perrotta seduto su una bara portata a braccia da 12 uomini. Dall’alto di questo pulpito viene il monito finale dal testo di “Un bès” che viene siglato dal canto delle tre voci femminili e della viola di Danusha Waskiewicz che dominano la piazza dal terrazzino della torre dell’orologio e lasciano in tutti un commosso groppo alla gola.

Perrotta, con questa titanica produzione non ha solo parlato di Ligabue uomo e artista, ha anche interpretato i nostri luoghi come scenografie che invece di restare sullo sfondo si fanno protagoniste del racconto stesso, svelando come l’essenza del sentire di questo pittore venga da un suo profondo e ancestrale rapporto con l’ambiente e la natura.

Questo lavoro gigantesco ha coinvolto moltissimi ottimi attori, ma anche tante risorse musicali e artistiche del nostro territorio che sono state valorizzate in un progetto corale vissuto da tutti con grande ed emozionante passione.

Chiunque abbia partecipato a questo progetto, sia esso attore, o danzatore o tecnico o  spettatore, si è portato a casa qualcosa di grande, magico e indimenticabile.

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