“Oltre l’azzurro”, racconto per voce, corpo, musiche barocche.

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“Oltre l’azzurro” è il titolo della produzione che l’Istituto diocesano di Musica e Liturgia – insieme al Teatro Bismantova di Castelnovo Monti – presenterà domenica 25 maggio alle ore 18 alla Casa “Madonna dell’Uliveto” presso l’Hospice di Montericco di Albinea.
Su testo di Cesare Bedognè tratto da un libro pubblicato per le Edizioni “Abao Aqu”, Maria Frepoli ed Emanuele Ferrari daranno vita (accompagnati da Nadia Torreggiani al clavicembalo, Patrizia Filippi al flauto traverso e Pietro Mareggini ai flauti dolci barocchi) a un “Racconto per voce, corpo, musiche barocche”, su musiche di Johann Sebastian Bach.
Lo spettacolo, performance che intreccia corpo, voce e suoni di musica barocca, è l’umanissima storia di un incontro con l’anima gemella, di lunghi viaggi tra nord e sud d’Europa, di una malattia che si fa strada inesorabile, di un ritorno a casa, dopo tutto, con i frammenti della propria storia da rimettere in ordine cercando quel «kairos» – quella “eternità d’istante” – che ciascuno si porta scolpita dentro.


“Vi sono cose che si dicono e cose che si vivono. Oltre l’azzurro è un viaggio nella memoria a raccogliere rimasugli di tempo vissuto, briciole di ciò che resta del niente. Per questo tutto ha più senso, tutto diventa prezioso: i profumi, i colori, i luoghi, le sfumature di grigio, i ricordi possibili, l’infinito dolore.
La vita è un insieme di frammenti fra pagine vuote tenute da un filo, appeso come foglia sul piglio del ramo. Perfino banale come conclusione. Piuttosto scontata come fine. 
Va là dove porta il vento o in una camera della morte dove non si vuole mai entrare in fondo a un corridoio. 
Chissà perché queste camere, in qualsiasi luogo, si somigliano tutte. Hanno tutte lo stesso odore dei fiori decomposti e non intaccano nulla: la vita che scorre con la levità di un respiro nella sua indifferenza. Resta la coscienza del dolore. A frugare tra vecchie carte, a ricomporre d’un colmo il vuoto: il senso di aver vissuto tra camere d’albergo e periferie senza nome. 
Monique, il suo volto il suo amore, la sua morte, il suo e il mio dolore.”

Cesare Bedognè

Presentazione
Lo spettacolo teatrale, una performance che intreccia corpo, voce e suoni di musica barocca, nasce dal libro omonimo, pubblicato dalle edizioni Abao Aqu nel dicembre del 2012.
È la storia, umana troppo umana, di un incontro con l’anima gemella, di lunghi viaggi tra nord e sud dell’Europa, di una malattia che si fa strada inesorabile, di un ritorno a casa, dopo tutto, con i frammenti della propria storia, da mettere in ordine, non in senso cronologico, ma forse cercando il kairos, quella “eternità d’istante” che ciascuno si porta scolpita dentro, che ci fa continuare a essere, ci fa cercare un altrove, come qualcosa che va e resta oltre.
Un’altra vita forse, o semplicemente la “vita che dà barlumi.”
Le parole del libro di Bedognè s’intrecciano con le partiture corporee di una creatura vestita di bianco che silenziosamente si trasforma, vive i suoi ricordi, oltrepassa soglie, quasi si trovasse “dall’altra parte della vita”, dove suona una musica assoluta e senza tempo, come quella di Bach, a cercare un modo di raccontare ancora, una pausa, uno spazio che si apre sul dolore, il primo e ultimo senso del nostro abitare il vuoto.
Accompagnano in silenzio, sullo sfondo della scena, quasi fossero le ombre di un coro da tragedia greca, immagini scattate dallo stesso Bedognè, come una serie di figure, paesaggi, istanti che sviluppano un viaggio parallelo, apparenze che segnano una sorta di contrappunto a quello che accade, e lo prolungano altrove, ancora una volta, oltre.

La storia
È l’ottobre del 1998.
Un uomo fa ritorno in patria, dopo lunghi anni in Olanda.
Nelle stanze del Nord la sua compagna è appena morta di cancro.
Lui ritrova la città padana nella quale era stato studente: cerca immagini nella nebbia, popola il vuoto di ombre, si moltiplica nei frammenti di specchio d’un vecchio diario.
La vita continua, ma il dolore è immutabile.
Così l’uomo incomincia a scrivere: sogna, grida, ricorda.
E lentamente le immagini si legano tra loro, come da sole: si stabiliscono corrispondenze, assonanze, richiami.
Come quando in camera oscura un rivelatore agisce sulla gelatina d’argento, le scene si sviluppano gradualmente, a strati sovrapposti, e l’immagine fantasma prende corpo man mano che procede la lettura, attraverso un’alternanza di luci e ombre che riflette la coscienza interiore del tempo piuttosto che un supposto ordine cronologico e causale.
Tutto si coagula in cinque capitoli, che corrispondono ad altrettanti luoghi dell’anima, e ricostruiscono il tessuto di un’esistenza secondo le forme di una scrittura nuda e compatta.

Ingresso libero.

Per informazioni www.idml.it o pagina facebook  http://www.facebook.com/pages/Phos-hilaron/296973716983321

 

 

Pubblicato in Articoli, Vita diocesana