“Mathilda Dei Gratia”: storia di un mito

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“Mathilda Dei Gratia”: Sabato 16 maggio a Marola e a Carpineti il convegno di studi nel 900° della morte di Matilde di Canossa

Il senso del convegno di studi sulla Contessa Matilde (“Mathilda Dei Gratia”) che la Diocesi di Reggio Emilia – Guastalla propone, unitamente al Comune di Carpineti, nella giornata di sabato 16 maggio nell’ex Seminario Marola e al Castello di Carpineti, può apparire di non immediata intuizione. Il tema generale (“Matilde: storia, cultura e territorio”) e gli argomenti delle singole relazioni sembrano, a prima vista, un po’ slegati. Se, però, si parte dalla ricerca di un senso generale di quello che Matilde è stata nel contesto della cultura e della storia italiana ed Europea, e in particolare nello sviluppo della storia del Papato e della Chiesa, e dell’impronta che il suo dominio ha lasciato nel nostro territorio, allora il contributo del convegno può risultare più chiaro e, per molti versi, anche nuovo.

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Il programma del convegno

Anzitutto, non può sfuggire, a chi legga anche solo il titolo dell’intervento della professoressa Tiziana Lazzari (“Matilde e il potere delle donne”), la modernità dell’approccio: Matilde non fu la prima donna di straordinario potere, nel Medio Evo e in particolare nei secoli XI-XII; anzi, molte erano state, anche nei secoli precedenti, le mogli e figlie di re e signori che si erano trovate ad esercitare un ruolo di primo piano nel gestire ampi domini, cospicui patrimoni, abbazie e monasteri…; ma la nostra Contessa fu senza dubbio la prima ad assumere in prima persona, come tale e non per vincoli di parentela, il ruolo e la carica di feudataria imperiale e di vera sovrana di un vasto territorio. Questa dimensione “femminile” (al di là dei i fuorvianti studi di questi ultimi anni su una  Matilde “femminista” ante litteram) merita di essere colta nella sua peculiarità, in un tempo in cui il ruolo della donna era non solo subalterno, ma spesso nascosto.

La seconda osservazione può venire dal titolo che i curatori del convegno hanno scelto: “Mathilda Dei Gratia”. È molto noto il monogramma con cui Matilde firmava molti dei suoi documenti: “Mathilda Dei gratia, si quid est” (“Se Matilde è qualcosa, lo è per grazia di Dio”). C’è qui, da parte di Matilde, la consapevolezza di una innegabile grandezza: lei per prima sa e proclama di “essere qualcosa”, di contare molto nel panorama delle vicende politiche ed ecclesiastiche del suo tempo. Ma c’è anche il riconoscimento di un merito che non le appartiene: la sua grandezza è soprattutto grazia di Dio. Vale la pena, allora approfondire non solo il suo legame con la fede e con la Chiesa, la sua fedeltà al Papa e alle sue sorti, sostenuta da ragioni spirituali e ideali, prima che politiche e di potere, ma anche quegli aspetti della cultura del suo tempo che l’hanno portata a sostenere e addirittura fondare chiese e monasteri (fra cui quelli di Canossa e di Marola). Ora, non c’è dubbio che abbazie e vescovadi fossero, a loro volta, importanti centri di potere. Ma per Matilde essi dovevano essere, prima ancora, centri nevralgici della riforma voluta da Papa Gregorio VII, luoghi privilegiati di una rinascita senza dubbio spirituale e morale, ma anche culturale, che da essi doveva irradiarsi in tutta la Chiesa. Da questo punto di vista, essa fu molto consapevole dell’importanza di quel pensiero teologico che, dal tempo dei Padri della Chiesa, faticava a trovare nuovi sviluppi. Per questo è importante il contributo del professor Antonio Petrucci sugli sviluppi del pensiero filosofico che, rimasto pressoché inaridito dai tempi di sant’Agostino e di Boezio, proprio in quei decenni dell’XI secolo stava riprendendo slancio nei monasteri (quando ancora le università non esistevano), anticipando e gettando le basi di quella che sarebbe poi stata la teologia scolastica.

Di questa grandezza di Matilde furono consapevoli già i contemporanei. La sua figura – partirà da qui il contributo del professor Glauco Maria Cantarella – fu esaltata e mitizzata fin dai suoi ultimi anni di vita, a partire dallo storico ufficiale della sua dinastia, Donizone di Sant’Apollonio. Poi il mito si ampliò fino ai secoli della Controriforma, per giungere all’esplosione fra Otto e Novecento, con le enfatizzazioni del Risorgimento e dell’Italia unita (Matilde come simbolo della lotta contro l’oppressione germanica), per giungere a questi ultimi decenni fra XX e XXI secolo e a quella che lo stesso Cantarella chiama “l’odierna avviata e fiorente industria turistica”, quella dei cortei storici e delle ricostruzioni folcloristiche. Tanto che, se non si resta legati a rigorosi studi storici sulla sua figura e sul suo tempo, può addirittura nascere il dubbio che quanto si dice di Matilde sia in gran parte frutto di ricostruzioni mitologiche, e per questo infondate.

C’è poi un ultimo aspetto che il convegno intende ripercorrere: quello del radicamento di Matilde nel nostro territorio, a partire da quella rete di castelli e di torri, di pievi e di decanati, di abbazie e di monasteri che hanno dato alle nostre terre alcuni dei loro tratti più caratteristici. Da qui la scelta di collocare il convegno stesso nell’ex Abbazia di Marola (al mattino) e al Castello di Carpineti (al pomeriggio), centro nevralgico del sistema di difesa politico-militare del regno matildico. Toccherà agli architetti Francesco Lenzini e Maria Cristina Costa illustrare l’evoluzione storica e strutturale del Castello dalla fondazione (secolo X) fino al suo abbandono (secolo XVIII), in rapporto al ruolo che esso ebbe nelle vicende politiche e militari del tempo di Matilde e dei secoli successivi.

Agostino Menozzi

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