Cattolici e mondo rurale, il 7 giugno il convegno a Reggio Emilia

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Dopo l’Unità l’attenzione per i mondo rurale da parte dei cattolici (così pure le altre componenti) s’incentra sui rapporti tra proprietari e lavoratori della terra. Dall’enfasi sul valore dell’impegno dei proprietari borghesi si passa a denunciare il loro assenteismo, al chiedere maggiore equità nei patti agrari (mezzadria, colonia parziaria, compartecipazione, affitto), tutele per la piccola proprietà, sviluppo della cooperazione e abolizione del latifondo con la riforma fondiaria. All’inizio del 1900 con Toniolo, i democratici cristiani e Sturzo emerge l’obiettivo di rendere il contadino proprietario della terra quale condizione per l’evoluzione sociale delle campagne, ma poi con la promessa di arrivare alla proprietà i contadini sono massacrati nella Grande Guerra. Durante il ‘biennio rosso’ l’impegno dei cattolici raggiunge il culmine e Giuseppe Micheli, Ministro dell’Agricoltura nel Governo Giolitti, presenta al congresso di Napoli nel 1920 i due disegni di legge sulle rappresentanze agrarie e sul latifondo. Micheli proviene dalla Val d’Enza e affronta la questione agraria non solo nei rapporti tra privati (proprietà/lavoro) ma anche tra istituzioni pubbliche per dare peso alla comunità rurale. Operazione interrotta dal fascismo che rafforza i proprietari della terra, crea lo Stato corporativo, sceglie l’autarchia, provoca il blocco dello sviluppo industriale, lascia ai contadini l’unico sbocco nel colonizzare nuove terre da bonificare in Italia, oltremare, li spedisce in tre conflitti (Libia, Etiopia, Spagna) e infine nella seconda guerra mondiale.

Negli anni della ricostruzione la questione agraria si ripresenta con gli stessi contenuti del primo dopoguerra e anche a sinistra sorge l’Alleanza contadina voluta da Emilio Sereni nonostante sia ancora prevalente la visione collettivista. Le leggi contro il latifondo e le terre incolte sono firmate da legislatori comunisti (Gullo) e democristiani (Segni).

Dagli anni ’50 i governanti democristiani si adoperano per sostenere lo sviluppo industriale e organizzare l’inurbamento, emanano Piani Verdi per stimolare la meccanizzazione del lavoro, la modernizzazione dell’agricoltura e aboliscono la mezzadria. Azioni che sospingono-accompagnano l’esodo dalle campagne di 30 milioni di persone e in parallelo avviano sul mercato il progetto della Comunità europea. Per la pacificazione tra i popoli europei il Trattato di Roma punta all’autosufficienza alimentare cessata con l’impero romano dato che, dopo il suo crollo, il fabbisogno di cibo genera 1500 anni di conflitti per conquistare terre coltivabili in Europa e nelle colonie. Sembrava irraggiungibile l’autosufficienza con solo terreni europei e con popolazione e consumi in aumento, ma ci si arriva in quindici anni (68-83) grazie a Politica Agricola Comune, sviluppo e pace. Quei risultati ottenuti con la sostituzione del lavoro animale e con le innovazioni non sono replicabili, pertanto l’UE (come gli USA) si adopera per conservare la sovranità alimentare. Da tempo ogni Paese membro ha introdotto nel suo ordinamento delle riforme volte a riequilibrare i rapporti tra città e campagna con norme che fissano gli ettari di superficie agricola da destinare allo spazio urbano, assicurano l’azienda contadina con i servizi di sviluppo rurale e assegnano ala popolazione rurale dei poteri di governo sull’ambito rurale. L’Italia è l’unico dei grandi Paesi europei a non prestabilire anno per anno le superfici agricole che si possono consumare (a livello nazionale, regionale e comunale), non tutela l’azienda famigliare contadina con il Codice Civile, il PSC, ecc., non identifica la popolazione rurale per affidale apposite istituzioni. E’ andato perduto in breve tempo un terzo della superficie coltivabile della penisola, si è consolidato il disavanzo agroalimentare per i bisogni indispensabili di cerali e proteine (solo attenuato dall’esportazione di dolci e vino), si adoperano per il settore primario meno di 30.000 persone sotto i 30 anni (immigrati compresi) e in ogni zona il dissesto idrogeologico minaccia la città. L’ONU ha dichiarato il 2014 Anno Internazionale del’Azienda Famigliare perché in tutto il mondo questa realizza il miglior equilibrio tra uomo e ambiente e se finisce la popolazione contadina che lo cura ‘il creato non perdona’ come avverte Papa Francesco. Urge riprendere l’obiettivo di Micheli (eletto 100 anni fa nella provincia reggiana) creando in Italia l’ente dedicato all’ambito rurale per rendere equilibrati i rapporti tra società urbana dominante e mondo rurale soccombente. Da tutto ciò emerge l’importanza della riflessione che si svolge il 7 giugno.

                                Enrico Bussi

Programma Convegno del 7 giugno 2014 a Reggio Emilia

Sala del Consiglio provinciale, Corso Garibaldi 59

 

Mondo rurale e riforme

 

9,15 Apertura dei lavori, Giardo Filippini, Presidente di RuRe

 

Jan D.van der Ploeg, Università di Wageningen-Olanda

Contadini e sviluppo delle società avanzate 

 

Antonio Onorati, Associazione Rurali Italiani e Crocevia-Roma

Agricoltura contadina e sovranità alimentare italiana

 

Alberto Ferraboschi, Responsabile archivio storico della Provincia di Reggio Emilia

Rappresentanze agrarie in Italia: due proposte nel ‘900

 

Kees De Roest, Centro Ricerche Produzioni Animali, Reggio Emilia

Cambiamento recente della campagna reggiana

 

11,15 Interventi

Eleuterio Agostini, sacerdote che ha operato nel capoluogo e all’esterno

Vita contadina, esempio di reciprocità

 

Roberta Rivi, Assessore all’Agricoltura della Provincia di Reggio Emilia

Eredità di valori del mondo rurale

 

Altri interventi e dibattito

Persone di enti, di organizzazioni, del mondo rurale e urbano

 

12, 30 Conclusioni

Luca Vecchi,Sindaco di Reggio Emilia e Presidente dell’assemblea dei sindaci

Rapporto città/campagna da riequilibrare

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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