Il progetto educativo e didattico delle scuole «immaginache»

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La scuola ricopre un ruolo molto importante nell’educazione dei bambini e ragazzi perché li prepara a costruire il loro futuro, li segue passo passo nei progressi e nelle difficoltà ed è per questo che insegnare è affascinante, è una grande sfida, una vera missione che mette in gioco le diverse abilità di ogni insegnante.

Ai coordinatori dei diversi ordini dell’esperienza scolastica “immaginache”, Giulio Musi ha chiesto cosa li spinga a spendere tanto tempo ed energie per questo progetto.

 

Risponde Teresa Santini, coordinatrice dell’istruzione familiare secondaria di primo grado “Mariachiara” di Sant’Ilario d’Enza.

 

Come motivare gli alunni a scommettere sulla scuola per realizzare il loro futuro?

Quando un giovane è circondato da adulti che credono nel futuro e sperano in lui, nasce nello studente il desiderio di superare le aspettative del maestro. Ritengo che la scuola abbia il grande compito di aiutare il ragazzo a intraprendere il viaggio del futuro alla scoperta di sé e del mondo.

 

La fantasia, la creatività quale posto ha nello studio?

Ogni insegnante appassionato della sua disciplina, desideroso che i ragazzi apprendano, si lascia coinvolgere nella loro crescita, cerca con passione, creatività, in modo sempre rinnovato strategie efficaci, per far scoprire al ragazzo il valore delle sue fatiche.

 

La scuola è esigente: ore sui libri, precisione, sforzo per capire, applicazione costante. Come si atteggia l’insegnante  di fronte alle difficoltà scolastiche dei suoi alunni?

Certo la scuola è esigente nel rispetto di ogni alunno. È assolutamente indispensabile non lasciare il ragazzo solo davanti alla difficoltà, ma incoraggiarlo, accompagnarlo, aiutarlo perché poi impari a volare da solo. La fatica è la condizione indispensabile per raggiungere mete inaspettate.

 

Come far arrivare il giovane a sacrificare tempo ed energie per lo studio in una società dove il sacrificio e la perseveranza sono all’ultimo posto?

Direi che educare alla bellezza del sacrificio è la vera sfida della scuola di oggi. Confermo che è veramente difficile, ma penso che l’educatore-insegnante sia colui che aiuta ad apprezzare la sfida della fatica attraverso l’ordine, ascolto, la perseveranza, per riconoscersi persone uniche e speciali in una società che ci vuole tutti uguali.

 

Per l’anno che verrà, che reazione ti aspetti dagli alunni che entreranno in una scuola nuova?

Immagino una reazione molto, molto positiva e contagiosa. L’ambiente grande e luminoso, nuovo e colorato, contribuirà decisamente a vivere la scuola in modo bello e piacevole. Finalmente luoghi e spazi adatti ad accogliere le nostre tante attività.

 

Gli adulti sono ancora un punto di riferimento per i giovani?

Credo che, per essere un punto di riferimento, si debba essere persone coerenti e credibili.

Quando un giovane percepisce nel rapporto con l’adulto di essere guardato con amore e con speranza e che l’insegnante lo sta aiutando a conoscere i sui talenti, sorreggendolo nella fatica, e motivandolo, ecco che scatta la scintilla. Il giovane vede nell’adulto non un antagonista ma un educatore che lo aiuta a crescere.

 

Quale responsabilità hanno i genitori in questa confusione di ruoli?

I genitori, non è una frase fatta, sono i veri protagonisti: ogni figlio, in fondo, ascolta e guarda soprattutto i propri genitori. Lo sguardo è soprattutto rivolto su di loro. La cosa più bella è proprio quando un figlio percepisce che un genitore tiene così tanto a lui che si mette in gioco e chiede aiuto a persone preparate, per la sua formazione e per la sua crescita. Non si riesce a fare da soli nell’educazione è necessario condividere e aiutarsi come famiglie, per sperare insieme su di loro.

 

È facile delegare l’educazione dei propri figli alla scuola. Voi riuscite a costruire un dialogo sereno e collaborativo con le famiglie?

Da un lato è molto facile delegare, dall’altro si fa fatica a confrontarsi serenamente con altri sui propri figli, ci sembrano sempre perfetti ed è naturale per un genitore avere paura di essere giudicato. Nella nostra esperienza, quando genitori e insegnanti cercano il bene del ragazzo in una collaborazione sinergica, cercano di farlo crescere, di aiutarlo a scoprire le sue capacità e accettare i suoi limiti, con tanta pazienza, si ottengono ottimi risultati. Quando poi i ragazzi percepiscono questa sintonia il clima diventa veramente speciale.

 

Risponde Mariangela Caniparoli, coordinatrice dell’istruzione familiare primaria “Lola Sacchetti” di Sant’Ilario d’Enza.

 

Insegnare implica una completezza di competenze che spesso dalla scuola viene sottovalutata, sottintesa o ignorata. Quali sono le idee fondamentali del vostro insegnamento?

Insegnare è lavoro prezioso e complesso: siamo consapevoli dell’importanza del nostro compito educativo, che talvolta ci spaventa, ma ci impegniamo per la crescita integrale dei bambini e dei ragazzi che ci sono affidati. Insegnare non può mai essere ridotto a un insieme di metodi e tecniche, per quanto sofisticate, ma è una costante apertura alle potenzialità, alle qualità che ogni ragazzo porta con sé; è una capacità di accompagnarlo nel suo percorso di crescita.

 

Il Papa ha raccontato con parole di particolare affetto la usa prima maestra, qual è secondo voi il segreto per farsi ricordare per  la vita, per far sì che gli alunni una volta diventati adulti abbiano a ricordarvi con riconoscenza?

“L’educazione è cosa del cuore”: penso che il segreto sia in queste parole di don Bosco.
È fondamentale un’attenzione educativa personalizzata; il bambino si deve sentire amato, accolto, custodito, valorizzato dall’insegnante. Il Papa ricorda ancora la sua maestra perché gli ha fatto amare lo studio; le difficoltà, le fatiche non devono togliere al ragazzo l’amore per la scuola. Questa è una grande sfida per l’insegnante che deve dare fiducia, attendere e guardare ogni suo alunno con occhi pieni di speranza. Ogni insegnante, come ogni genitore, gioisce nel vedere crescere gli alunni, nel saperli capaci di fare scelte coraggiose, nel vederli camminare nella ricerca della Verità, del bene e del bello.

 

Risponde Bernadette Guglielmetti, coordinatrice dell’istruzione familiare secondaria di primo grado“Rolando Rivi” di Reggio Emilia.

 

Perché aprire oggi una scuola a Reggio Emilia?

L’Istruzione secondaria di primo grado Rolando Rivi è nata a Reggio Emilia nell’anno scolastico 2013-2014 dal desiderio di alcune famiglie di poter vivere, attraverso l’istruzione paterna, una profonda collaborazione tra scuola e famiglia volta alla ricerca del bene degli alunni, per una loro completa maturazione umana e spirituale. È partita così nel 2013 una prima classe di scuola secondaria di primo grado (medie) con il desiderio di poter offrire alla città di Reggio una proposta educativa in cui la passione e la cura per l’educazione dei ragazzi possa “entrare” in aula attraverso l’insegnamento delle varie discipline; una realtà d’ispirazione cattolica che sappia interpretare i contenuti delle diverse materie alla luce del Vangelo; un clima di famiglia in cui le relazioni sono poste al centro del processo di educativo.

 

Che rapporti avete con le scuole di sant’Ilario?

La partenza della nuova esperienza reggiana è stata fin da subito sostenuta dalla ormai collaudata esperienza d’istruzione familiare di S. Ilario D’Enza, sia dal punto di vista organizzativo ma principalmente nel riconoscersi in un comune progetto educativo. Quest’anno abbiamo collaborato e programmato insieme numerose attività e percorsi didattici sulle classi parallele: festa dell’accoglienza, gare di matematica, partecipazione al convegno nazionale Diesse a Firenze, settimana laboratoriale, attività di teatro… Per gli alunni della Rolando Rivi è stata una ricchezza e  un’opportunità di conoscere nuovi amici  e per i docenti e le famiglie una “garanzia” nell’intraprendere  questa avventura educativa. Inoltre anche l’istruzione familiare Rolando Rivi è gestita dalla Cooperativa don Pietro Margini.

 

Risponde Maria Bonaretti, coordinatrice del Liceo scientifico paritario San Gregorio Magno di Sant’Ilario d’Enza.

 

Sempre il Papa ha detto “amo la scuola perché è sinonimo di apertura alla realtà”, non è forse una delle cose che vi rinfacciano? “sono fuori dalla realtà, i ragazzi crescono senza conoscere davvero com’è la vita…” Qual è la vostra risposta?

La scuola come ha detto il Santo Padre deve essere “apertura alla realtà”: le discipline che si studiano, i libri che si leggono non sono altro che descrizioni della realtà, dell’uomo e delle grandi domande della vita, colte da punti di vista diversi. La scuola ha il compito primario di aiutare gli alunni a leggere, comprendere, interagire ed intervenire sulla realtà per renderla migliore. Questa finalità s’interseca però con la libertà e la responsabilità di ogni alunno. La preoccupazione della chiusura può essere giustificata, ma credo che nel mondo di oggi pensare di tenere i bambini e ragazzi sotto una “campana di vetro” sia un’utopia e sia controproducente sotto tanti aspetti; diverso è custodirli per renderli preparati ad affrontare il mondo. Oggi vedo piuttosto il rischio opposto: quello cioè di esporli ad una così grande pluralità di proposte e di idee opposte e diversificate tra loro, da renderli incapaci di maturare nella propria libertà e nella responsabilità. Di fatto il rischio è quello che vengano paralizzati dalla mancanza di un criterio ordinatore e che si perdano nel labirinto del relativismo, disorientati e resi incapaci di scegliere per sé e per la propria vita.

 

Perché per la scuola superiore è stato scelto il liceo? ci potranno essere indirizzi diversi in futuro?

L’attuale Liceo scientifico paritario nasce dallo sviluppo delle precedenti scuole: la prima scuola superiore del 1981 era l’Istituto magistrale che, per le riforme ministeriali successive, si è trasformato in Liceo della comunicazione nel 1998. A seguito della cancellazione di questa tipologia di scuola, si è passati ad un liceo scientifico nel 2007, poiché il liceo della comunicazione si concludeva, in realtà, con una maturità scientifica

 

Il liceo ha il limite di non aprire le porte alle professioni e di dover per forza completare la propria formazione con l’università?

Sarebbe nostro desiderio poter offrire altri tipi di scuola: magari potessimo aprire anche una scuola professionale altamente qualificata e caratterizzata da un buon ambiente… ma le scuole professionali necessitano d’investimenti molto costosi nei laboratori e nelle attrezzature… D’altra parte il liceo scientifico ha l’obiettivo di portare i ragazzi a chiedersi il perché della realtà e di tutto ciò che circonda l’uomo, imparando a farsi le domande giuste: questo ci sembra fondamentale oggi, un’opportunità da sfruttare per formare menti critiche e preparate capaci di rispondere cristianamente alle sfide culturali del nostro tempo.

 

E tu come coordinatrice, riesci a valutare serenamente i tuoi collaboratori e stimolarli perché riescano a svolgere con fame di educazione il loro lavoro?

Il desiderio è che anche nelle scuole lo stile sia “la comunità”: tra noi insegnanti cerchiamo di tenere sempre vivo il confronto, l’arricchimento e anche la correzione fraterna. Abbiamo diversi momenti strutturati di confronto, condivisone e progettazione comune, in modo che ognuno non sia lasciato solo di fronte all’impegnativo compito educativo e alle difficoltà che questo quotidianamente comporta.

 

Come vi aggiornate voi insegnanti, come fate a sentire forte anche voi la voglia di imparare?

Ogni anno progettiamo e attuiamo per tutti gli insegnanti delle scuole un week end nel quale mettiamo a tema problematiche educative e di formazione con esperti e professionisti esterni alla nostra scuola, sempre seguiti da un serrato confronto tra noi per far sì che ciò che abbiamo ascoltato possa davvero essere concretizzato nella pratica educativa di ogni giorno. Tra noi insegnanti cerchiamo di creare un clima di amicizia per essere non soltanto singoli ma comunità che educa.

 

Risponde Roberto Bertacchini, presidente della coop.va sociale don Pietro Margini che gestisce le realtà scolastiche “immaginache”.

 

Quali sono i numeri della scuola? Alunni, docenti, personale di servizio?

Nel corrente anno scolastico gli alunni che frequentano le nostre scuole sono 212 e i docenti coinvolti sono un’ottantina di persone più una decina di personale di servizio.

 

Quanto volontariato c’è nella Vostra scuola?

Nella nostra esperienza scolastica c’è moltissimo volontariato e questo ci permette di mantenere il contributo annuale accessibile a molte famiglie anche con più figli. La generosità di tanti, unita alla passione per l’educazione, creano un clima di costante tensione a fare meglio, a trovare nuove strade a mettersi in gioco. In tutti questi anni abbiamo davvero sperimentato con mano che la Provvidenza si fa presente, tangibile, nella disponibilità, nella generosità e nei sacrifici di tanti che vivono la scuola non come un lavoro ma come una missione, una chiamata, un arricchimento personale, una passione.

 

La gratuità dell’insegnamento ha il limite di accontentarsi?

Credo che la qualità dell’insegnamento non sia data dal fatto di essere retribuiti o no (se così fosse le scuole con tutti gli insegnanti retribuiti dovrebbero avere standard altissimi) ma dalla passione educativa di cui ogni insegnante è portatore e dal clima di comunione che si riesce a vivere.

 

Come avete fatto fronte al fabbisogno finanziario?

In tutti questi anni sia per la gestione ordinaria ma anche per la costruzione del nuovo palazzo degli studi ci siamo affidati alla generosità e alla partecipazione delle famiglie e, purtroppo, non abbiamo ricevuto finanziamenti statali, anche perché l’esperienza dell’istruzione familiare non rientra nei contributi, seppur minimi, previsti per le scuole paritarie.

 

Giulio Musi

 DEFINITIVA---'Immaginache'

 

 

Pubblicato in Articoli, Società & Cultura