Le 15 “malattie” della Chiesa (e la loro cura)

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Se nel 1832 Antonio Rosmini diagnosticava in cinque le piaghe che affiggevano la Santa Chiesa, il 22 dicembre 2014 Papa Francesco le ha triplicate: infatti nel discorso rivolto alla Curia romana, con i cardinali in prima fila, ha ‘snocciolato’, senza mezzi termini, ben 15 malattie che colpiscono la Chiesa.

Nell’ordine le malattie sono: 1. Sentirsi “immortale”, “immune” o addirittura “indispensabile” trascurando i necessari e abituali controlli. 2. “Martalismo” (che viene da Marta). 3. “Impietrimento” mentale e spirituale. 4. Eccessiva pianificazione e del funzionalismo. 5. Cattivo coordinamento. 6. “Alzheimer spirituale”. 7. Rivalità e vanagloria. 8. Schizofrenia esistenziale. 9. Chiacchiere, mormorazioni e pettegolezzi. 11. Indifferenza verso gli altri. 12. Faccia funerea. 13. Accumulare. 14. Circoli chiusi. 15. Profitto mondano, esibizionismi.

Papa Francesco inventa neologismi sia nel senso letterale come il “martalismo” con riferimento all’affaccendarsi di Marta, mentre la sorella Maria si sedeva sotto i piedi di Gesù ad ascoltarlo; o teologico: “l’alzheimer spirituale”, ossia la dimenticanza della “storia della salvezza”, della storia personale con il Signore: Il santo Padre, nel contempo, dettaglia puntualmente, sinteticamente e efficacemente il significato, con espliciti richiami ai testi sacri e ai documenti del magistero, ma soprattutto le manifestazioni, spesso deleterie.

Severo il giudizio di Bergoglio contro l’impietrimento mentale e spirituale di coloro che posseggono un cuore di pietra, che, strada facendo, perdono la serenità interiore, la vivacità e l’audacia e si nascondono sotto le carte diventando macchine di pratiche e non uomini di Dio.

VANITAS VANITATUM

Così chiosa nei riguardi della settima malattia, rivalità e vanagloria: “Quando l’apparenza, i colori delle vesti e le insegne di onorificenza diventano l’obiettivo primario della vita, dimenticando le parole di San Paolo: Non fate nulla per rivalità o vanagloria. È la malattia che ci porta a essere uomini e donne falsi e a vivere un falso misticismo e un falso quietismo.

'malattie'-e-cura

Veramente drastica la condanna che papa Francesco fa della “schizofrenia esistenziale”: la malattia di coloro che vivono una doppia vita, frutto dell’ipocrisia tipica del mediocre e del progressivo vuoto spirituale che lauree o titoli accademici non possono colmare. Una malattia che colpisce spesso coloro che, abbandonando il servizio pastorale, si limitano alle faccende burocratiche, perdendo così il contatto con la realtà, con le persone concrete.

NO ALLA FACCIA FUNEREA

Veramente simpatica e attuale è la riflessione sulla malattia della faccia funerea,che si manifesta nelle persone burbere e arcigne, che ritengono che per essere seri occorra dipingere il volto di malinconia, di severità e trattare gli altri – soprattutto quelli ritenuti inferiori – con rigidità, durezza e arroganza. In realtà, la severità teatrale e il pessimismo sterile sono spesso sintomi di paura e d’insicurezza di sé. Raccomanda papa Francesco “L’apostolo deve sforzarsi di essere una persona cortese, serena, entusiasta e allegra che trasmette gioia ovunque si trova. Un cuore pieno di Dio è un cuore felice che irradia e contagia con la gioia tutti coloro che sono intorno a sé: lo si vede subito! Non perdiamo dunque quello spirito gioioso, pieno di humor, e persino autoironico, che ci rende persone amabili, anche nelle situazioni difficili”.

Il Santo Padre ha nuovamente puntato il dito contro chiacchiere, mormorazioni e pettegolezzi, nonché l’indifferenza verso gli altri.

NON TRASFORMARE IL SERVIZIO IN POTERE

Durissima poi la condanna della malattia del profitto mondano, degli esibizionismi, che si manifesta quando l’apostolo trasforma il suo servizio in potere, e il suo potere in merce per ottenere profitti mondani o più poteri. “E’ la malattia delle persone che cercano insaziabilmente di moltiplicare poteri e per tale scopo sono capaci di calunniare, di diffamare e di screditare gli altri, perfino sui giornali e sulle riviste”.

Altrettanto sferzante è la condanna della “divinizzazione dei capi”, malattia di coloro che corteggiano i superiori, sperando di ottenere la loro benevolenza. Sono vittime del carrierismo e dell’opportunismo, onorano le persone e non Dio. Vivono il servizio pensando unicamente a ciò che devono ottenere e non a quello che devono dare: persone meschine, infelici e ispirate solo dal proprio fatale egoismo. Una malattia, osserva il sommo pontefice, che potrebbe colpire anche i superiori quando corteggiano alcuni loro collaboratori per ottenere la loro sottomissione, lealtà e dipendenza psicologica, ma il risultato finale è una vera complicità.

E poi la malattia dell’accumulare “quando l’apostolo cerca di colmare un vuoto esistenziale nel suo cuore accumulando beni materiali, non per necessità, ma solo per sentirsi al sicuro. In realtà, nulla di materiale potremo portare con noi perché il sudario non ha tasche”.

IL RISCHIO DEI CIRCOLI CHIUSI

Di grande attualità è la diagnosi della malattia dei circoli chiusi: “l’appartenenza al gruppetto diventa più forte di quella al Corpo e, in alcune situazioni, a Cristo stesso. Anche questa malattia inizia sempre da buone intenzioni ma con il passare del tempo schiavizza i membri diventando un cancro che minaccia l’armonia del Corpo e causa tanto male – scandali – specialmente ai nostri fratelli più piccoli. L’autodistruzione o il fuoco amico dei commilitoni è il pericolo più subdolo. È il male che colpisce dal di dentro e, come dice Cristo, ogni regno diviso in se stesso va in rovina”.

Un discorso quello natalizio alla Curia che certamente ha valenza universale e che ogni membro del popolo di Dio –chierico o laico – può tranquillamente e utilmente usare non solo per fare un’anamnesi personale, ma anche per curare le patologie che lo colpiscono.

Giuseppe Adriano Rossi

Pubblicato in Articoli, Vita diocesana