Cari amici di Corneto… lettera dall’Albania

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Cari amici,

come state?

Ormai sono quasi sei mesi che sono partito per unirmi a questa presenza missionaria della nostra diocesi in Albania e quindi, approfitto dell’occasione per lasciarvi poche parole che esprimono un po’ quello che ho vissuto in questi primi mesi di servizio missionario.

Al mio arrivo sono stato accolto calorosamente dalla mia nuova comunità e famiglia, formata da don Stefano, Alessandro, Francesca, Benedetta e dalla parrocchia del villaggio in cui abitiamo, Gomsiqe.
Con poco più di 150 abitanti, è un posto bello e molto particolare che si sviluppa lungo l’omonimo fiume fino ad affacciarsi in uno splendido lago (anche se artificiale).
Mentre i pastori (la maggior parte delle volte sono ragazzi da 8 a 15 anni) sono impegnati a pascolare capre e pecore, nelle stradine del villaggio girano liberamente mucche, maiali e galline e le donne lavorano nei campi di Kalamoç (granturco, cibo-base della loro alimentazione, tipica dei paesi poveri) che, assieme a viti, ulivi, melograni e campi di fagioli, riempiono il paesaggio, circondando le varie case sparpagliate.
Subito mi hanno fatto sentire a casa e pian piano mi sono inserito negli impegni e nella vita comunitaria, nonostante le molte difficoltà, prima di tutte la lingua.

L’impatto con la cultura albanese non è stato facile: è un paese che si trova appena fuori dalla porta di casa ma che allo stesso tempo è molto diverso!
Di certo, l’aspetto che spicca nella cultura albanese è l’accoglienza: gli albanesi sono persone veramente eccezionali, capaci di farti sentire a casa: vi assicuro molto lontani da tutti i pregiudizi che ci siamo fatti su di loro in Italia. Nonostante la loro povertà, sanno offrirti e condividere tutto ciò che hanno.
L’ospite è sacro, da trattare con tutti gli onori di casa, dove addirittura è presente una stanza apposita (solitamente la più bella e quella riscaldata d’inverno) per accoglierlo e nella quale, seduti comodamente su divani, vengono serviti caffè, dolci e rakì, la grappa tradizionale albanese, anche se a volte non mancano kastravec, diath e kalamoç (cetrioli ,formaggio e pane di granturco).
Questo senso dell’ospitalità è talmente radicato nelle persone che spesso ci capita di tornare dalle messe con dei piccoli doni, dati dalle famiglie dei sette villaggi ai quali prestiamo servizio: si tratta di prodotti locali e casalinghi, da piccole forme di formaggio, a frutta e verdura di stagione, marmellate di fichi e marusticani, uova, rakì e vino.
Spesso succede che sono loro stessi a bussare alla nostra porta per portarceli.
Ed è capitato perfino che ci regalassero due capre, di cui una viva e una da macellare! Ve lo assicuro: persone splendide!

Casa-della-Carit

Casa della Carità di Laç

Purtroppo la loro tradizione e cultura preserva ancora degli aspetti meno gioiosi e positivi quale l’atteggiamento nei confronti delle persone disabili o portatori della sindrome di Down, costretti spesso a vivere la loro vita chiusi in casa a causa della vergogna e del disonore che provano i loro famigliari; anche se nella nostra zona e non solo le cose stanno parecchio migliorando, grazie anche alla presenza di una Casa della Carità in diocesi a Laç, avviata dalle instancabili suor Rita e suor Grazia.

È ancora presente la faida, la “vendetta di sangue” (“gjakmarrjë”) una vera e propria tragedia sia per le famiglie in conflitto che per l’intero villaggio (purtroppo abbiamo conflitti anche nei nostri villaggi).
Per non parlare del trattamento riservato alle donne, obbligate a matrimoni combinati dai loro padri, a non poter uscire senza essere accompagnate, costrette ai lavori più duri e umilianti e che spesso subiscono violenza domestica: di sicuro sono le persone più emarginate nella società albanese, almeno in quella dei nostri villaggi di montagna dove la tradizione è ancora molto forte e determinante.

L’Albania è un paese che ha sofferto molto: basta pensare ai 50 anni di duro regime comunista “ateo”, il primo caso al mondo, a secoli di dominazione turca.
Anche se gli albanesi hanno saputo essere uniti nella sofferenza, cristiani e musulmani e lo testimonia la stima reciproca e la convivenza tranquilla che ancora oggi mantengono.
Sono stati anni di massacri, violenze continue e torture disumane; sono stati anni di terrore in cui il regime ha riempito tutto il Paese di spie e assassini e in cui non si ci poteva fidare nemmeno del proprio fratello!
Pensate a vivere 50 anni completamente da soli, non potendo vivere liberamente nemmeno la propria fede, l’unica in grado di darti la forza per sopportare tutto ciò.
La Chiesa Albanese è una chiesa che è stata perseguitata fino a 20 anni fa, ma che ha saputo rimanere sempre coerente alla sua missione, andando incontro con gioia al “supplizio della croce” e donando a tutto il popolo, cristiani e musulmani, centinaia di sacerdoti, religiosi e laici martiri uccisi in odio alla fede e in difesa del diritto che ogni uomo ha di pregare il Signore nostro.
Per questo il regime l’ha tanto odiata, perché la fede in Dio è l’unica che permette di coltivare la speranza nel cuore, rendendo così l’uomo libero.

Libertà! Una parola prima proibita, mentre ora ha perso il suo significato in un paese dove dilaga ovunque la corruzione e in cui sono ancora aperte le piaghe del regime.
Ed è proprio per tutto ciò che la Chiesa si è sempre sacrificata e che continua fermamente a lavorare, diventando un faro non solo per i cattolici, ma anche per musulmani e ortodossi.

La nostra missione è composta principalmente dal servizio pastorale nei vari villaggi: le messe, il progetto della biblioteca parrocchiale “Libri in Viaggio”, catechismo, visita alle famiglie, ecc…
L’estate è incominciata con uno splendido e affascinante campo estivo con i bambini Gabel (rom) di Scutari, le persone più disprezzate, maltrattate e povere in Albania: pensate che vivono in baracche fatte con teli di plastica! In questo momento siamo molto impegnati con i campi estivi nei villaggi: un’occasione unica per i bambini, per poter giocare e stare insieme e staccare anche solo per una settimana dai pascoli e dal lavoro che li aspetta a casa.
Sono anche iniziati i lavori di ricostruzione del tetto di quella casa decadente di cui vi parlavo e ormai sono quasi finiti. Tutto questo grazie anche alla vostra generosità!

Penso però che la nostra missione principale, quella vera intendo, sia vivere con loro, in mezzo a loro senza avere pretese di “fare”, di cambiare tutto e tutti, chiedendo al Signore di farci umili (che impresa!) per farci sentire sempre “servi inutili” , quali veramente siamo.
Immergersi silenziosamente nella loro cultura, accettando pazientemente i loro modi di fare, mettendo da parte il nostro orgoglio. Lasciare che siano loro a operare su di noi e perché no…anche a cambiarci.
L’importante che ciò non rappresenti il nostro obbiettivo, venire qui solo per lasciarci cambiare: sarebbe proprio da egoisti!
La missione non è una scuola, non è un parcheggio momentaneo dove si sta in attesa per pensare meglio a cosa fare nel futuro, ma è prima di tutto il servizio al prossimo, all’ultimo.
È solo stare vicino a chi ha sofferto e a chi soffre ancora, pregare con loro, non sostituendoci ad essi ma accompagnandoli nel loro cammino.

Spesso ci chiedono cosa facciamo qui in Albania, in un villaggio sperduto nelle montagne. Spesso sono gli stessi albanesi che ci dicono “in Italia stavi bene, cosa ci fai qui “gratis”, perché ti sprechi qui…io non l’avrei mai fatto”.

“Uscì un seminatore per seminare, nel gettare il seme parte di esso cadde lungo la via […] parte cadde su terreno buono, tanto da dar frutto”(Mt 13,3-9)

Mi piace pensare che tutto possa riassumersi in questa figura, quella del seminatore, che semina la parola del regno, parola di amore.
La prima cosa che fa il seminatore non è chiudersi in casa, ma si alza ed esce per andare a seminare. Questo atto significa che lui crede nella parola ed in virtù di ciò si scrolla da dosso tutta la pigrizia, quella che ci fa dire “io sto bene così, lasciamo le cose così come stanno, ci penseranno poi gli altri!”
No! Il seminatore esce e mi piace pensare che mentre semina, non si preoccupa dove cade il seme, non pensa “lì non semino perché tanto non crescerà niente”, non si preoccupa di chi riceve la parola: la dona a tutti senza porsi troppe domande. “Il seme è la Parola del Regno” Abbiamo forse il diritto di scegliere chi può riceverla? Potremmo mai sapere chi veramente la saprà accogliere?

Il seminatore è colui che, bene o male, scopre questa verità e non stando più nella pelle, esce gioioso per donare, per gettare il seme, la Parola: ha scoperto un tesoro talmente grande che non può tenerselo tutto per se e lo condivide con tutti, perché tutti possano essere felici come lo è lui!
È come quella donna che nel Vangelo ritrova la moneta perduta e la sua gioia è talmente grande che esce di corsa a festeggiare con le vicine: gli è impossibile trattenersi, non può! ed esce per condividere la sua gioia con tutti!

Assemblea-nella-Cattedrale_web

L’Assemblea riunita nella Cattedrale

Arrivati a questo punto ci si chiede spesso se il seme darà buon frutto.
Ci piacerebbe poter dire di essere dei buoni seminatori ma il Signore è buono e ci salva da questa tentazione, perché molto probabilmente non vedremo mai i frutti della nostra missione, mai!
Il nostro compito è solo quello di lanciare un seme e spesso lanciamo solo semenza cattiva, al resto ci pensa Dio, perché solo a Lui è permesso di convertire: non siamo noi che tocchiamo il cuore delle persone, ma è la Parola, è il Padre nostro che ci dona il suo amore affinché possiamo donarlo ai nostri vicini.
E qual è il dono più grande che Dio ci ha fatto se non questo? Che amandoci come Padre ci ha reso tutti fratelli nell’amore: io italiano, con il mio fratello albanese! Io cristiano, con il mio fratello musulmano.
Ecco, in questa mia breve esperienza penso di avere intravisto ciò (non ho compreso, ma solo visto da lontano…e quanta fatica! E sicuramente sono sicuramente in errore).
Cosa facciamo qui in Albania? Niente!
La nostra missione è un po’ così… avere il coraggio di amare e di seminare, sperando di lanciare seme buono e non cattivo (come facilmente facciamo) senza però aspettare i frutti che non ci è dato di vedere, ma avendo fiducia nel Signore.
Pregate per noi, perché sentendoci sempre “servi inutili” possiamo essere fedeli a questa missione.

CARI AMICI DI CORNETO!
Mi dispiace di avervi stufato con questa lunga e noiosa lettera e vi chiedo personalmente scusa!
La lontananza da casa, mi ha fatto capire quanto è importante per me il mio paese, quanto sono importanti le persone che a casa mi circondano ogni giorno con affetto e non ho saputo trattenermi!
Mi dispiace non poter essere li con tutti voi per festeggiare la trentesima festa dell’agricoltura: Che traguardo… e quanto vi siete sacrificati per il paese, quanto bene avete fatto con i ricavati al paese e agli altri! Grazie mille per questo e ricordatevi che questa festa è prima di tutto la nostra festa! 
Anche se non sono li ad aiutarvi (chiedo scusa soprattutto a Leo e a Michi) , vi seguo però da lontano come posso, pregando per tutti voi e affidandovi alla Madonna del Buon Consiglio, protettrice dell’Albania e madre nostra, affinché possiate continuare sempre a lanciare il buon seme dell’amore fraterno e della speranza a chi ne ha più bisogno, come avete fatto fin’ora e come avete fatto nei confronti del popolo albanese con la vostra generosità!
Non riesco a comprendere tutto ciò, ma ringrazio il Signore per avermi permesso di parteciparvi, e ringrazio tutti voi di cuore per tutto quello che avete e continuate a fare.
Anche se mi mancate molto, sappiatemi sempre felice e sicuro di questa scelta e porterò sempre nel cuore il vostro affetto e l’abbraccio della pace che mi avete dato nella messa per la mia partenza: vi chiedo di pregare anche per me, ne ho bisogno !! Un saluto particolare alla nostra guida paziente, don Raimondo!!

“Qualunque cosa fate, fatela di cuore” (Col 3,23)

Un grosso saluto ed un forte abbraccio dall’Albania

 Con affetto, Simone

Pubblicato in Articoli, Vita diocesana