Movimenti ecclesiali e vocazioni al sacerdozio

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Dal 20 al 22 novembre, a Roma, presso il Pontificio Collegio Internazionale «Maria Mater Ecclesiæ», si è tenuto il 3° Congresso dei Movimenti ecclesiali e delle nuove Comunità, promosso dal Pontificio Consiglio per i Laici.
Un evento che – ispirato al numero 21 della «Evangelii gaudium» – aveva per tema quest’anno “La gioia del Vangelo: una gioia missionaria…”.

Nel pomeriggio di venerdì 21 novembre monsignor Massimo Camisasca ha svolto un suo intervento dal titolo “Sacerdoti per una pastorale missionaria. I presbiteri nei movimenti e nelle nuove comunità”, inserito nel contesto di relazioni su “Conversione permanente per ritrovare la gioia di evangelizzare”.

seminaristi

Pubblichiamo di seguito il testo integrale:


 

Introduzione

            «Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’auto conservazione» [1]. Sono parole di papa Francesco che ben delineano il contesto nel quale desidero muovermi in questo mio intervento. Il papa ha fatto sue le parole della V Conferenza Generale dell’Episcopato Latino-Americano e dei Caraibi proponendole come sfida permanente per tutta la Chiesa: «Non possiamo più rimanere tranquilli, in attesa passiva, dentro le nostre chiese, è necessario passare da una pastorale di semplice conservazione a una pastorale decisamente missionaria» [2]. E riprendendo la lettera enciclica sulla missione della Chiesa di Giovanni Paolo II, ha ribadito che «non bisogna perdere la tensione per l’annuncio a coloro che sono lontani da Cristo, perché questo è il primo compito della Chiesa» [3].

Il primo compito della Chiesa è l’annuncio della gioia che nasce dall’incontro personale con Cristo morto e risorto per noi. Le strutture della Chiesa sono utili nelle misura in cui servono a questa missione evangelizzatrice, altrimenti bisogna avere il coraggio di cambiarle. «Ora non ci serve una semplice amministrazione… Ci sono strutture ecclesiali che possono arrivare a condizionare il dinamismo evangelizzatore; ugualmente, le buone strutture servono quando c’è una vita che le anima, le sostiene e le giudica» [4].

Nell’Evangelii Gaudium il papa indica due strade privilegiate di questo annuncio della Chiesa: la prima è la parrocchia, di cui viene ribadita l’attualità e la necessità [5], la seconda sono le altre istituzioni ecclesiali, comunità di base e piccole comunità, movimenti e altre forme di associazione. Di queste viene ribadito ancora una volta che «sono una ricchezza della Chiesa che lo Spirito suscita per evangelizzare tutti gli ambienti e settori» [6].

Tutte queste parole di papa Francesco, con le quali ho voluto iniziare il mio intervento, indicano la strada che la Chiesa è oggi chiamata a percorrere, lungo la quale tutto ciò che abbiamo vissuto finora prende nuova luce. Se dunque questo è il contesto nel quale desidero muovermi nelle cose che dirò, il retroterra è invece costituito da tre esperienze fondamentali della mia vita: nel 1960 l’incontro con il movimento di Comunione e Liberazione che per me è avvenuto attraverso l’incontro con don Giussani, quando avevo 14 anni al liceo Berchet di Milano, incontro che ha riempito la mia vita e l’ha indirizzata verso un’adesione sempre più viva a Cristo; nel 1985 la nascita della Fraternità Sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo, una Società di Vita Apostolica di cui sono fondatore e sono stato superiore per 27 anni, nata dal movimento come luogo di educazione al sacerdozio di alcuni giovani che provenivano da tale comunità e che desideravano diventare missionari nel mondo attraverso la creazione di case là dove vescovi o le esigenze stesse del movimento lo richiedevano; nel 2012 la mia nomina, assolutamente inaspettata a vescovo di Reggio Emilia-Guastalla, compito che riempie ora la mia vita e che rappresenta un terzo fondamentale momento della scoperta della persona di Cristo e della sua Chiesa.

Lungo tutto questo cammino sono stato molto aiutato da una quasi istintiva passione ecclesiale: ho sempre visto la mia vita inscritta nella vita di tutta la Chiesa, la mia esperienza accanto alle esperienze di altre comunità, movimenti e persone, formare un grande mosaico. Nessuno di noi è tutta la Chiesa, nessuna comunità può pensare di esprimere interamente il volto di Cristo. Soltanto allargando il nostro cuore e la nostra mente alle esperienze e ai doni degli altri possiamo, seppure da lontano, avvicinarci all’infinita bellezza e umanità della persona di Gesù.

Penso, con quest’ultima osservazione, di avere introdotto l’elemento metodologico fondamentale che guiderà tutto il mio intervento: ogni comunità trova la sua ragion d’essere nel riferimento a tutta la realtà della Chiesa che si esprime come gioia per l’esistenza degli altri doni (cfr. 1Cor,12; Gal 6,2).

L’intervento si svilupperà su quattro punti.

1. I movimenti e le vocazioni sacerdotali

Desidero iniziare con un’osservazione che penso possa essere riconosciuta da tutti come vera. È un dato molto importante: da 60 anni circa, potremmo dire dal Concilio Vaticano II, i movimenti e le nuove comunità sono fonte di tante nuove vocazioni. Fra esse di tante vocazioni sacerdotali.

Questo dato è tanto più sorprendente se posto accanto ad un altro, cioè la crisi numerica e talvolta anche qualitativa delle vocazioni sacerdotali (ma anche religiose e familiari) soprattutto nel nostro Occidente. Una crisi che sembra non avere ancora un suo punto di svolta positivo.

Non è questo il luogo per soffermarmi sulle ragioni di questa crisi. La pubblicistica a questo riguardo è enorme. Vorrei piuttosto cercare di comprendere, almeno sommariamente e dal mio punto di vista, quali siano state le ragioni positive dell’incremento delle vocazioni nei movimenti e nelle nuove comunità, che hanno svolto e continuano a svolgere in questo modo una importante e spesso silenziosa opera missionaria a vantaggio della Chiesa e di tutta l’umanità.

Innanzitutto penso che il più grande contributo al sorgere di nuove vocazioni sia stata la scoperta della vita come vocazione. Naturalmente ciò è avvenuto attraverso sottolineature, strade e metodologie differenti nelle varie comunità, ma in generale mi sembra di poter dire che ciò che ha accomunato tanti itinerari personali è stato proprio questo, la scoperta che la vita, nella sua quotidianità, ha un peso meraviglioso e affascinante. Essa non nasce dal caso e non va verso il nulla, ma è un dialogo profondo e allo stesso tempo realizzato attraverso le circostanze banali di ogni giorno con Colui che ci ha amati dall’eterno e perciò voluti. La nostra vita è frutto di un disegno. Questa consapevolezza trasforma in profondità l’esistenza e pone dentro l’uomo e la donna la domanda: come posso io rispondere a Colui che mi ha chiamato? È stata ed è la scoperta della vita come vocazione la fonte delle vocazioni. Naturalmente non soltanto e principalmente delle vocazioni sacerdotali, ma anche di esse.

Nelle realtà così variegata delle comunità apparse in questi ultimi 60 anni (ripresentazione nuova di un fenomeno assolutamente antico nella storia della Chiesa, e cioè della sua continua rinascita attraverso figure maschili e femminili, laicali, religiose e sacerdotali) mi sembra di poter annotare alcuni elementi comuni.

In primo luogo la centralità della persona di Cristo, della sua persona umano-divina, vista, incontrata, come realtà affascinante, capace di illuminare l’esistenza. Soltanto nel mistero del Verbo incarnato trova luce la vita dell’uomo (cfr. GS 22). Dovremmo qui rileggere tutto il capitolo V dell’Evangelii Gaudium, là dove l’impulso missionario è visto come originato dall’incontro personale con l’amore di Gesù che ci salva, dall’azione misteriosa del Risorto e del suo Spirito (cfr. Evangelii Gaudium, 264-280). Non più soltanto, dunque, il Cristo come speranza dell’aldilà e il cristianesimo come salvezza dell’anima, ma come trasformazione della vita presente. In forme diverse, talvolta addirittura antitetiche, le varie comunità hanno espresso questa speranza attraverso la fioritura di molte opere artistiche, caritative, sociali, attraverso l’attenzione ai bisogni degli uomini e delle donne, dei più poveri, dei più lontani. Hanno espresso così l’inizio di quella civiltà dell’amore di cui hanno parlato Paolo VI e Giovanni Paolo II.

Questa scoperta rinnovata di Cristo si è alimentata a una lettura e meditazione frequente della Sacra Scrittura e a una partecipazione frequente ai Sacramenti, in particolare all’Eucarestia e alla Penitenza. Possiamo vedere in questo modo come, nelle loro variegate espressioni, i movimenti e le nuove comunità siano, consapevolmente o no, espressione del Concilio Vaticano II. In modo particolare proprio in questi loro aspetti. In riferimento alla Scrittura, al suo essere fonte continua di incontro con Cristo, in riferimento alla liturgia viva, ai Sacramenti come dono della grazia. Al cuore delle comunità nuove c’è l’opera dello Spirito Santo, non un insieme di regole e di precetti, come sottolineerà papa Benedetto XVI agli inizi della sua Enciclica Deus Caritas est, ma l’incontro vivo con il Signore reso possibile dal dono dello Spirito [7]. No, quindi, a una visione moralistica o intellettualistica del cristianesimo, sì a una crescita continua della sequela del Signore in cui certo sono ricomprese la conoscenza di lui, l’esperienza dell’obbedienza, del sacrificio, della conversione.

La coscienza della vita come vocazione non nasce da ragionamenti teorici, pur possibili e veritieri, ma dall’incontro con un’esperienza viva di tutto ciò, in particolare con un testimone. Nella mia lunga esperienza di superiore della Fraternità san Carlo ho trovato tante ragioni che spingevano i giovani a chiedermi di entrare in seminario. Tutti avevano però in comune l’incontro con una persona in cui avevano visto vivere la sequela di Cristo in maniera radicale. La vocazione nasce come scoperta di una bellezza profonda e incisiva, riconosciuta in un uomo o in una donna, guardando ai quali la fede e la vita cristiana appaiono corrispondenti al desiderio di vita vera e realizzata che abita in ciascuno di noi. Se si interrogano questi ragazzi che decidono di vivere interamente per Cristo, si trova in loro questa risposta: vogliamo vivere come vive lui…

Da questo punto di vista notiamo come una delle strade privilegiate attraverso cui lo Spirito riforma la Chiesa sia quello di suscitare uomini carismatici che per il loro modo affascinate di vivere il vangelo attraggono altri. Potremmo dire che queste persone diventano un vangelo vivente e con la loro vita testimoniano che seguire Cristo è l’avventura più bella che possa accadere a un uomo anche ai giorni nostri. «Molte volte sono stati gli stessi Papi e Vescovi i portatori di questa energia carismatica di riforma – ebbe a dire Giovanni Paolo II – altre volte lo Spirito ha voluto che fossero dei sacerdoti o dei laici iniziatori e fondatori di un’opera di rinascita ecclesiale, che ha permesso di vivere, attraverso il sorgere di comunità, di istituti, di associazioni, di movimenti, l’appartenenza all’unica Chiesa e il servizio all’unico Signore» [8].

Da ultimo vorrei sottolineare come le nuove comunità abbiano favorito il maturare del senso della vita come vocazione proprio attraverso un forte radicamento battesimale. Nei movimenti e nelle nuove comunità vivono assieme laici, religiosi e sacerdoti. Ciò che li accomuna è proprio il battesimo. Uno scambio di doni in cui, senza naturalmente disconoscere il posto di ciascuno all’interno della Chiesa, ciò che è primario è il loro essere assieme, il loro essere Corpo di Cristo e Popolo di Dio. Non è un caso perciò che in tutte queste comunità l’esperienza dell’amicizia sia stata fondamentale. Certo, non sempre senza ambiguità e fragilità. Ma certamente la compresenza di vocazioni diverse all’interno dell’identica comunità, ha aiutato a comprendere e a vivere il lato personale della vita della Chiesa. Essa infatti è composta di persone concrete, più ancora che di istituti e di istituzioni. Soltanto in questa stima reciproca si può anche valorizzare ciò che Dio affida e chiede a ciascuno, come per esempio il compito del sacerdote all’interno della Chiesa.

La vicinanza delle vocazioni nell’amicizia ecclesiale esprime anche la comunione come essenza della vita della Chiesa e costituisce un antidoto a quello che il papa definisce «individualismo post-moderno e globalizzante … che indebolisce lo sviluppo e la stabilità dei legami tra le persone e che snatura i vincoli famigliari. L’azione pastorale – continua il papa – deve mostrare ancora meglio che la relazione con il nostro Padre esige e incoraggia una comunione che guarisca, promuova e rafforzi i legami interpersonali» [9].

Da questa vera e propria malattia del nostro tempo che è l’individualismo sono segnati anche i preti. I presbiteri non vivono più in un contesto culturale che li possa sostenere come in passato e la vita di comunione, che i movimenti e le nuove comunità hanno riproposto alla Chiesa con nuovo vigore, può costituire per loro un grande aiuto. La contiguità delle vocazioni e la sottolineatura del battesimo libera il ministero sacerdotale da ogni clericalismo o autoritarismo. Il sacerdote non ha bisogno di imporsi e, senza rinunciare al suo compito di guida e di maestro, accetta più facilmente i richiami e le correzione dei laici, guardati innanzitutto come fratelli e non appena come fedeli sottoposti a lui.

2. I movimenti come luoghi di rinnovamento e alimentazione della vocazione sacerdotale

I movimenti e le nuove comunità non sono state soltanto il luogo di nascita di tante vocazioni sacerdotali, ma anche luogo di rinascita. Ho conosciuto personalmente, e penso che sia l’esperienza di tanti, sacerdoti che attraversando crisi di diversa natura, momenti di difficoltà profondi, hanno potuto riscoprire l’origine appassionata della loro vocazione, in un modo nuovo, più convincente, attraverso l’incontro con i movimenti. Penso che in molti casi questo sia spiegabile attraverso ciò che ho detto nel primo punto del mio intervento. La loro vita è stata ricondotta alla scoperta delle radici. Si può infatti comprendere e vivere la propria vocazione sacerdotale soltanto all’interno di una riscoperta della propria vita come vocazione. Attraverso una stima delle differenti vocazioni nella Chiesa, attraverso l’esperienza di un’amicizia sana che tolga il sacerdote dalla solitudine e lo inserisca in una serie di rapporti affettivi vivi, aprendolo a una considerazione positiva della vita, degli altri e in particolare dell’autorità del vescovo che guida la diocesi in cui è inserito. Tutto ciò che ora ho così troppo brevemente descritto, ha avuto perciò tanti frutti positivi, tante vocazioni sono state salvate o addirittura rinnovate.

L’appartenenza a una comunità, da questo punto di vista, risulta essere una via privilegiata per la formazione permanente dei sacerdoti. Esigenza più che mai viva, ma che fatica a trovare risposte adeguate attraverso i canali tradizionali.

Non voglio però tacere qui gli aspetti problematici di alcuni fra questi itinerari. Talvolta la riscoperta della propria vocazione sacerdotale attraverso l’adesione a un movimento ha portato alcuni sacerdoti a percepire la nuova vita in contrasto con quella precedente, a sentire l’autorità di quel movimento in antagonismo con l’autorità del vescovo o del parroco. Si sono create frizioni, tensioni. Forse un po’ di tutto ciò è inevitabile ed è spiegabile anche attraverso la nostra naturale fragilità umana, ma certamente occorre che una persona, in particolare un sacerdote che riscopre la bellezza della propria vocazione, sia sempre aiutata contemporaneamente all’obbedienza vitale all’autorità a cui si era precedentemente consegnata, in particolare all’autorità del vescovo. Proprio la bellezza e la novità della vita riscoperta, l’intensità dei rapporti affettivi, la partecipazione viva alla liturgia deve far innamorare il sacerdote non soltanto di quel popolo che ha trovato nel movimento, ma di tutto il popolo che gli è affidato, nella parrocchia o nei compiti che gli sono stati consegnati dal vescovo. Ogni sacerdote è ordinato per tutta la Chiesa. Egli è chiamato a parlare a tutti con il suo accento, ma avendo a cuore ogni persona che incontra. Naturalmente anche coloro che non fanno e non faranno mai parte del suo movimento. Può essere questo un cammino lungo e difficile, ma è un cammino necessario. Scoprire Cristo vuol dire rispondere sempre al suo invito: “pasci le pecorelle che ti ho affidato”.

Tra i molti sacerdoti che partecipano alla vita dei movimenti soltanto alcuni hanno responsabilità dirette di guida del movimento stesso, gli altri vivono in generale nelle normali strutture pastorali della Chiesa. È proprio a costoro che è chiesto di riscoprire la propria responsabilità di sacerdoti verso tutto il Popolo di Dio. Senza dimenticare tutto ciò che hanno ricevuto e continuano a ricevere dal movimento a cui partecipano, senza necessariamente perdere l’accento nuovo che la loro vita e le loro parole vengono ad assumere, devono, proprio attraverso quelle parole, imparare a parlare a tutti, imparare a valorizzare i doni di tutti, imparare a fare  delle loro parrocchie la casa in cui tutti possono abitare e possono trovare la strada del loro cammino a Cristo.

Aderire a un movimento non è alternativo a nessun servizio nei luoghi in cui la Chiesa ci manda. «Un autentico movimento – ha detto Giovanni Paolo II – esiste perciò come un’anima alimentatrice dentro l’Istituzione. Non è una struttura alternativa ad essa. È invece sorgente di una presenza che continuamente ne rigenera l’autenticità esistenziale e storica. Il sacerdote deve perciò trovare in un movimento la luce e il calore che lo rende capace di fedeltà al suo Vescovo, che lo rende pronto alle incombenze dell’istituzione e attento alla disciplina ecclesiastica, così che più fertile sia la vibrazione della sua fede e il gusto della sua fedeltà»[10]. Dobbiamo essere sempre lealmente fedeli alle comunità e alle autorità cui abbiamo aderito. Se siamo in un monastero benedettino la vita di un movimento autentico ci farà riscoprire sempre di più la persona di san Benedetto e dell’abate, se siamo in una parrocchia, se siamo responsabili di un ufficio di pastorale, l’adesione a una comunità nuova darà nuova linfa, nuove parole, nuova intelligenza al nostro compito. Può anche accadere che un nuovo incontro metta in discussione la forma di vita precedente, ma questi sono casi assolutamente eccezionali e devono essere oggetti di un lungo, profondo e leale discernimento in cui il dialogo fra l’autorità e la coscienza sia condotto con tanta preghiera, affidamento allo Spirito e fedeltà verso le promesse precedentemente fatte.

3. Sinergia tra parrocchie e movimenti

È necessario aprire una nuova stagione dove ci sia una reale sinergia tra movimenti e parrocchie. I parroci sono chiamati ad accogliere tutti i movimenti che la Chiesa ha riconosciuto. La Chiesa, riconoscendo l’autenticità ecclesiale di un movimento, in qualche modo lo raccomanda: «Quando un movimento è riconosciuto dalla Chiesa, esso diventa uno strumento privilegiato per una personale e sempre nuova adesione al mistero di Cristo» [11]. «La Chiesa “in uscita” è una Chiesa con le porte aperte» [12] ci ha detto ancora papa Francesco. Per un autentico rinnovamento delle parrocchie è necessario che esse abbiano le porte aperte a tutti coloro che vogliono contribuire alla sua opera missionaria. Da questo punto di vista c’è ancora tanta strada da percorrere. Il papa non ha avuto paura di ammetterlo: «dobbiamo riconoscere che l’appello alla revisione e al rinnovamento delle parrocchie non ha ancora dato sufficienti frutti perché siano ancora più vicine alla gente, e siano ambiti di comunione viva e partecipazione e si orientino completamente verso la missione» [13].

D’altro canto gli appartenenti ai movimenti debbono avere l’umiltà di inserirsi nella pastorale ordinaria, devono saper riscoprire ciò che hanno imparato nelle situazioni sempre nuove delle diocesi e delle parrocchie dove si inseriscono. Non possono pretendere di ripetere schemi prefissati senza che ci sia una reale inculturazione nella realtà locale [14].

L’incontro tra le parrocchie e i movimenti non è una necessità solo delle parrocchie, ma anche dei movimenti stessi. «Questa integrazione eviterà che rimangano solo con una parte del vangelo e della Chiesa o che si trasformino in nomadi senza radici» [15].

Tutto ciò che ho detto finora mette in luce una scoperta interessante: ogni tempo della Chiesa, ogni pontificato costringe benevolmente i movimenti e le comunità a riscoprire il loro dono originario. Con l’elezione di papa Francesco i movimenti sono, per grazia, richiamati proprio allo scopo per cui sono nati: la missione della Chiesa. Questa insistenza sull’“uscire”, che connota i richiami del papa è, con accenti e stili diversi, la ragion d’essere di ogni nuova comunità. Nell’essenza delle parole del papa ciascuno, in fondo, può riconoscere il proprio volto. Perciò la sinergia tra comunità nuove e parrocchia diventa più che mai urgente come aiuto e sollecitazione reciproca a incontrare le persone sulle strade del mondo. Proprio quelle che una pastorale ordinaria non riuscirebbe forse neppure ad intercettare. È come se il papa dicesse ai movimenti: siate voi stessi, realizzate in modo consapevole e conseguente il dono per cui Cristo vi ha suscitati!

4. Il compito dei sacerdoti nei movimenti

Non è facile descrivere quale sia di fatto il compito dei sacerdoti nei vari movimenti. In molte comunità i responsabili sono dei laici e quando sono dei sacerdoti non sempre sono responsabili in ragione del loro ministero, ma in ragione della profondità della loro adesione al movimento. In taluni altri casi invece, sono proprio i sacerdoti in quanto tali ad essere responsabili delle comunità[16]. Dobbiamo perciò cercare la risposta alla nostra domanda più in profondità e scoprire quale sia il compito oggettivo di un sacerdote in qualsivoglia comunità. Egli proprio per l’ordinazione ricevuta è il tramite fra la realtà del popolo di Dio e il vescovo. Il sacerdote ha innanzitutto il compito di rendere presente Cristo attraverso i sacramenti e in modo particolare attraverso la celebrazione dell’eucarestia e il sacramento della penitenza.

Questo servizio fondamentale non lo può svolgere nessuno al suo posto. Esso non è un servizio qualsiasi e non si svolge neppure a lato della vita ordinaria della comunità o del carisma che ha originato il movimento. Senza eucarestia non vi è comunità cristiana. Senza sacramento della penitenza non vi è accesso all’eucarestia. Il compito del sacerdote, perciò, qualunque responsabilità abbia all’interno di un movimento, è fondamentale. Attraverso la celebrazione dell’eucarestia e della penitenza egli insegna, nel fatto stesso della celebrazione, che Cristo è all’origine della vita della Chiesa. Che dobbiamo guardare lui, imparare da lui, ricevere da lui. Che egli è la fonte di ogni grazia e di ogni dono. Inoltre il sacerdote con il suo stesso ministero rende presente l’intera comunità della Chiesa. Soltanto se ogni comunità rimane nell’unità di tutta la vite, i tralci possono portare frutto.

Vivendo l’eucarestia ogni comunità gode della partecipazione a tutta la vita della Chiesa.  Si sente parte di un corpo più grande e comprende di essere mandata a tutto il mondo. Il sacerdote diventa, con la sua stessa presenza, uomo di comunione. È naturale perciò che egli sia anche colui che facilita la partecipazione dei doni di una comunità o di un movimento alla vita intera della diocesi, che aiuta il superamento delle difficoltà di comunicazione e mostra il volto positivo delle differenze e delle integrazioni fra le varie comunità.

Accanto alla celebrazione eucaristica vi è la predicazione. Quand’anche la catechesi in una singola comunità o movimento venga svolta dai laici, il sacerdote ha un compito ineludibile di introduzione alla vita cristiana attraverso la predicazione, la spiegazione della Parola di Dio, l’educazione a leggere ciò che accade con gli occhi della fede. Il sacerdote è un educatore alla fede affinché tutti lo possano essere rispetto agli altri fratelli e agli uomini che incontreranno. Deve essere anche concretamente un educatore delle persone, una guida spirituale, un padre spirituale?

Chi conosce da vicino i movimenti sa che la paternità spirituale o anche la maternità spirituale è esercitata talvolta dai laici e anche con frutto. Un sacerdote maturo, proprio per la sua consuetudine con la vita di Gesù, anche attraverso il sacramento della penitenza può essere allo stesso tempo una grande guida per la vita dei giovani e degli adulti, in particolare degli sposi. Senza mai sostituirsi alla libertà delle persone, senza voler prendere lui decisioni che spettano giustamente ai laici e che riguardano la loro vita personale, egli saprà aiutare le persone a leggere i segni della volontà di Dio. Saprà educarli alla preghiera, all’ascolto della volontà del Signore, alla pazienza, alla lode. In ogni comunità cristiana, e quindi anche in ogni nuova comunità e nei movimenti, il posto del sacerdote come educatore non può essere cancellato. Soprattutto se egli saprà vivere il proprio compito in comunione profonda con gli altri responsabili di quella comunità, porterà frutti per tutti i membri della comunità stessa e per la Chiesa intera.

[1] Evangelii gaudium, 27.

[2] Id., 15.

[3] Giovanni Paolo II, Redemptoris Missio, 34. Cfr. Evangelii gaudium, 15.

[4] Evangelii gaudium, 25-26.

[5] Id., 28.

[6] Id., 29.

[7] Benedetto XVI, Deus caritas est 1: «All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva».

[8] Giovanni Paolo II, Discorso ai preti di Comunione e Liberazione, 12 settembre 1985, 1.

[9] Evangelii gaudium, 67.

[10] Giovanni Paolo II, Discorso ai preti di Comunione e Liberazione, 12 settembre 1985, 3.

[11] Id., 3.

[12] Evangelii gaudium, 46.

[13] Id., 28.

[14] Nell’incontro del 1998 in piazza san Pietro con tutti i movimenti e le nuove comunità Giovanni Paolo II ebbe a dire: «Oggi dinanzi a voi si apre una nuova tappa: quella della maturità ecclesiale. Ciò non vuol dire che tutti i problemi siano risolti. È, piuttosto, una sfida. Una via da percorrere. La Chiesa si aspetta da voi frutti “maturi” di comunione e di impegno»: Giovanni Paolo II, Agli appartenenti ai movimenti ecclesiali ella nuove comunità nella vigilia di Pentecoste, in “Insegnamenti” XXI, 1 (1998), 1123.

[15] Evangelii gaudium, 29.

[16] Tutto ciò ci porterebbe a prendere in considerazione la posizione giuridica dei sacerdoti nei movimenti, tema che non possiamo qui approfondire. Basti accennare che diverse sono state finora le soluzioni canoniche percorse. Alcuni movimenti hanno scelto che i loro sacerdoti siano incardinati nelle diocesi e chiedono, in taluni casi, che siano lasciati liberi per la guida dei movimenti o per compiti di responsabilità all’interno di essi. In altri casi invece hanno dato luogo a delle vere proprie comunità sacerdotali, con differenti soluzioni canoniche. Le Società di Vita Apostolica, per esempio, danno loro il diritto di incardinazione nella Società stessa e il loro superiore è un ordinario. Altre soluzioni canoniche che si stanno pensando sono quelle delle “famiglie”, e cioè un legame fra sposati, laici, sacerdoti e persone dedicate a Dio. Al di là di tutte le problematiche che possono sorgere, le differenti soluzioni canoniche possono semplicemente aiutare ciò che è il cuore della questione: la comunione viva tra il vescovo, i responsabili dei movimenti e i sacerdoti.

Pubblicato in Articoli, Vita diocesana