Il Vangelo anche alle rumene «prostituite» – Appunti dalla serata «Mi chiamo Alina», del 21 febbraio

Stampa articolo Stampa articolo

– da “La Libertà” n. 8, dell’1 marzo 2014 –

Un incontro coinvolgente, a tratti anche commovente. Un tuffo dentro storie tanto ‘lontane’ dalla quotidianità della stragrande maggioranza di ciascuno di noi quanto drammaticamente vicine per il fatto che lo scenario in cui si svolgono è in tutto e per tutto reggiano. Vicende che hanno per  ‘teatro’ la via Emilia – da Sant’Ilario a Rubiera – e per attrici ‘non protagoniste’ (poiché non realmente libere di disporre della propria vita), ragazze tra i 18 e i 30 anni, ‘consegnate’ alla cruda realtà della strada, ingranaggi a comando nello squallido mercato del sesso a pagamento.
Spesso ciò avviene quasi sotto i nostri occhi, ma senza che ce ne accorgiamo veramente, sebbene quei famigerati ‘non-luoghi’ possano distare soltanto poche centinaia di metri, vieppiù qualche chilometro, dai posti che frequentiamo abitualmente o nei quali viviamo.

Elena-CarmenSalemi-MatteoGelmini

L’intervento di Carmen Salemi (laureata in Scienze dell’Educazione e Scienze Umane all’Università di Modena e Reggio Emilia, con una tesi su “La donna nella cultura rumena”; per approfondire l’oggetto dei suoi studi ha vissuto alcuni periodi in Romania. Alla sua sinistra, il moderatore dell’incontro, alla sua destra, Elena, interprete e traduttrice per Gina Stoiàn.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]S[/dropcap]i è parlato delle giovani rumene vittime della «tratta» nell’incontro “Mi chiamo Alina”, che il Progetto diocesano “Maria di Magdala” – della Caritas reggianoguastallese – ha organizzato venerdì 21 febbraio presso l’Aula Mater dell’Oratorio Don Bosco di Reggio Emilia, in via Adua, sulla scia di simili momenti di approfondimenti promossi negli anni scorsi.

Un mosaico di più voci, fatto di interventi di esperti ed operatori ‘sul campo’, e di testimonianze dirette, a comporre una serata – condotta dal sottoscritto – che ha delineato un quadro desolante di induzione alla prostituzione che quasi sempre affonda le sue radici nella stessa cultura di provenienza delle ragazze, attirate in Italia o altrove con la promessa di abbondanti guadagni, in prospettiva dei quali magari hanno lasciato in Romania figli piccoli affidandoli alla nonna. Soldi che dovrebbero poi permettere loro di “farsi un futuro”, di “sistemarsi”, grazie a quel non meglio precisato “lavoro” che si rivelerà infine ben altro rispetto alle attese illusorie create ad arte dai loro ‘aguzzini’ (non di rado, i fidanzati stessi, che fanno leva sull’aspetto emotivo ed emozionale).

'MiChiamoAlina'-IncontroProgettoMariadiMagdalaReggioEmilia-1

La professoressa Gina Stoiàn, docente all’Università di Sociologia e Servizio Sociale a Bucarest e presidente dell’associazione «Adpàre» (che attua programmi di assistenza per il reinserimento delle vittime della «tratta» e di giovani a rischio. Durante l’incontro ha proiettato alcuni frammenti del documentario “Speranze in vendita” (video integrale, con sottotitoli in italiano, visionabile all’indirizzo web WWW.SPERANTELAVANZARE.RO/IT/

I racconti si assomigliano un po’ tutti, specie nel ripetersi delle ‘modalità’ con cui queste ragazze  – spesso con alle spalle un’infanzia dalle grosse lacune in ambito affettivo e oggi donne non ancora formate, poco più che adolescenti –  inseguono i miraggi di benessere e di prosperità partoriti dalla distorta visione politica del dittatore Ceaușescu. Una mentalità dura da estirpare, poiché inculcata in loro sin da quand’erano piccole.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]È[/dropcap] così che finiscono in una rete di soprusi e sottomissione – psicologica prima ancora che fisica – in cui la dipendenza affettiva da un uomo inizialmente prodigo di attenzioni e costosi regali nei loro confronti (e che oltretutto si presenta come facoltoso e provvisto di validi ‘agganci’) abilmente coltiva i presupposti di una futura, reale schiavitù. Catene mentali anzitutto, ‘rinforzate’ in seguito – se sarà necessario – con le minacce, le violenze, le menzogne, le botte, oltre che stroncando sistematicamente sul nascere qualsiasi timido tentativo di redenzione o di affrancamento. Consci che creare un recinto di solitudine, di prostrazione e di disperazione attorno a queste donne, – lasciarle inermi e nell’ignoranza – è il modo più efficace di prevalere.

Ed è qui che si inserisce il Progetto “Maria di Magdala”, la cui ‘intuizione’ originaria nacque una ventina d’anni fa circa (era il 1995) – e continua ancora – con l’attività dell’Associazione “Rabbunì”. Con l’unica differenza che il raggio d’intervento di “Maria di Magdala” è sensibilmente più ampio, poiché oltre alle persone «prostituite» vittime della «tratta» accompagna anche i cammini di ragazze-madri in attesa, o con bambini, e di donne in situazioni di difficoltà. Non a caso ne fanno parte – oltre a “Rabbunì” – il Centro di Aiuto alla Vita, la cooperativa sociale “Madre Teresa”, le Famiglie del Gelso (per l’accoglienza)+, Casa Betania di Albinea e le Case della Carità. Se dunque nei rispettivi interventi la dottoressa Carmen Salemi e la professoressa Gina Stoiàn hanno avuto il compito di introdurre l’uditorio alla complessa situazione sociale e culturale in cui attecchisce il losco e impietoso ‘giro’ della coercizione subdola alla prostituzione, Jessica Mazzoni e Lucia Mammi hanno mostrato come la Chiesa sappia chinarsi sulle ferite dell’anima,versarvi l’olio balsamico della consolazione, tendere la mano, offrire segni di speranza, senza tuttavia nascondere superficialmente o ingenuamente la cruda realtà.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]J[/dropcap]essica e Lucia sono due giovani reggiane con il sorriso negli occhi e la luce in volto, benché – pur nella freschezza della loro età – abbiano già conosciuto storie dure, ‘pesanti’, drammi esistenziali, sofferenze intime forzatamente messe a tacere… Amano definirsi “ragazze che incontrano ragazze”: non sono infatti semplici volontarie, né operatrici sociali ‘di settore’. Hanno ricevuto un Mandato ecclesiale dal vescovo – fu monsignor Adriano Caprioli a ‘inviarle’ -, con il quale la Chiesa locale ha affidato loro il compito di portare bagliori di speranza cristiana alle «donne prostituite».

Al tavolo, durante l’incontro, spiegano concretamente “quello che vanno a fare”; ne emerge il modo sempre delicato, assolutamente discreto, profondamente rispettoso, con cui accostano le ragazze sulla strada – una trentina circa le rumene -, non di rado loro coetanee. Senza sostituirsi alle loro scelte; è una proposta mai invasiva quella che rivolgono. Come condividere una semplice preghiera, leggere insieme un brano di Vangelo tradotto in rumeno secondo la versione Ortodossa, oppure anche solamente invitarle ad una confidenza, ad uno sfogo, a una risata che stempera il dolore e libera la tensione. Insieme a un bisogno, una necessità, che sembra affiorare – in taluni casi prepotente, quasi insopprimibile – di spiritualità, in netto contrasto con quel senso di ‘sporcizia’ interiore che la vita degradata cui sono sottoposte fa sorgere dentro.

'MiChiamoAlina'-4[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]Q[/dropcap]uello della fede – lasciano intendere Lucia e Jessica – è un potere al tempo stesso dirompente e silenzioso. Germoglia nell’interiorità. La Parola di Gesù, talvolta, se accolta anche solo con un briciolo di coraggio, come un seme inizia a fruttificare nel cuore di queste ragazze, e a produrre pian piano – spesso nel nascondimento, mai con la dirompenza di palesi gesti di rottura – piccole intenzioni di conversione, di cambiamento, accenni di un’inversione di rotta. Che poi non è detto si traducano automaticamente in decisioni concrete (… spesso infatti è la paura di ritorsioni e vendette da parte dei loro ‘padroni’ a incidere in modo determinante), ma qualcosa inizia comunque a ‘smuoversi’.

Alle loro parole ha fatto eco in qualche modo la testimonianza di padre Mihàil Ciòcirlan, sacerdote della Chiesa Ortodossa Rumena e guida della Comunità che si raduna in San Spiridione, a Reggio Emilia, penultima voce in ordine di tempo nel corso della serata ma certamente primaria per importanza. Padre Mihàil ha potuto collaborare in più occasioni con il Progetto “Maria di Magdala”, rivelandosi un tramite estremamente prezioso per avviare e proseguire un contatto e un dialogo più diretti con le ragazze: “Sono molte le ragazze che erano e sono sulla strada che venivano da me a confessarsi. Ho confessato ragazze, a porte chiuse, anche 5-6 ore; mi raccontavano la loro vita sin da quand’erano bambine. E ora, guardando questi filmati (si riferisce al documentario-verità «Speranze in vendita», proiettato nel corso della serata – ndr) rivedo le loro storie”. Un vero punto di riferimento spirituale, una spalla su cui piangere, qualcuno che rappresenta Dio a cui affidare ansie e tormenti, per ritrovare un poco di pace.

Ha chiuso l’incontro – introdotto a inizio serata dal direttore della Caritas diocesana, Gianmarco Marzocchini  il Vicario episcopale per la Carità e le Missioni don Romano Zanni (che è anche Superiore della Congregazione mariana della Case della Carità). “Una grande carenza di affettività e, soprattutto, l’idolatria del denaro – ha esordito don Zanni, rimarcando due aspetti che l’avevano particolarmente colpito nelle relazioni ascoltate – sembra siano sempre la fonte, la sorgente, la causa principale di tutto… Ma più in generale, credo che tutti questi contributi chiamino in causa veramente un problema grosso di educazione, di formazione, del ‘creare una cultura’; perché effettivamente, se non cambia la mentalità, l’approccio al denaro, al piacere in quanto fine a se stesso, eccetera… penso e temo che non cambieranno mai le cose. E allora credo che queste serate aiutino davvero ad aprire il cuore e la mente a interrogarsi e a porre delle domande di fondo”.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]A[/dropcap]ll’uscita dalla sala alcuni volontari distribuivano ai partecipanti il dépliant che illustra una nuova iniziativa che “Maria di Magdala” sta mettendo in campo e che viene presentata sabato 8 marzo alle ore 10 a Reggio, presso la Galleria “Da pArte” di via Monte Pasubio 4/a: si tratta dell’esposizione e vendita al pubblico dei lavori realizzati nei laboratori di Casa “Bruna Dante” (struttura di prima accoglienza ‘al femminile’ per donne e mamme in difficoltà e per persone vittime di «tratta»), il cui ricavato sarà interamente utilizzato per far fronte alle necessità delle ragazze accolte e assistite. All’apertura della mostra seguirà un momento di letture e narrazioni intitolato “Catene e Libertà” ed un rinfresco-aperitivo.'MiChiamoAlina'-5

La mostra sarà aperta anche il pomeriggio stesso dell’8  marzo (dalle 16 alle 19) ed il giorno seguente – domenica 9 marzo – dalle 15.30 alle 19; poi nel weekend del 15 e 16 marzo (il sabato dalle 10 alle 12.30 e dalle 16 alle 19, la domenica dalle 15.30 alle 19), infine il 22 marzo (dalle 10 alle 12.30 e dalle 16 alle 19). Per saperne di più: tel. 333.9412113.

Matteo Gelmini

Pubblicato in Articoli, Vita diocesana Taggato con: , , , , ,

Lascia un commento