Camisasca: il cammino della vocazione

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Da “La Libertà” del 21 giugno 2014.

Ho sempre visto la mia vita segnata da un’unica vocazione che si è sviluppata attraverso nuove scoperte e nuove domande da parte di Dio. Mi viene alla mente un paragone: i missili, che eravamo abituati a vedere qualche decennio fa sulle rampe di lancio dei centri spaziali. Quando partivano, si sganciava uno stadio, poi un altro, poi un altro. Così è la vita, attraverso una serie di avvenimenti imprevisti si è lanciati verso nuove strade e nuove donazioni.

Il mio sacerdozio è nato con il mio battesimo, anzi, prima ancora, con la mia nascita biologica. È lo stesso Signore che dice al profeta Geremia: Prima che tu nascessi ti avevo pensato, prima che tu uscissi dal seno materno ti avevo scelto… (cfr. Ger 1,5). È Lui che mi dà l’autorizzazione a pensare così.
Non che nella nascita tutto sia già determinato. Non c’è nessuna fatalità nella vita, c’è invece una Volontà libera e provvidente, che ci ha voluto e che ci chiede di rispondere alle sue proposte.

A pochi giorni di vita ho ricevuto il battesimo, la domanda più grande che Dio può fare all’uomo, quella di partecipare alla vita di suo Figlio. Per aprirci alla sua vita divina, il Signore ci introduce nella realtà umana della Chiesa. All’inizio il battesimo è come un piccolo seme posto dentro al corpicino del bambino neonato.
È un’immagine, però può aiutarci a capire. Un seme ha bisogno di acqua, ha bisogno di terra, ha bisogno di sole. Così il battesimo, la vita di Cristo dentro di noi, ha bisogno di una terra di rapporti umani in cui ascoltare le parole della vita e della fede. Ha bisogno dell’acqua della grazia di Dio, dell’insegnamento delle persone più grandi nella fede, ha bisogno della luce dello Spirito che ci illumina dal di dentro e ci fa avvicinare sempre di più alla persona di Gesù.
Il desiderio di diventare sacerdote non è stato per me una rivoluzione, ma un naturale sviluppo del battesimo. Ho iniziato a svolgere un compito educativo molto presto, a diciannove anni, quando mi fu chiesto di seguire i ragazzi di Gioventù Studentesca. In seguito mi sono occupato di quelli dell’Azione Cattolica di Milano e poi dei giovani di Bergamo, fino a che, nel 1975, sono stato ordinato sacerdote.
Da laico ho parlato per dieci anni di Dio e di Gesù in centinaia di occasioni, incontrando tantissime persone. Eppure sentivo che mi mancava qualcosa: la possibilità di dire: «Questo è il mio Corpo, questo è il mio Sangue… Io ti assolvo». La sete di poter celebrare i sacramenti mi ha spinto verso il sacerdozio e, anche attraverso tante peripezie, sono infine arrivato ad essere ordinato a Bergamo il 4 novembre 1975.
L’anno prossimo saranno 40 anni.
Così, la mia vita cambiava moltissimo, e nello stesso tempo proseguiva. Dio mi ha dato in ogni svolta della vita un senso di profondo cambiamento e insieme di continuità. Mi comunicava la vertigine di qualcosa di nuovo e nello stesso tempo mi faceva trovare sulla stessa strada di prima, che non veniva mai abbandonata.
Già nei dieci anni di cui ho parlato avevo cominciato a fare un po’ da padre spirituale. Tanti si rivolgevano a me per chiedere consiglio e aiuti. Non mi sono atteggiato mai, né allora né in futuro, a padre spirituale, e non è un atteggiamento che mi piace. Semplicemente ricevo le persone che chiedono di incontrarmi.
E in questi quarant’anni, insieme alla predicazione e alla celebrazione dei sacramenti, ricevere le persone è stato il lavoro più intenso, più duro, più faticoso, più appassionante, più gratificante e più sconvolgente della mia vita.
Più duro, perché esige un’apertura, un atteggiamento totale di ascolto, un silenzio assoluto di fronte all’altro, un’accoglienza senza reticenze. Più faticoso, perché bisogna ascoltare per ore e talvolta per anni. Più gratificante, perché molte volte dall’ascolto nasce l’amicizia e un’intensità affettiva, un coinvolgimento reciproco. Più sconvolgente perché si viene a conoscere tanto dell’altro, talvolta anche qualcosa che non si avrebbe voluto sapere.

E poi ho cercato di aiutare le persone, non a trovare una strada qualsiasi, ma la strada che Dio ha scelto per loro, le ho aiutate a porsi in ascolto di Dio, le ho indirizzate a degli amici, a una comunità.cami-prete
L’uomo non si salva mai da solo, e nessuno di noi è mai la salvezza degli altri.
La Fraternità san Carlo è stato il dono grandissimo ed insperato che dieci anni dopo, nel 1985, Dio ha fatto alla mia vita.
Mi è stato chiesto di occuparmi del sacerdozio. Non sono quindi stato soltanto un sacerdote, ma sono stato anche un uomo che ha riflettuto sul sacerdozio, che ha cercato di comprenderne dall’interno i doni, che ha portato al sacerdozio centinaia di giovani, che ha vissuto gli anni più importanti della sua vita insieme ad altri sacerdoti.

Nel 2012 pensavo assolutamente di avviarmi verso un periodo di minori responsabilità. Al termine del sessennio di superiorato, avendo già ricoperto questo ruolo per 27 anni, sognavo di chiudere il mio compito di superiore, pur restando sempre padre per la Fraternità. È venuta improvvisa la richiesta del Papa di diventare vescovo e di raggiungere la Chiesa di Reggio Emilia – Guastalla. Una nomina che non ho voluto, anzi di fronte alla quale ho cercato di resistere, chiarendo le ragioni di tale resistenza. Infine, per obbedienza, ho accettato.
L’episcopato è certamente un grande dono di Dio, è inutile dirlo, un dono immeritato, come d’altra parte sono tutti i doni di Dio. Un uomo povero, debole, peccatore, è reso partecipe della comunità dei successori degli Apostoli e quindi viene posto particolarmente vicino a Gesù.
L’episcopato è come un sacerdozio allargato a un popolo più grande di quello che si aveva prima, dilatato a nuove responsabilità, aperto verso un numero più grande di sacerdoti e di laici. Ogni vescovo è consacrato per tutta la Chiesa e, pur essendo pastore di una Chiesa particolare, ha una vera responsabilità missionaria verso tutta la terra. L’episcopato in fondo è il sacerdozio con un cuore dilatato.

Vivere in questi primi quindici mesi il ministero episcopale ha voluto dire per me riscoprire la fede.
Non si può vivere senza riscoprire la fede ogni giorno. Soprattutto non si può essere vescovo senza una tale continua rinascita. Scoprire, come fosse la prima volta, che Gesù è morto per me, ha dato la sua vita per me, e che dunque è bello, è gioioso, è grande, che io dia la mia vita per lui. E che la dia non come vorrei darla, ma come lui me la chiede, secondo le modalità concrete della sua domanda, che oggi sono per me la mia amata Chiesa di Reggio Emilia – Guastalla.
Dare la mia vita a Cristo vuol dire donare la mia vita ai nuovi sacerdoti che oggi mi sono affidati, a quelli giovani e a quelli anziani, a quelli malati e a quelli nel pieno dell’attività. A quelli che ho già incontrato e a quelli che non ho ancora visto perché sono lontani, in missione, e che spero di incontrare presto. Donare la mia vita per i diaconi della mia Chiesa, donare la mia vita soprattutto per le famiglie, per i giovani, per i ragazzi, per i poveri, per quelli che non hanno nessuno, per quelli che sono segnati profondamente dalla solitudine, dal tradimento, dalla paura, per quelli che disperano, per quelli che non credono più in nulla perché hanno visto troppo male nella vita e non riescono a credere più nel bene.
Donare la mia vita a loro vuol dire innanzitutto e soprattutto fare ciò che è possibile ed è doveroso per ogni sacerdote: innalzare le mani a Dio per chiedere, come ha fatto Abramo, «Salva questi uomini che mi sono affidati».

+ Massimo Camisasca

Pubblicato in Articoli, Vita diocesana