Il patriottismo cattolico

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Lectio magistralis del vescovo Massimo Camisasca in occasione della festa nazionale del Tricolore.

Municipio di Reggio Emilia – Sala del Tricolore, 7 gennaio 2015

Cari amici,

il mio saluto va a tutti voi, alle autorità qui presenti e in particolare a Otello Montanari, presidente dell’associazione nazionale Comitato Primo Tricolore, che ha avuto la gentilezza di invitarmi.

Nella mia breve lectio magistralis voglio parlarvi delle ragioni del patriottismo dei cattolici nel nostro Paese, nei tempi in cui si combatteva per l’unità d’Italia e poi agli inizi del ‘900 quando una guerra terribile, di cui ricordiamo quest’anno il 100º anniversario dell’inizio, insanguinò un numero enorme di famiglie della nostra nazione.

Quali radici aveva il patriottismo cattolico e che cosa proponeva per l’unità del Paese? Ma soprattutto, quale rapporto fra patriottismo e quell’universalismo che il vangelo predicava?

La mia breve rievocazione storica inizia con gli scritti di due giovani che sarebbero diventati papi. Il primo scritto del quattordicenne Giovan Battista Montini comparve sulla rivistina del collegio Cesare Arici di Brescia: correva l’anno 1911.  Era dedicato alla patria: «Che cosa farò io per la Patria? Com’è dolce il nome di patria all’orecchio di chi l’ama! E io amo l’Italia, l’amo più d’ogni altra cosa al mondo; più della stessa mia vita! Più della stessa mia vita, ripeto, perché se un giorno essa, circondata dalle insidie d’un nemico, chiamasse i suoi figli, per difenderla, io correrei tosto sotto il suo nobile vessillo, per aiutarla, per salvarla, per renderla temuta, per farla trionfare, a costo anche d’ogni sacrificio, d’ogni fatica e travaglio e della stessa mia vita».

tricolore

Dodici anni dopo (nel settembre del 1923), già sacerdote, pubblicava sul settimanale giovanile bresciano  «La Fionda» un altro articolo emblematicamente intitolato Osservazioni elementari sul patriottismo: il giovane prete sosteneva la «necessità morale del patriottismo», mettendo però in guardia da un distorto abuso di questo spontaneo e lodevole sentimento, e dal rischio – particolarmente evidente in quel delicato frangente storico, mentre andava consolidandosi il governo di Mussolini – di concepire la patria «come l’unica patria del mondo».  Il patriota cattolico, orientato dal supremo comandamento evangelico della carità, «amando la patria» – proseguiva Montini – non rinunciava «ad amare l’umanità intera e ad abbracciarla in un sentimento fraterno di unione e solidarietà».

Alcuni anni prima, nelle tragiche giornate di Caporetto, il cappellano militare Angelo Giuseppe Roncalli scriveva al fratello Saverio: «Ora che il nemico è in casa bisogna cacciarlo ad ogni costo, sennò sarebbe peggio per noi. Ognuno a casa sua. Tutti abbiamo i nostri torti,  ma oggi il nostro dovere è di fare ogni sacrificio perché il Tedesco vada fuori, fuori d’Italia»; e al fratello Giuseppe, il successivo 5 dicembre: «Molti soldati purtroppo a sentir parlare di patria scrollano le spalle, ridono, oppure bestemmiano e maledicono. Noi no. Noi facciamo il nostro dovere guardando in alto. Gli uomini che ci hanno governato e ci governano non meritano i nostri sacrifici, ma la patria oggi in pericolo li merita tutti: gli uomini passano e la patria resta. Nel sacrificarci per la patria noi sappiamo di sacrificarci per Iddio, e per i nostri fratelli: e quando tu tornerai – presto, come spero – vedrai che nulla, proprio nulla si è perduto di ciò che tu hai sofferto».

Gli esempi si potrebbero moltiplicare, ma credo che questi siano già estremamente significativi dell’esistenza – negli ultimi due secoli – di una linea di «patriottismo cattolico». Il “discorso nazionale” – in Italia come altrove – è stato tutt’altro che monolitico: nel senso che le diverse componenti politiche, culturali e spirituali lo hanno declinato con peculiarità e sensibilità diverse: insomma hanno avuto una loro idea di Italia. Voglio perciò indicare, sommariamente, le caratteristiche di quella prevalente in ambito cattolico.

Innanzitutto la sottolineatura del cammino secolare della civiltà italiana: l’Italia esisteva già, come civiltà con sue peculiarità inconfondibili, ben prima che diventasse un problema politico da risolvere.  Essa era qualcosa di nuovo rispetto all’Italia romana: anzi il patriottismo cattolico avvertì più simpatia (una simpatia “virgiliana”) per i popoli italici che Roma aveva vinti e assimilati, che per Roma stessa. Ad esso fu quasi del tutto estraneo perciò il culto della romanità, che permeò il giacobinismo e poi il mazzinianesimo risorgimentale. La civiltà italiana, per i patrioti cattolici, era nata con la precoce cristianizzazione della penisola, la formazione della sua lingua e della sua arte. Le reminiscenze storiche di cui si sostanziava questo discorso nazionale (che si disse guelfo) non erano classiche, ma prevalentemente medievali: nello sfondo c’erano gli uomini dei liberi comuni, che si appoggiavano al papato contro l’impero, ma c’era anche Dante, «ghibellino», che tuttavia aveva investito il papato di un’altissima missione, universale e italiana insieme.

Si cercava di dimostrare che la civiltà italiana era cresciuta su d’un ceppo cattolico e che da esso era inseparabile. Alcuni (come Gioberti) arrivarono a dire che  la vera gloria d’Italia era quella di essere la sede del Pontefice, vero e proprio privilegio che assicurava alla penisola un prestigio internazionale, quale nessuna nuova compagine statale avrebbe saputo conferirle. In questa prospettiva il papato era concepito come un’istituzione, certamente universale, ma anche intimamente «italiana» (come dimostrava l’italianità dei papi degli ultimi secoli e delle più alte gerarchie ecclesiastiche), l’unica adatta a produrre una unificazione, almeno ideale, del popolo italiano, la cui vocazione «cattolica» era un dato indiscutibile e ineliminabile. Non era possibile (né auspicabile), in Italia, un qualsiasi progresso, se il nuovo non veniva conciliato con la tradizione cattolica.

[ Questa visione della storia d’Italia differiva grandemente da quella poi divenuta egemone grazie soprattutto alla Storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis (1871) ].

L’Italia medievale veniva considerata come una civiltà pienamente sviluppata, le cui propaggini si prolungavano nell’Umanesimo e nel Rinascimento, di cui si sottolineava lo sfondo cristiano, piuttosto che quello laico o terreno. La Controriforma era vista prevalentemente come una Riforma cattolica, non come trionfo dell’assolutismo chiesastico e del gesuitismo: quindi si negava che ne fosse derivata la decadenza della penisola. Infine si affermava che gli antichi Stati italiani nel Settecento si stavano già trasformando in senso moderno quando i francesi li avevano invasi: per cui le idee della Rivoluzione – piuttosto che dare un contributo decisivo alla modernizzazione dell’Italia, ne avevano interrotto lo sviluppo autonomo.

Il problema nazionale italiano doveva essere risolto, sempre per i patrioti cattolici dell’ Ottocento, in coerenza a questa storia: coniugando l’anima naturaliter christiana della nazione italiana con le sue future istituzioni. Per questo il grande pensiero neo-guelfo degli anni Quaranta dell’Ottocento sostenne una soluzione di tipo confederale: che evitasse guerre e rivoluzioni (gli Stati nazionali ottocenteschi sono stati costruiti  – non dobbiamo dimenticarlo – con guerre, spesso insolitamente sanguinose) e garantisse la sopravvivenza del potere temporale dei Papi.

In questa istanza “confederale” non c’era – però – solo una motivazione tattica, ma una profonda (e direi valida) percezione della realtà italiana. Codesto patriottismo cristiano ebbe spesso una concezione policentrica dell’identità italiana  in base a una lettura di lunga durata della storia d’Italia, in cui prevaleva la pluralità delle culture e degli ambiti storico-geografici e i momenti unitari erano sempre stati tendenzialmente dispotici: da quello romano che aveva soffocato gli antichi popoli italici, ai tentativi del Barbarossa e di Federico II, come venivano letti dai neo-guelfi, che ovviamente parteggiavano per i liberi comuni. E unitario era stato il giacobinismo, anche nelle sue componenti italiane, il quale aveva il mito dell’uniformità (dell’uguaglianza, come la chiamava) da imporsi con la violenza.

Per  cui, anche dopo l’unità, fu tipico di molti ambienti cattolici non ostili pregiudizialmente alla nuova realtà, ma critici del centralismo monarchico che si stava realizzando, la richiesta di autonomie e l’esigenza che l’unificazione legislativa avvenisse gradualmente e nel rispetto delle tradizioni locali, spesso secolari. Questo tema delle autonomie sarà poi tipico del cattolicesimo politico organizzato, soprattutto nel Partito popolare, che fu forse la prima forza politica italiana a elaborare una organica politica delle autonomie.

Camisasca

Infine, l’altra caratteristica del patriottismo cristiano (lo abbiamo visto nel Montini del 1923) è la ricerca di un non facile equilibrio fra nazionalità e universalismo: i problemi di una drammatica divaricazione sono avvertiti con lucidità già nella prima metà dell’Ottocento, non a caso da una serie di patrioti cristiani, che individuano precocemente i rischi di un nazionalismo esclusivo e compongono l’idea di nazione in un quadro meno angusto.  L’amor di patria – scrive  Niccolò Tommaseo  nel 1835 – spesso si presenta come figura retorica; rischia di mutarsi in odio superbo e in villano orgoglio, da cui scaturiscono debolezza e intolleranza; alimenta un culto teatrale per la grandezza e un disprezzo per quelle virtù quotidiane in cui consiste la libertà.

Anche Alessandro Manzoni rifiuta la tesi che il destino delle nazioni sia necessariamente antagonistico e che esse «non possano essere prospere che a spese l’una dell’altra». Sembra un assioma indiscutibile, scrive, e invece non è che «un supposto». Chi ha dimostrato che la collaborazione internazionale sia una via impraticabile?  Che, se si indeboliscono gli odî, «non diminuiscano le aggressioni cagioni di odj, e se le nazioni non possano godere maggior prosperità quanto meno avranno dissensioni fra di loro, e se questa opinione non possa, a poco a poco, colla esperienza e col ragionamento acquistar fede presso alle nazioni in modo di togliere una gran parte delle dissensioni»?

Lo «spirito cosmopolita, cioè cristiano» da cui è dettato il ragionamento manzoniano è esplicito: «bisogna sentire e ripetere che la somiglianza che ci dà l’essere d’uomo, è ben più forte che la diversità di nazione, che il Vangelo ci ha fatto conoscere che abbiamo un cuore grande abbastanza per amar tutti gli uomini, che gli sforzi di una nazione contro l’altra quando non sieno necessarj sono sempre piccioli, perché fondati sulle passioni, e non sulla ragione e sulla verità; sono inutili, perché non ottengono stabilmente nemmeno il fine che si propongono quegli che gli fanno; sono impolitici, perché producono spesso all’istante, e sempre nell’avvenire l’indebolimento e il pervertimento dei popoli»[1].

Analogamente Silvio Pellico: dopo il ritorno dallo Spielberg, il nuovo orizzonte cristiano del suo pensiero lo spinge a mantenere un delicato equilibrio fra patria e umanità, fra spirito nazionale e tendenze universalistiche. L’elemento unificante delle nazioni non sono gli «odî nazionali» predicati da Alfieri, piuttosto la spontanea e «particolare simpatia», che interviene fra uomini che hanno in comune esperienze storiche, lingua e cultura, e che proprio per questo possono partecipare emotivamente ai sentimenti degli altri e farsene influenzare. Ma la «simpatia» è un sentimento aggregante, non escludente, non pone limiti alla sua espansione, e Pellico ne considera positivamente i diversi stadi. Ammette e considera «sentimento nobile» il patriottismo regionale, troppo spesso allora e poi confuso con il «municipalismo», e anche un «patriottismo europeo». Questi tre tipi di patriottismo (regionale, nazionale, europeo) si pongono in una prospettiva di progressiva apertura e le loro esigenze devono armonizzarsi nella coscienza di ogni uomo[2].

Manzoni, Pellico e Tommaseo, cercavano di armonizzare patriottismo e universalismo cristiano: con questo avvertivano un rischio (l’assolutizzazione del patriottismo a valore esclusivo) e ne prevedevano i frutti politici e culturali. Il compito di Manzoni, Pellico e Tommaseo, di Roncalli e Montini, è ancora il nostro compito di oggi: trovare le strade per una Europa che affermi il contributo di tutti senza il prevalere di una nazione sull’altra, che indichi le direttrici per una feconda coniugazione delle diverse storie che hanno fatto grande l’Europa senza la marginalizzazione degli ideali e la loro riduzione a valori privati, nella riscoperta di una convivenza nuova che non sia la pura tolleranza o indifferenza o sopraffazione.

Sarà capace l’Italia dopo la crisi delle forme di integrazione, proposta soprattutto da Francia e Inghilterra, di avanzare una sua originale forma di convivenza?

 

Massimo Camisasca

 

[1] A. Manzoni, Degli odj nazionali, in Sulla morale cattolica-Seconda parte [1819-1820], in Id., Opere morali e filosofiche, a cura di A. Chiari e F. Ghisalberti, Milano 1963, pp. 538-541 (Tutte le opere di Alessandro Manzoni, III).  Questa parte fu pubblicata postuma da Ruggiero Bonghi nel 1887:

[2] Le osservazioni di Pellico sul problema della nazione sono in S. Pellico, Dei doveri degli uomini (1834), in Id., Opere scelte, a cura di C. Curto, Torino 19784, pp. 621-693, specie 641-645 (capitoli VIII e IX):   ( 704.

 

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