La Croce: Mistero, non enigma

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L’omelia di Monsignor Massimo Camisasca nella liturgia della Passione del Signore – Basilica di San Prospero, Reggio Emilia, venerdì 3 aprile

Cari fratelli e sorelle,

la memoria della passione e morte di Gesù, nostro Signore, ci riempie di silenzio e di commozione.

Di silenzio, perché la sua donazione disarmata, senza riserve, piena di luce, fa scomparire tutte le nostre parole oziose. Esse ci appaiono piccole, i nostri pensieri ci appaiono corti. Gesù che muore in croce per noi ci fa avvertire il peso reale di ogni gesto e di ogni cosa.

Ma ci commuove anche, e infonde in noi la certezza di un legame che non ci potrà mai esser tolto, di un rapporto così vero che non ha avuto paura di attraversare anche la morte. È per questo che il brano della lettera agli Ebrei, che sapientemente la Chiesa ha inserito in questa liturgia, ci esorta ad accostarci con piena fiducia al trono della grazia per ricevere misericordia e trovare grazia (Eb 4,16).

Cari fratelli e sorelle, davanti alla morte di Cristo ogni nostra paura, ogni nostra timidezza, ogni nostro tentennamento vengono meno. Siamo stati comprati a caro prezzo (cfr. 1Cor 6,20; 7,23)! Il sangue di Cristo è il prezzo del nostro riscatto, della definitiva liberazione dalla nostra solitudine esistenziale. Non c’è distanza, scoraggiamento, timore che la croce di Cristo non abbia sanato. Nessun nostro male sarà mai più grande del suo amore per noi. Cristo è entrato nelle pieghe più nascoste della nostra vita e della nostra impurità. Non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze – ci ha ricordato ancora l’autore della Lettera agli Ebrei – essendo stato egli stesso messo alla prova in ogni cosa come noi (Eb 4,15).

Tutte le filosofie e le religioni nascono dal desiderio di esorcizzare la morte. Essa sta davanti a noi come un interrogativo ultimamente insoluto. Se noi siamo fatti per la vita perché la morte? Se siamo fatti per la felicità perché il dolore della separazione e del sacrificio? Se siamo fatti per la comunione perché la divisione, l’invidia, la rottura dei rapporti che ci costituiscono?

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Un’immagine della Via Crucis 2014

L’evento della passione e morte di Gesù – che questa sera viviamo in modo solenne, ma che riaccade ogni volta che celebriamo il sacrificio eucaristico – entra proprio dentro questi interrogativi radicali, nelle domande che l’uomo di ogni tempo e di qualsiasi latitudine, indipendentemente dalla sua condizione, dalla sua fede e dalla sua cultura, ha avvertito e avverte vivi in fondo al suo cuore.

Per entrare nella luce con cui la celebrazione di questa sera rischiara tali interrogativi, lasciamoci condurre ancora dalla Lettera agli Ebrei che è stata proclamata: abbiamo un sommo sacerdote grande, che è passato attraverso i cieli (Eb 4,14).

Nel cuore della liturgia che ci fa contemplare la morte di Cristo, mentre si fa buio su tutta la terra (cfr. Mc 15,33), la Chiesa ci introduce nel bagliore della resurrezione. Non è possibile, infatti, separare la morte in croce di Gesù dalla sua resurrezione. Esse costituiscono un unico movimento nel quale un evento illumina l’altro. Anche il profeta Isaia ci aiuta a entrare in questo mistero di unità tra morte e vita: Ecco, il mio servo avrà successo,
sarà onorato, esaltato e innalzato grandemente… Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce…
Io gli darò in premio le moltitudini,
dei potenti egli farà bottino,
perché ha spogliato se stesso fino alla morte
ed è stato annoverato fra gli empi,
mentre egli portava il peccato di molti
e intercedeva per i colpevoli (Is 52,13; 53,11-12).

Dunque la morte non è la parola definitiva. Essa è semplicemente una condizione per l’affermarsi della vita.

La nostra esistenza è un cammino di trasformazione dall’uomo vecchio all’uomo nuovo. In questo cammino il sacrificio e la morte costituiscono una porta d’accesso misteriosa alla pienezza della vita. Misteriosa, ho detto, non enigmatica. La morte, infatti, con la croce e la resurrezione di Cristo, non è più un enigma. Gesù l’ha riempita di significato e ne ha fatto l’espressione più grande dell’amore.

Così la morte – e mi riferisco innanzitutto alla morte quotidiana, ai sacrifici piccoli o grandi che ogni giorno ci sono chiesti per uscire dai nostri egoismi e aprirci alla volontà di Dio – diventa strada della vita, via per imparare ad amare come Gesù, itinerario di conversione dell’amore.

Scrive a questo proposito don Giussani: «se il sacrificio è accettare le circostanze della vita, come accadono, perché ci rendono […] partecipi della morte di Cristo, allora il sacrificio diventa la chiave di volta di tutta la vita […], ma anche la chiave di volta per capire tutta la storia dell’uomo. Tutta la storia dell’uomo dipende da quell’uomo morto in croce, e io posso influire sulla storia dell’uomo − posso influire sulla gente che vive in Giappone adesso, sulla gente che sta in pericolo sul mare adesso; posso intervenire ad aiutare il dolore delle donne che perdono i figli adesso, in questo momento −, se accetto il sacrificio che questo momento mi impone» (L. Giussani, Si può vivere così?, Rizzoli, pp. 389−390).

Chiediamo a Gesù di allargare il nostro cuore, di lasciarci commuovere e convertire dal suo amore per noi.

Amen.

 

+ Massimo Camisasca

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