Concordi e uniti, invocando il Nome dell’Eterno

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Relazione integrale dell’intervento di Luigi Rigazzi al convegno “Invocheremo il Nome dell’Eterno concordemente uniti. Prospettive sul re-incontro tra ebrei e cristiani” tenutosi a Salerno dal 24 al 26 novembre 2014:

 

PREMESSA

Sin dall’inizio del XX secolo, prima con timidi approcci, e subito dopo il Concilio Vaticano II, con più determinazione, l’attenzione al dialogo interreligioso si fa strada presso eminenti personalità del mondo ebraico, come Claude G. Montefiore (1858-1938), insigne studioso inglese, che a cavallo del secolo scorso pubblicò in Inghilterra un commento ai Vangeli da un punto di vista ebraico.

Nel 1922 un’altro esponente del mondo ebraico, Joseph Klausner (1874-1958), uno storico israeliano di origine lituana, Redattore capo dell’Encyclopedia Judaica, pubblicò un testo in ebraico dal titolo “Gesù di Nazareth”, tradotto poi in inglese, in francese e tedesco, che in un passo afferma: Gesù di Nazareth era esclusivamente un prodotto della Palestina, un prodotto del giudaismo puro, senza alcuna aggiunta estranea.

Ma forse uno degli autori che più hanno contribuito  a rendere consapevoli i cristiani del problema ebraico fu Jules Isaac (1877-1963). Quando la sua famiglia scompare nell’inferno della Shoah, subito lui, ebreo assimilato, si interroga sul “perché”, ed inizia a scandagliare il Nuovo Testamento, rilevando che i  Vangeli non contengono passi antigiudaici, ma che Gesù si è mosso sempre nell’ambito dell’ebraismo del suo tempo, e le discussioni erano sempre interne alla comunità giudaica, e arriva alla conclusione che a tradire i Vangeli è stata una lettura errata fatta dalla Chiesa. Egli pubblica nel 1948 il suo “Jésus et Israël” e il 16 ottobre 1949, durante un’udienza pubblica, ha un breve incontro con Pio XII a Castel Gandolfo, in cui lascia il testo dei 10 punti di Seelisberg,  che il Papa non conosceva e che promette di leggere. L’incontro più importante della sua vita è quello con Giovanni XXIII del 13 giugno 1960. Viene ricevuto in un’ udienza privata di 20 minuti, al termine della quale consegna al Papa un Dossier chiedendo se può nutrire qualche speranza. Il Papa gli  risponde: “Vous avez droit à plus que de l’espoir (Lei ha diritto a più di una speranza)”, e dà incarico al Cardinale Bea di affrontare l’argomento degli ebrei. Giovanni XXIII muore il 3 giugno 1963, Jules Isaac tre mesi dopo. Né l’uno né l’altro hanno avuto la gioia di assistere alla pubblicazione di Nostra Aetate.

Un altro grande pensatore ebraico che si interesso alla figura di Gesù fu Schalom Ben-Chorin, teologo tedesco, (1913 / 1999), con il suo “Fratello Gesù. Un punto di vista ebraico sul Nazareno”. Infine e non per ultimo, David Flusser (1917 / 2000), con il suo “Jesus” pubblicato nel 1968. È significativo un episodio accaduto a Flusser nel 1986 durante la visita in Spagna di una delegazione israeliana di cui faceva parte lui stesso. Visitando il Museo di Madrid, la delegazione si trovò davanti ai ritratti di Isabella e Ferdinando. L’imbarazzo degli illustri ospiti israeliani, compreso lo stesso Flusser,  fu enorme, i fatti del 1492 erano lì a testimoniare la responsabilità, dell’espulsione degli ebrei dalla Spagna da parte della coppia regale. Flusser si allontana dalla delegazione si pone davanti ai ritratti di Isabella e Ferdinando, si inchina e dice: “Scusate Maestà se sono ritornato”.

Oggi in Israele e nel mondo ebraico Gesù è una delle figure più studiate. Noi cristiani dobbiamo stare molto attenti  e meditare su cosa dice Nostra Aetate al paragrafo 4: Scrutando il mistero della Chiesa, il sacro Concilio ricorda il vincolo con cui il popolo del Nuovo Testamento è spiritualmente legato con la stirpe di Abramo. La Chiesa di Cristo infatti riconosce che gli inizi della sua fede e della sua elezione si trovano già, secondo il mistero divino della salvezza, nei patriarchi, in Mosè e nei profeti.  Essa confessa che tutti i fedeli di Cristo, figli di Abramo secondo la fede (6), sono inclusi nella vocazione di questo patriarca e che la salvezza ecclesiale è misteriosamente prefigurata nell’esodo del popolo eletto dalla terra di schiavitù. Per questo non può dimenticare che ha ricevuto la rivelazione dell’Antico Testamento per mezzo di quel popolo con cui Dio, nella sua ineffabile misericordia, si è degnato di stringere l’Antica Alleanza, e che essa stessa si nutre dalla radice dell’ulivo buono su cui sono stati innestati i rami dell’ulivo selvatico che sono i gentili.Questo sta a significare che il problema lo abbiamo creato noi, accusandoli di deicidio, di non aver voluto riconoscere il messia, e forti della teologia della sostituzione, li abbiamo ghettizzati, perseguitati, affermando per duemila anni, che erano reietti e lontani da Dio.

Noi cristiani dobbiamo sapere che, quando parliamo di ebraismo e di ebrei,  ci rivolgiamo ad un mondo molto variegato e composito, e che quasi ognuno risponde per se  stesso. Io frequento gli ebrei da più di quarant’anni, sono amico fraterno di moltissimi di loro, Rav Laras è stato il presentatore del mio libro sull’Esodo con una Lectio Magistralis. Amos Luzzatto ha fatto la prefazione allo stesso libro, Paolo De Benedetti al libro sulla Genesi. Ma so anche che il loro  impegno nel dialogo ebraico-cristiano è soltanto a titolo personale. La Chiesa, invece, ha il dovere di riconoscere i suoi errori e cercare di recuperare il patrimonio  interpretativo delle Sacre Scritture che avevamo disperso come Chiesa.E dobbiamo ricordare quanto ha affermato  la Pontificia Commissione per le Relazioni Religiose con gli Ebrei (1985) Sussidi per una corretta presentazione degli ebrei ed ebraismo nella predicazione e nella catechesi della Chiesa Cattolica, che al paragrafo:

III – Radici ebraiche del Cristianesimo, dichiara:

  1. Gesù è ebreo e lo è per sempre; il suo ministero si è volontariamente limitato “alle pecore perdute della casa d’Israele” (Mt. 15,24). Gesù è pienamente un uomo del suo tempo e del suo ambiente ebraico palestinese del I secolo, di cui ha condiviso gioie e speranze. Ciò sottolinea, come di è stato rivelato nella Bibbia (cf: Rm 2,3-4: Gal 4,4-5), sia la realtà dell’incarnazione che il significato stesso della storia della salvezza.  

E fare nostri i 10 punti di Seelisberg del 1947,  che recitano:

1- Ricordare che è lo stesso Dio vivente che parla a tutti noi nell’Antico come nel Nuovo Testamento.
2- Ricordare che Gesù è nato da una madre ebrea, della stirpe di Davide e del popolo d’Israele, e che il suo amore ed il suo perdono abbracciano il suo popolo ed il mondo intero.
3- Ricordare che i primi discepoli, gli apostoli, ed i primi martiri, erano ebrei.
4- Ricordare che il precetto fondamentale del cristianesimo, quello dell’amore di Dio e del prossimo, promulgato già nell’Antico Testamento e confermato da Gesù, obbliga cristiani ed ebrei in ogni relazione umana senza eccezione alcuna.
5- Evitare di sminuire l’ebraismo biblico nell’intento di esaltare il cristianesimo.
6- Evitare di usare il termine “giudei” nel senso esclusivo di “nemici di Gesù” o la locuzione “nemici di Gesù” per designare il popolo ebraico nel suo insieme.
7- Evitare di presentare la passione in modo che l’odiosità per la morte inflitta a Gesù ricada su tutti gli ebrei o solo sugli ebrei. In effetti non sono tutti gli ebrei che chiesero la morte di Gesù. Né sono solo gli ebrei che ne sono responsabili, perché la croce, che ci salva tutti, rivela che Cristo è morto a causa dei peccati di tutti noi.
Ricordare a tutti i genitori e educatori cristiani la grave responsabilità in cui essi incorrono nel presentare il vangelo e sopratutto il racconto della passione in un modo semplicista. In effetti, essi rischiano in questo modo di ispirare, lo vogliano o no, avversione nella coscienza o nel subcosciente dei loro bambini o uditori. Psicologicamente parlando, negli animi semplici, mossi da un ardente amore e da una viva compassione per il Salvatore crocifisso, l’orrore che si prova in modo così naturale verso i persecutori di Gesù, si cambierà facilmente in odio generalizzato per gli ebrei di tutti i tempi, compresi quelli di oggi.
8- Evitare di riferire le maledizioni della Scrittura ed il grido della folla eccitata: “che il suo sangue ricada su noi e sui nostri figli”, senza ricordare che quel grido non potrebbe prevalere sulla preghiera infinitamente più potente di Gesù: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno.”
9- Evitare di dare credito all’empia opinione che il popolo ebraico è riprovato, maledetto, riservato a un destino di sofferenza.
10- Evitare di parlare degli ebrei come se essi non fossero stati i primi ad appartenere alla chiesa.

Veniamo ora al Convegno che si è svolto a Salerno dal 24 al 26 novembre 2014, dal titolo: “INVOCHEREMO IL NOME DELL’ETERNO CONCORDEMENTE UNITI. Prospettive sul re-incontro tra Ebrei e Cristiani”. Convegno a cui hanno partecipato tre membri della Commissione Diocesana per l’Ecumenismo della Chiesa di Reggio Emilia – Guastalla, monsignor Giancarlo Gozzi (Presidente della Commissione Diocesana), Giannina Subellati e Luigi Rigazzi.

Già il titolo è tutto un programma, Ebrei e Cristiani invocano il Nome dell’Eterno assieme, cioè pregano assieme lo stesso Dio, Uno, e questo fatto, da solo, sarebbe una rivoluzione copernicana. La sala si riempie di oltre quattrocento partecipanti, tra i quali si notano numerosi francescani con i loro sai marrone, monaci con i sai bianchi, suore con le loro tonache, ebrei con le loro kippot, ed eminenti vescovi e cardinali in clergyman. Tutto questo non è usuale, perciò per chi è impegnato nel dialogo da decenni fa un effetto veramente salutare. Siamo a cinquant’anni dalla Nostra Aetate, il documento conciliare che aveva posto fine a  duemila anni di teologia della sostituzione, di accuse di deicidio, di ghettizzazione e persecuzioni, culminate nella più grande atrocità che l’umanità avesse mai perpetrato, “la Shoah” nei confronti degli ebrei, ed ecco che le due comunità si incontrano  per un Convegno a dir poco epocale, organizzato dalla CEI (Ufficio Nazionale per il dialogo interreligioso). Sono presenti eminenti personalità del mondo cattolico, come il Cardinale Francesco Coccopalmerio, monsignor Nunzio Galantino, monsignor Mansueto Bianchi, monsignor Luigi Nason, frère Pierre Lenhardt, monsignor Bruno Forte, monsignor Gianantonio Borgonovo, Il Pastore Daniele Garrone della Chiesa Valdese, suor Mary Boys, don Damiano Modena e il cardinale Dionigi Tettamanzi. Il mondo ebraico è rappresentato da  Rav Irving Izckaak Greenberg, Rav Shlomo Riskin, Rav David Rosen, Rav Eugene Korn, Rav David Shiunnach, i professori David Meghnagi,  Mirna Chayo Blu Greeberg, Vittorio Robiati Bendaud.

Per i partecipanti, in particolare quelli come me che da oltre quarant’anni si occupano di dialogo ebraico-cristiano, e che in questi ultimi vent’anni avevamo iniziato a perdere la fiducia, per l’inaridirsi e per lo stallo ormai conclamato, è stato subito chiaro  che qualcosa potesse far cambiare rotta, e che  stavamo partecipando a un evento di portata epocale. Le sensazioni, lo stupore e la gioia, che finalmente fosse giunto il momento di cambiare rotta e modo di proseguire il dialogo.

Subito dopo la proclamazione della Dichiarazione Nostra Aetate, eravamo stati sommersi da un’ondata di felicità e tra gli uomini di buona volontà sia cristiani sia ebrei era partito un dialogo fruttuoso, la Chiesa pubblicava documenti importanti per l’applicazione di Nostra Aetate, che tuttavia fin dai primi tempi rimasero non applicati, non letti, non studiati, e si è andato avanti con sacche di uomini e donne di buona volontà, sparse in giro per il mondo, ma senza alcun riscontro a livello ufficiale.

Quale emozione ascoltare ora la voce di eminenti uomini di Chiesa,  come Monsignor Bruno Forte, Arcivescovo e membro della Commissione Episcopale per l’Ecumenismo e il Dialogo, dichiarare: “La mia è una dichiarazione d’amore verso la fede dei patriarchi di Israele che sono parte costitutiva del nostro essere cristiani. Non si può essere cristiani senza questa prossimità col popolo ebraico. Tutti siamo nati lì. La nostra è una relazione indistruttibile e necessaria. La Chiesa ha bisogno della fede di Israele e Gesù può essere compreso solo nella fede ebraica. È ora di ascoltare insieme la voce di sottile silenzio (qol in ebraico), che è la voce del divino. Ecco perché l’unico modello percorribile oggi tra ebrei e cristiani è la complementarietà alla luce del Berit Olam (Alleanza eterna) con Dio. [….] Dobbiamo superare una volta per tutte gli abissali equivoci provocati dalla teologia della sostituzione, quella che evocò il demoniaco nel giudaismo nei secoli passati del cristianesimo. Come dimenticare che la Shoah è stata prodotta da un popolo di battezzati? Non a caso il dialogo parte dopo Auschwitz. Per noi oggi, l’unico modello possibile è quello della complementarietà perché Gesù ebreo chiede di essere compreso con le categorie dell’ebraismo del Patto.

Gli fa eco don Cristiano Bettega, Direttore dell’UNEDI (Ufficio Nazionale per il dialogo interreligioso): “Era tempo per noi che si tornasse alla santa radice di Israele, radice come fonte di nutrimento e di vita indispensabile. Nutrimento che ha bisogno di essere voluto e fortemente desiderato. Per troppo tempo siamo stati lontani, indifferenti se non ostili. Parlo con un sentimento di commozione perché siamo qui non solo per l’urgenza del tema in questione ma perché da oggi “invocheremo il Nome dell’Eterno concordemente uniti”.

DialogoEbraico-Cristiano

È la volta di Rav David Rosen dell’American Jewish Committee e anche membro permanente della Commissione Bilaterale Santa Sede-Stato di Israele, che esprime i suoi sentimenti citando il Salmo 30, dice: “Grazie Dio che hai trasformato il mio lutto in una celebrazione gioiosa”. E continua: “Per secoli le relazioni tra ebrei e cristiani sono state tragiche, di totale rifiuto. Tutto inizia nel II° secolo dell’E.V., con Marcione, un personaggio negativo ma molto carismatico che sosteneva che la Bibbia ebraica fosse ormai superata;malgrado all’epoca la sua presa di posizione fosse stata tacciata di eresia, di fatto la Chiesa ha seguito Marcione per duemila anni. Ma oggi, grazie a Papa Giovanni Paolo II° e a figure come il Cardinal Carlo Maria Martini, Marcione è stato finalmente sconfitto.” Vittorio Robbiati Bendaud, ricorda l’ultimo incontro del Cardinale con Rav Laras, avvenuto al capezzale del moribondo, e la richiesta di Rav Laras se poteva impartigli la benedizione ebraica, la Birkat Kohamin –  (Benedizione Sacerdotale) con l’imposizione delle mani sul capo. Il Cardinale ormai senza voce acconsente e Rav Laras impone le mani sul capo di Martini e pronuncia la benedizione in ebraico, alla fine il Cardinale chiede al Rabbino se anche lui può ricambiare la benedizione, gli impone le mani sul capo e  con un filo di voce, recita la stessa benedizione in ebraico. La sala ha un momento di commozione e esplode in un fragoroso  applauso liberatorio. Rav Shlomo Riskin, rabbino ortodosso, Preside del Colleges Or Torà Stone, grande fautore del dialogo ebraico cristiano, che – cosa abbastanza inusuale – ha aperto lo studio della Torà anche alle donne dichiara: “Questo nostro incontro è un grande passo sul cammino del tikkun / restaurazione. Abbiamo molte cose in comune con il mondo cristiano, anche se la figura di Gesù ci unisce e nel contempo ci divide… […] Viviamo un periodo molto difficile – prosegue Rav Riskin, si è verificato il miracolo di Israele, la riunione degli esiliati, il dialogo con il mondo cristiano, è un miracolo anche questo”. Prende la parola uno dei colossi del pensiero ebraico contemporaneo, tra i maggiori esponenti della corrente Modern Orthodox, fondatore del Museo Ebraico di New York,  Rav Irving Izchak Greenberg, che esordisce dicendo: “Questa generazione ha una grande responsabilità. Dopo la tragedia della Shoah un re-incontro tra ebrei e cristiani diventa fondamentale, non è più possibile continuare a denigrarci a vicenda. Ebraismo e Cristianesimo sono religioni che cercano la redenzione attraverso un’alleanza  tra Dio e gli uomini. [….] Certo riconosco l’importanza del Cristianesimo come veicolo di diffusione morale e dei precetti contenuti nelle 10 Diciture della Torà, e questo malgrado il male compiuto dal mondo cristiano contro gli ebrei e contro altri popoli. [….] Ma intanto, nel frattempo, insieme possiamo riparare la nostra ferita, quella di ieri e di oggi, ed essere grati di essere qui, in questo tempo, adesso, in questa aula.”

Per David Meghnagi, docente all’Università Tre e Direttore del Master di Didattica della Shoah, la domanda è: “Quali sono le problematicità del nostro cammino comune? Innanzitutto la problematica costituita dalla Shoah e dal suo bagaglio di disperazione e morte; in secondo luogo, il germogliare e risvegliarsi dell’autodeterminazione nazionale degli ebrei e la nascita dello Stato di Israele. Il mondo cristiano deve fare i conti con le tensioni e gli imbarazzi generati dalla mostruosità della Shoah, a sua volta generata da secoli di violenza e demonizzazione degli ebrei. [….] Resiste ancora su Israele una teologia marcionita, un rifiuto; ma nessuno ne parla.”

Poi il Professore ricorda alcuni grandi pensatori ebrei come Jules Isaac, Maimonide, Elia Benamozegh, Franz Rosenzweig, pensatori convinti della necessità del dialogo fra le due fedi.  Rav Eugene Korn, Professore del Center of Jewish-Christian Understanding and Cooperation, autore di un testo molto importante distribuito a tutti i partecipanti del Convegno dal titolo “Ripensare il cristianesimo” (EDB Editore), dichiara: “Nostra Aetate ha davvero cambiato tutto, è stata una rivoluzione, la fine di un incubo durato duemila anni. Ma anche noi ebrei dobbiamo liberarci dalle nostre paure e dai pregiudizi verso i cristiani. Le nostre ferite sono ancora profonde e il cambiamento psicologico lungo e difficile. Ma i nostri leader religiosi devono fare la loro parte e capire che i cristiani possono davvero diventare partner.   Prosegue ancora Rav Korn: “Quanti cristiani hanno letto Nostra Aetate? Quasi nessuno. Perché? Mi piacerebbe che i cristiani fossero più informati, più consapevoli.”Per Monsignore Galantino, Segretario Generale della CEI: “Dire “concordemente uniti” è una sfida,un’attesa, una possibilità da annunciare: perché per troppo tempo siamo vissuti, noi cristiani con gli ebrei, da separati in casa, con l’ombra del sospetto e dell’antisemitismo”. A sua volta Monsignor Mansueto Bianchi, Presidente della Commissione Episcopale Ecumenismo e Dialogo dichiara: “Quando ebrei e cristiani pregano e ascoltano, entrano in un dialogo più grande di loro, un dialogo tra l’albero e la sua  radice, tra Abramo e le sue genti. […]Dopo le pagine rosse di sangue scritte nella storia di ieri, dopo le pagine rosse di vergogna di oggi, il mondo cristiano, nel dialogo con la fede ebraica, deve arricchirsi di percorsi comuni.” Uno degli interventi più duri è quello di Don Luigi Nason, biblista e uno dei massimi esperti del dialogo ebraico-cristiano, che fa un lungo escursus sulla questione ebraica, ricordando in particolare Papa Roncalli che 1959 fa eliminare l’espressione: “Oremus et pro perfidis Judaeis”  durante la celebrazione presieduta da lui stesso,  era una locuzione latina, presente dal VI secolo fino al XX secolo nella liturgia cattolica del Venerdì santo, con la quale i cristiani pregavano per la conversione dei giudei. Ricorda che la teologia cattolica dalla Dichiarazione di Nostra Aetate, nei confronti degli ebrei si è data sei punti:

  • 1 il rifiuto dell’antisemitismo;
  • 2 il rigetto dell’accusa di deicidio;
  • 3 il pentimento per la Shoah;
  • 4 il riconoscimento dello Stato di Israele;
  • 5 la rivisitazione-revisione dell’insegnamento dottrinale in relazione agli ebrei e all’ebraismo;
  • 6 il rifiuto di ogni proselitismo nei confronti degli ebrei.

Don Luigi Nason prosegue ricordando che il primo documento ufficiale della Chiesa sulla Shoah risale al 1998. Conclude che senza le Sacre Scritture (Bibbia Ebraica)  non si può capire il Nuovo Testamento, e che è inutile cercare Gesù di Nazaret nel Tanach con il metodo allegorico come è stato fatto per oltre duemila anni. Frèe Pierre Lenhardt, forse uno dei massimi studiosi cristiani della tradizione di Israele, che per oltre cinquant’anni ha studiato e insegnato a Gerusalemme presso l’importante Centro  Studi Ebraici di Ratisbona, dichiara che il punto è, per la fede cristiana, far propria la tradizione orale della Torà, il patrimonio del Talmud. Per Monsignore Gianantonio Borgonovo, Arciprete del Duomo di Milano, biblista, ex Direttore dell’Ambrosiana, Docente alla Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale: “Rifiutare la Bibbia Ebraica da parte del teologo Marcione, nel II°  secolo dell’E.V. fu un errore. Rifiutarla nel Medioevo fu un tragico destino. Rifiutarla oggi sarebbe un disastro, una paralisi religiosa, teologica.”

E così prosegue: “Ecco perché oggi, per noi, riabilitare una lettura corretta della Torà, ristabilire l’ebraica veritas, mettere a confronto le due letture scritturali è urgentissimo e non rimandabile.” Chiudo con la riflessione di Suor Mary Claire Boys, della Union Theological Seminary, una delle maggiori studiose cristiane della tradizione giudaica, laureata all’Università di Gerusalemme, che afferma: “…La Chiesa ha il dovere di far conoscere l’Antico Testamento ai suoi fedeli, non solo in una lettura ebraica  ma proprio in un’ottica di dialogo e comprensione di ciò che sono gli ebrei….[….] Il mondo cristiano deve finalmente uscire da una forma di trionfalismo, da un senso di vanto e superiorità ormai inaccettabili, un peccato di superbia che ha portato solo male…[…] Dobbiamo chiedere scusa  una volta per tutte”.

Sono stati tre giorni pieni, che hanno segnato veramente il momento del non ritorno. Si riparte da Salerno, e sarà la nuova pietra miliare del dialogo ebraico-cristiano. Un ringraziamento veramente sentito va per la parte cristiana a don Cristiano Bettega, Direttore UNEDI (Ufficio Nazionale per il Dialogo Interreligioso) e per la parte ebraica a Vittorio Robiati Bendaud  membro dell’Amicizia Ebraico Cristiana di Milano “Carlo Maria Martini”, organizzatori di questo grande evento. Ci siamo dati appuntamento per il prossimo anno a Roma presso l’Università Gregoriana il 28 ottobre 2015, data che ricorda il cinquantesimo anniversario della Dichiarazione Nostra Aetate. Se a Salerno il dialogo ha ripreso a marciare, si spera che da Roma possa fare un ulteriore salto di  qualità. Il Convegno di Salerno è stata una grande occasione di riflessione, di conoscenza reciproca, di autocritica, di teologia ed ermeneutica, di rilettura della storia delle due confessioni, come era nelle intenzioni di Rav Laras e del Cardinale Martini, (la sua memoria sia in benedizione), i due grandi amici e alfieri del dialogo in Italia.

Luigi Rigazzi

Pubblicato in Articoli, Società & Cultura