Il ricordo del vescovo Gilberto Baroni nelle parole di don Emilio Landini

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Il testo dell’ omelia di don Emilio Landini stretto collaboratore del vescovo Gilberto Baroni durante la messa di suffragio.

Siamo qui a ricordare con immensa gratitudine il Vescovo Gilberto Baroni, che ha retto la diocesi reggiana per 24 anni. Celebriamo l’Eucarestia e preghiamo per lui nel giorno anniversario della sua morte, avvenuta 15 anni fa, e a quasi 25 anni da  quando, il 22 settembre 1989, ha lasciato la nostra diocesi. La memoria e la preghiera si estendono ai predecessori, in particolare ai Vescovi Eduardo Brettoni e Beniamino Socche.

Che cosa possiamo rievocare di lui? Anzitutto il grande senso della Chiesa e della sua missione e la volontà di realizzare in diocesi il Concilio Vaticano II; inoltre, la concretezza e la capacità di governo. E ancora lo spirito di preghiera, in particolare l’amore per la liturgia, e una forte spiritualità.

Tra le caratteristiche della sua personalità di Vescovo ritengo di potere scegliere un motivo unificatore, che ci viene suggerito dal Vangelo appena ascoltato. È la radicalità, non il radicalismo, del messaggio evangelico che, facendoco passare dal Monte Sinai, anzi dalla giustizia farisaisa, al Monte delle Beatitudini, ci trasmette le istanze più profonde dell’amore. Un amore che non ammette limiti o esclusioni, come si esprime l’antico motto (adombrato in qualche testo di Sant’Agostino e formulato da San Bernardo di Chiaravalle con esplicito riferimento all’amore verso Dio): “La misura dell’amore è amare senza misura”.

In questo contesto evangelico il binomio “Tradizione e innovazione”che compare nel magistero postconciliare  del Vescovo Gilberto, si accosta ad un altro: “Radicalità e rinnovamento”. Di qui scaturisce il titolo di questa commemorazione: “Il Vescovo Baroni: fra radicalità evangelica e innovazione”

Era, questo, un binomio problematico, soprattutto negli anni inquieti del post Concilio, quando anche “novità” marginali non erano esenti da fraintendimenti e tensioni all’interno della comunità cristiana e del presbiterio.

Fu nella Messa crismale del 1967 che Baroni affrontò il problema del rinnovamento nella vita del prete. Ed ecco come venne da lui spiegato il binomio: “Tradizione e innovazione: due termini il cui accordo non sempre è facile; eppure è necessario. Dietro la tradizione può distendersi l’ombra dell’immobilismo; dietro l’innovazione può allungarsi quella del relativismo e dello storicismo. Eppure sono due aspetti complementari, la cui sintesi, nella Chiesa, genera la vera crescita e il sano progresso” (Bollettino Diocesano, 1967, n.2, 229).

 

Dopo un anno dal suo arrivo in diocesi il coraggio dell’innovazione è apparso con la trasformazione del seminario, come pure con le nomine e il trasferimento di numerosi sacerdoti, al punto che qualcuno ha evocato l’espressione “rivoluzione d’ottobre”.

Potevano far discutere certe sue innovazioni riguardanti la struttura e la vita del seminario. Era facile il fraintendimento o il rischio che certe aperture e la maggiore libertà accordata ai seminaristi venissero intese come un abbassamento di tensione spirituale, come cedimento ad una sensibilità mondana. Ma la spiritualità profonda, o meglio la radicalità evangelica, di Baroni non concedeva alcun sconto nel proporre il traguardo della santità.

La sua tempra di uomo di fede traspariva in tante occasioni. La sua spiritualità si richiamava spesso alla Croce, alla necessità della penitenza e della pratica ascetica, da lui vissuta e trasmessa con linguaggio forte, persino crudo.

Fin dagli inizi del suo episcopato reggiano tracciò la vera identità del prete. Possono bastare alcune espressioni dell’omilia nella Messa crismale del 1969: “Che Dio sia Dio nella nostra vita! Che Gesù sia tutto il nostro pensare, faticare, sperare, amare”. E subito indicava il fondamento e la radice dell’esistenza del prete: “La contemplazione adorante, il tempo della preghiera a tutta perdita umana… l’intimità con Gesù… Non vi è posto per noi per una sia pur parziale secolarizzazione. Se per recuperare l’uomo perdessimo Dio, finirebbe la nostra stessa missione; anzi la nostra stessa vita si vanificherebbe in un nulla risibile e amaro”.

E ora meriterebbero almeno una parola i sogni del Vescovo Baroni. Voglio alludere alla sua creatività, alla sua capacità di iniziativa. Nelle scelte pastorali sapeva osare, mirare in alto. Pur dotato di lucido realismo nel vedere e nel discernere, credo si possa riconoscere che premeva più spesso il pedale dell’acceleratore che non quello del freno. Incoraggiava anziché mortificare.

Sostiamo un momento sul sogno più a lungo da lui accarezzato: il seminario.

Pochi mesi dopo il suo ingresso in diocesi, il 4 novembre 1965, presenziando l’assemblea diocesana dell’Azione Cattolica, Baroni tra gli obiettivi primari del suo episcopato indicava questo:

“È urgente ripopolare il seminario”. Era ben consapevole che umanamente poteva trattarsi di un’utopia, dal momento che i seminari si andavano svuotando. Eppure seminario e vocazioni furono la sua prima e tenace passione. Lì fin dall’inizio del suo episcopato reggiano riversò le migliori risorse di giovani sacerdoti, allora molto numerosi. Il grande impegno riempì temporaneamente il seminario, ma in seguito non ebbe i risultati sperati. I nuovi entrati erano in grandissima parte ragazzi delle medie inferiori, che rapidamente diminuirono.

Non nascondeva di avere in cuore una dolorosa spina per quel seminario mezzo vuoto, che comunque doveva diventare sempre più il luogo di incontro delle diverse realtà diocesane: iniziative diocesane, uffici, organismi pastorali. Nei dieci anni di sinodo diocesano gli incontri di gruppi e le assemblee generali si svolgevano tutte in seminario. Se non di seminaristi, il seminario si ripopolò nel senso che divenne il cuore, il centro, di gran parte delle iniziative spirituali, pastorali e culturali. Lì confluivano iniziative di associazioni, di movimenti e di parrocchie.

I sacerdoti allora avevano abituali contatti con il seminario, diventato punto fondamentale di riferimento per preti e laici. D’altronde la vicinanza alla Cattedrale e al Centro diocesi offrivano significative opportunità di contatti fecondi ai seminaristi più grandi.

 

Ritornando alla grande figura del Vescovo Baroni, la vediamo caratterizzata da una spiritualità e da un’ascesi forte che gli stimolavano la creatività pastorale, e gli davano la forza di superare insuccessi.

In lui abbiamo ammirato innovazioni coraggiose, frutto di un’audace radicalità evangelica; al tempo stesso abbiamo ammirato un’ascesi, una spiritualità della Croce capace di affrontare amarezze e delusioni, che non sono mancate nel suo ministero episcopale.

Mi sia consentito  terminare con un episodio molto increscioso che si preferirebbe tacere, ma che, in una commemorazione in seminario a sei mesi dalla morte di Baroni, lo stesso Mons. Monari, allora vescovo di Piacenza, rievocò. Non potrò mai dimenticare quella scena che risale al 1971, quando in seminario un gruppo di giovani, aizzati da chi avrebbe dovuto orientarli alla moderazione, subito dopo il pranzo fece irruzione nel mio studio di rettore, avendo saputo che lì era presente il Vescovo. Quei giovani entrarono di prepotenza e accerchiarono il Vescovo Gilberto per costringerlo a ritirare il trasferimento del parroco. Impotente e sgomento io ho assistito a quella scena di violenza verbale, accompagnata da gesti di derisione. Mons. Baroni non pronunciò neppure una parola; solo annuiva con il capo per dire che aveva capito tutto e non aveva alcunché da spiegare. “Non dice nulla?”, gli ripetevano. Fu un interminabile quarto d’ora, che mi richiamò il silenzio di Gesù durante la passione.

Poche ore quell’episodio Baroni doveva presenziare un incontro con i responsabili di Azione Cattolica al Centro Giovanni XXIII. L’allora assistente diocesano, don Luciano Monari, scosso dalla notizia di quanto era accaduto, si recò in vescovado per accompagnarlo nella sala della riunione. Che cosa avvenne? Che cosa disse? Sei mesi dopo la morte di Baroni, il 18 ottobre 1999, lo stesso Monari, in una commemorazione nell’aula magna del seminario a Reggio, confidò: “Ero convinto che ci avrebbe detto che cosa fare. Venne, prese il Vangelo del giorno, lo lesse e non disse una sola parola su ciò che era successo”. E Monari commentò: “Quando era in gioco lui come persona, alla fine contava poco… Quello che lo interessava era certamente ciò che riguardava la vita della Chiesa e in quell’ambito, se una decisione doveva essere presa, la prendeva…”.

Questa la testimonianza di don Luciano, che si può leggere integralmente nel sito internet dove sono raccolti “Gli scritti di Mons. Baroni”, a cura di don Franco Gallingani.

L’episodio, pur doloroso e riprovevole, non ebbe alcuna ricaduta negativa all’interno della comunità ecclesiale. E il Vescovo Baroni, nei 18 anni successivi del suo episcopato reggiano, continuò più che mai a sognare, a incoraggiare e stimolare. E non gli vennero meno neppure le battute briose e pizzicanti in dialetto bolognese, sussurrate persino durante le celebrazioni paraliturgiche.

Gli siamo molto grati per la creatività e la tenacia nel guidare la Chiesa reggiana. Soprattutto in questo giorno la sua memoria ci richiama fortemente la spiritualità della Croce, che  spinge a scelte coraggiose senza lasciarsi intimidire o scoraggiare da insuccessi e da umiliazioni.

Grazie, Vescovo Gilberto. Noi la pensiamo nella luce di Dio. Preghi per noi affinché ci lasciamo guidare dalla sapienza della Croce. Preghi ancora per la nostra Chiesa. E continui a farci sognare anche ciò che umanamente sembra utopia.

 

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