Ruini ricorda il vescovo Socche

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L’omelia del cardinale Camillo Ruini nel 50° della morte del vescovo Socche.

Cattedrale di Reggio Emilia, 16 gennaio 2015-

Sono passati esattamente cinquant’anni da quando il Vescovo Beniamino è morto in maniera improvvisa, il 16 gennaio 1965, a Pietra Ligure dove stava trascorrendo qualche giorno di riposo. Di lui pertanto molti di noi non hanno memoria diretta. Non così per me, che sono diventato sacerdote durante il suo episcopato reggiano e da lui sono stato ordinato diacono. Da lui sono stato nominato insegnante di filosofia in seminario e assistente dei laureati cattolici. Ma il mio ricordo, forte e scolpito, risale a vari anni prima, agli inizi del suo ministero a Reggio. Erano anni molto difficili, perché Mons. Beniamino è stato trasferito a Reggio, da Cesena dove era già Vescovo, il 13 febbraio 1946 ed è entrato nella nostra diocesi il 12 maggio dello stesso anno. La guerra era finita da poco ma le violenze e gli omicidi continuavano. Fu questa la prima, gravissima sfida con la quale il nuovo Vescovo dovette misurarsi, in particolare per l’uccisione di Don Umberto Pessina, parroco di San Martino di Correggio, avvenuta un mese dopo il suo ingresso in diocesi. Mons. Socche fu pienamente all’altezza del compito, le sue parole, scandite dai colpi del pastorale che batteva sul pavimento di questa Cattedrale, ebbero una grandissima eco in tutta Italia e anche all’estero e rappresentarono uno spartiacque: con Don Pessina infatti si arrestò lo stillicidio dei sacerdoti uccisi, come Mons. Socche aveva preteso con tutta l’energia della sua fede e del suo amore all’Italia e alla Chiesa.

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Monsignor Beniamino Socche

Non si trattava però soltanto di difendere i sacerdoti. In buona parte d’Italia, e a Reggio in particolare, il comunismo ateo minacciava di cancellare sia la libertà sia la fede e la pratica cristiana del nostro popolo. Il Vescovo Beniamino ne è stato lucidamente consapevole e ha aiutato molti ad acquisire la medesima consapevolezza. Lo ha fatto con la preghiera, con la predicazione, con il coraggio della testimonianza personale. Era innamorato di Maria Santissima, Madre del Verbo di Dio fatto uomo, e la grande iniziativa di preghiera che assunse nei primi anni del suo episcopato reggiano fu un pellegrinaggio mariano, con la statua della Madonna Pellegrina portata in processione in tutte le parrocchie della diocesi. Ricordo bene, per averne fatto parte a Sassuolo, la quantità di persone, anche non praticanti regolari, che vi furono coinvolte e l’intensità della loro partecipazione. E’ stata, anche per me allora studente liceale, un’occasione di crescita nella fede e di pubblica testimonianza.

In realtà, quando arrivò a Reggio come Vescovo, Mons. Socche aveva già maturato una grande esperienza pastorale, non soltanto per i sette anni del suo episcopato a Cesena, dal marzo 1939 al febbraio 1946, ma per i ventisei anni del suo servizio sacerdotale nella diocesi di Vicenza, dove era nato nel 1890. Un servizio che lo ha portato ad essere amatissimo Arciprete della grande parrocchia di Valdagno: fino alla fine, il Vescovo Beniamino è rimasto anzitutto un autentico ed esemplare prete veneto. Di questo tipo di prete aveva il dinamismo missionario e la certezza del proprio ruolo in ogni ambito della vita sociale: un simile atteggiamento poteva procurargli, qui a Reggio, qualche incomprensione e qualche contrasto, ma è stato quanto mai ricco di fecondità apostolica.

Ruini

Il cardinale Ruini durante l’omelia

In concreto, Mons. Socche affrontò ben presto il problema della sede del Seminario diocesano che, a parte il Seminario della montagna a Marola, aveva una sistemazione insufficiente ad Albinea: allora infatti i seminaristi erano davvero tanti. Alla diocesi e a ciascuna parrocchia fu chiesto un notevole sforzo economico, che suscitò comprensibili malumori e resistenze, ma nel giro di pochi anni il nuovo edificio di Reggio fu realizzato in gran parte e cominciò a funzionare, se ben ricordo, già nel 1954. Lì ho abitato per sedici anni e ho insegnato per ventinove, fino a quando sono stato chiamato a Roma come Segretario della CEI. Anche la formazione permanente del clero era una preoccupazione costante di questo grande Vescovo. Ricordo che non esitava a telefonare personalmente a quei sacerdoti che mancavano all’incontro mensile del giovedì. Ma non minore era il suo impegno per la promozione dell’apostolato dei laici. Quando, nel 1966, un anno dopo la morte di Mons. Socche, Mons. Baroni mi designò a succedere a Mons. Alistico Riccò come Delegato Vescovile dell’Azione Cattolica, questa contava trentatremila iscritti, quasi un abitante su dieci, in una diocesi che allora non comprendeva Guastalla. E l’Azione Cattolica, era, in effetti, un fondamentale ambiente di formazione cristiana e il veicolo di una presenza capillare che animava la vita delle parrocchie e le rendeva capaci di una presenza efficace nella società civile e in ogni articolazione del territorio. In quegli anni la nostra provincia, come tutta l’Italia, era ancora ricca di bambini, ragazzi e giovani. Il Vescovo Beniamino conosceva bene i loro interessi e le loro esigenze, diede quindi un grande impulso al Centro Sportivo Italiano, lo CSI, e sostenne la creazione degli oratori nelle parrocchie. Ebbe, ugualmente, costante attenzione alla scuola e alla presenza in essa, oltre che dei sacerdoti per l’insegnamento della religione, delle associazioni professionali dei maestri e dei professori cattolici, l’AIMC e l’UCIIM. Fece nascere il settimanale diocesano La Libertà, per dare alla Chiesa di Reggio un organo di informazione e di collegamento ma anche una voce pubblica.

Questa notevolissima serie di iniziative pastorali era accompagnata da una capillare presenza personale: Mons. Socche ha visitato con assiduità tutte le parrocchie della diocesi, si è speso nella predicazione come nell’amministrazione dei sacramenti e nel contato con la gente. Alla radice di tanta dedizione c’era senza dubbio una vita di intensa preghiera, che alimentava una fede granitica e profonda e un amore genuino di Dio e del prossimo. Il Vescovo Beniamino era uomo di forte temperamento, molto sensibile e perciò capace di soffrire e anche di irritarsi e di sdegnarsi. Ma ancora più capace di perdonare e di riconciliarsi. Aveva un’idea molto alta della figura e della missione del Vescovo e di queste pretendeva il rispetto, così come riteneva essenziale, specialmente nei sacerdoti, la virtù dell’ubbidienza. Ma era tutt’altro che un presuntuoso: il suo stile di vita era molto semplice e umile. Si affezionava profondamente alle persone che gli erano vicine o che gli mostravano attenzione e amicizia.

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La tomba del vescovo Beniamino Socche

Come ciascuno di noi, il Vescovo Beniamino è stato un uomo del proprio tempo: un tempo, socialmente, politicamente, culturalmente ed anche ecclesialmente ormai lontano dal nostro. In concreto, il tempo che ha preceduto la grande novità del Concilio Vaticano II. Perciò alcuni aspetti dell’episcopato di Mons. Socche oggi appaiono francamente anacronistici, ma è anche giusto riconoscere che nei suoi anni, e per suo impulso, sono state possibili e diffuse realtà e valori che oggi purtroppo scarseggiano.

Non è questo comunque il criterio in base al quale dobbiamo apprezzare, nella sua vera sostanza, il grande dono che il Signore ha fatto alla nostra diocesi nella persona e nell’episcopato di Beniamino Socche. Cambiano le situazioni e i contesti storici ma rimangono sempre la fede, la speranza e l’amore che Gesù Cristo ha portato nel mondo. Di queste virtù cristiane e teologali è vissuto il Vescovo Beniamino e di esse ha intessuto i diciannove anni del suo ministero reggiano. Perciò oggi la Chiesa di Reggio Emilia-Guastalla, il suo Vescovo Massimo, i Vescovi emeriti Adriano e Paolo, il clero e i fedeli e anch’io che sono uno dei suoi figli, lo ricordiamo con gioia e gratitudine a Dio. Qui vorrei ricordare, insieme con lui, il Vescovo Eduardo Brettoni, suo immediato predecessore, e il Vescovo Gilberto Baroni, suo diretto successore. E vorrei ricordare anche i suoi due segretari, Don Dorino Conte, vicentino, uomo di fede che tra l’altro ha aiutato mio padre a trovare un più forte e convinto legame con Dio, e Don Gildo Beggi, tipico prete reggiano di grande schiettezza e generosità, che ha favorito moltissimo il legame reciproco tra il Vescovo Beniamino e la sua diocesi: da Don Gildo, quando sono diventato Vescovo, ho ricevuto in dono questo pastorale, che è quello di Mons. Socche.

Beniamino Socche ha creduto con tutto se stesso all’amore di Cristo per noi, un amore da cui, come ha scritto San Paolo, nemmeno la morte potrà separarci. Intimamente unito alla Vergine Maria, ha condiviso la certezza di Marta che rispose a Gesù, riferendosi al proprio fratello Lazzaro: “So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno”. Perciò, mentre rinnoviamo l’affidamento al Signore della sua anima, chiediamo al Vescovo Beniamino di ottenere per la Chiesa che è stata sua quel coraggio della fede e quell’amore generoso e instancabile di cui egli ci ha lasciato una non dimenticata testimonianza.

 

+ Camillo Ruini

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