“QUELLI SOSPESI” – Le nuove povertà in Emilia Romagna – Presentato a Bologna il quarto dossier curato dalle Caritas diocesane

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– da “La Libertà” n. 45, del 21 dicembre 2013 –

PERCHÉ UN DOSSIER REGIONALE
Quanto si sente parlare oggi di “nuove povertà”! Ma cosa intendiamo? Di chi parliamo? è un’ulteriore categoria alla quale ci hanno ormai abituato i media in questo periodo di crisi? O si tratta di una fascia riconosciuta dalla nostra sociologia?
Se si prova a chiedere a un operatore o volontario Caritas, che lavora a livello diocesano o parrocchiale, siamo sicuri che si possano trovare molte (e non banali) risposte.
Le “nuove povertà” sono, innanzitutto, volti e storie nuove – e spesso inedite – di persone che vivono l’esperienza della povertà. Per loro sono cambiate le condizioni di vita, normalmente in modo repentino ed inaspettato. Anche per questi nuovi volti, alla fine dei conti, i primi bisogni espressi sono quelli già conosciuti: lavoro, casa, aiuti economici, diritti… Ma, sicuramente, modificati a causa di incertezza, disequilibrio, disorientamento.
Nel dossier presentato lo scorso 27 novembre a Bologna – “Quelli sospesi”, Quarto dossier povertà dell’Emilia Romagna. Il punto di vista delle Caritas diocesane – abbiamo cercato di commentare il più possibile i numeri raccolti dai Centri di Ascolto delle Caritas dell’Emilia Romagna, proprio perché non rimangano aride statistiche ma possano rendere i volti, le storie e le domande delle persone incontrate.
Ne emerge una situazione per certi aspetti molto cambiata rispetto agli anni precedenti. Sono cambiati i bisogni ma anche le risorse a disposizione per far fronte alle tante richieste. Ora ci chiediamo: le nostre risposte sono adeguate a questo cambiamento?

LA FATICA DEGLI OPERATORI
In questi ultimi due anni di crisi economica conclamata e dalle sempre più gravi conseguenze, abbiamo constatato una crescente fatica negli operatori delle Caritas, che diventa spesso appesantimento e rischia il cosiddetto burn-out, proprio degli operatori sociali sollecitati per lungo tempo da situazioni pesanti e complicate.
Siamo costantemente in “agitazione”, abbiamo mille cose da fare. Rischiamo di dimenticare la necessità di fermarci davanti a una persona che ha bisogno, che è malata, che è sola.
Fermarsi e sostare in compagnia di queste persone… Esercizio molto difficile, certo! è più semplice incrementare borsine, alimenti freschi di recupero, vestiti…
Non basta ascoltare i bisogni. Con le persone che incontriamo dobbiamo essere attenti alla loro provenienza e al loro passato. Conoscere davvero vuole dire combattere stereotipi e pregiudizi.
Siamo abbastanza capaci di leggere i bisogni nuovi e i bisogni in modo nuovo e per questo sentiamo con fatica l’inadeguatezza del nostro fare in questo tempo di crisi.
Le nostre risposte andrebbero date in modo integrato, ma… quanta fatica!
La fragilità si fa povertà relazionale diffusa, che richiede di agire su bisogni relazionali, sull’orizzonte dei legami tra persone e gruppi e sulla ricerca del senso della vita. Non basta più tamponare con un pacco di alimenti o con il pagamento di una bolletta o con un pasto alla mensa.

L’ASCOLTO NON SOLO DI PROBLEMI MA DI PERSONE…
Proprio da questo senso di inadeguatezza e dal desiderio di far sperimentare vicinanza e testimoniare compagnia, deve nascere la creatività di sperimentare e il coraggio di tentare percorsi nuovi.
L’ascolto è descritto non più solo come capacità di accogliere un bisogno, ma come sapienza lunga nel tempo, paziente, di comprendere i bisogni profondi che si manifestano in disagi eclatanti e in fragilità. Non si ascoltano solo bisogni, o problemi, ma persone con storie lunghe e piene di andate e ritorni, non più secondo categorie e schemi, ma con storie singolari, difficilmente riassumibili sotto particolari etichette.
Inoltre, si cerca di lavorare perché l’ascolto sia un atteggiamento che accresca la predisposizione all’andare incontro, al “farsi prossimi”, ad “avere cura” e a porre un’attenzione particolare al tema dell’aggancio con i poveri “sommersi”, con i silenzi di coloro che non si presentano da soli ai nostri Centri di Ascolto.
“Relazioni” è la parola chiave del lavoro che le Caritas cercano di promuovere. Non solo relazioni di aiuto, ma costruire cammini alla pari, dove chi è accolto diventi protagonista del suo riscatto e possa godere della fiducia del suo interlocutore; è necessario rispolverare con decisione il valore del dono, l’unico capace di dare di nuovo dignità alle persone, e l’invito a passare dal volontariato alla diakonìa. Nessuno di noi è così povero da non aver nulla da dare.

Dossier regionale 2013 - Copertina

LA CURA DELLA COMUNITÀ
Una prima pista per un lavoro comune sta sicuramente nell’incrementare la cura della comunità, ossia la sua valorizzazione in quanto insieme di ricchezze a tutto tondo, che permette anche l’edificazione della parrocchia e della società, con particolare attenzione a coloro che ne stanno fuori o che si trovano alle periferie.
Non sarà forse proprio questa la grande sfida che ci attende? In un mondo sempre più immerso nel frastuono di tante voci disordinate o per lo meno discordanti e spesso anche contrapposte, l’accordo nella nota della condivisione e della custodia dei fratelli più in difficoltà potrà essere anche l’altro nome di ciò che noi chiamiamo comunione.

L’ANNUNCIO DEL VANGELO
Una seconda pista di lavoro, propria del nostro essere Caritas, potrebbe essere affrontare consapevolmente il tema del fallimento. Spesso investiamo tanto cuore, tanti soldi e tante energie su “quella persona” e poi non arriviamo a risolvere i suoi problemi. Fare i conti con il fallimento vuole dire fare i conti con i nostri limiti, renderci consapevoli che non possiamo risolvere i problemi di tutti. Con la crisi economica di questi anni, ad esempio, tante persone delle Caritas vanno in crisi. Dobbiamo imparare a consegnare ciò che non è nostro e chiedere con forza e decisione che chi deve fornire certi servizi lo faccia senza delegare o, alle volte, pretendere che “ci pensi la Caritas”! La consegna è un esercizio da fare, non facile ma che ci fa bene.
Nel proprio dell’identità Caritas (e quindi ecclesiale) dobbiamo cercare di puntare sempre al meglio. Forse non riusciamo a far star bene i poveri, ma dobbiamo continuare a coltivare obiettivi alti. Dobbiamo tenere presente che non facciamo un bene sociale ma portiamo salvezza. Gesù fa questo e di questo dobbiamo essere consapevoli e non possiamo dimenticarcelo. Il nostro essere e il nostro fare deve far trasparire che annunciamo il Signore. Non fare solo della promozione umana ma anche essere testimoni di un “qualcosa” in più.
Se facciamo il bene fine a se stesso ci stanchiamo subito. Se non c’è questa consapevolezza diversa è dura. Bisogna farsi le spalle. Il richiamo e l’aiuto è quello della comunità. Ci si può sorreggere a vicenda. La divisone la vediamo tutti i giorni, almeno davanti al bisogno tentiamo di trovare unità.

LA FAMIGLIA, LUOGO GENERATIVO DI PROSSIMITÀ
Una terza pista di lavoro per il futuro prossimo delle nostre Caritas è sicuramente il mettere al centro la famiglia come luogo generativo di prossimità.
La parola prossimità rimanda immediatamente al farsi prossimo del Buon Samaritano, ma ricordiamo che quello è uno dei modi della solidarietà, quello possibile a tutti. E la famiglia è il luogo dove la prossimità e l’attenzione all’altro devono essere coltivati ogni giorno.
Ma, facendo un passo in più, è necessario riconoscere che la vita delle famiglie e delle comunità cristiane non possono fermarsi alla prossimità, ma andare nella logica della mutualità, dove la regola è lo scambio nella reciprocità e nella gratuità.

LAVORARE IN RETE CON I SERVIZI DEL TERRITORIO
Un ulteriore indirizzo che sembra necessario mantenere in questo tempo difficile è la necessità di lavorare in rete con i servizi del territorio: pubblici, privati, informali … Una necessità evidente, perché l’aumento della complessità delle situazioni non può essere risolta in modo autonomo e autoreferenziale.
Lavoro in rete e collaborazione con tutti non significa subire deleghe o diventare specialisti di una cosa oppure di un’altra; non significa sottrarci alla necessità di un dialogo franco con le Istituzioni per chiedere diritti e interventi a favore dei più poveri e in difficoltà.
In questo senso, chiediamo con forza (e di conseguenza dobbiamo impegnarci) di esserci nella fase di progettazione di interventi e politiche sociali a fianco delle Istituzioni, ripensando il servizio sociale in un’ottica comunitaria e ribadendo sempre la centralità della persona (tutta e non solo dei suoi bisogni) per la presa in carico.
Forse, è anche tempo di offrire la nostra disponibilità a cogestire servizi insieme ad attori diversi (pubblico, privato, privato sociale), sempre nella chiarezza delle identità e mandati diversi.

GLI STILI DI VITA PERSONALI E COMUNITARI
Infine, ma non per ultimo (soprattutto per importanza), dobbiamo lavorare maggiormente sulle cause della povertà e di tante ingiustizie. è importante insistere e diffondere nelle parrocchie e nelle comunità riflessioni sugli stili di vita personali e comunitari, alla luce dei valori cristiani e umani, mettendo al centro la dignità della persona. Un lavoro insistente e capillare che aiuti a immettere nella nostra società “germi sani” di giustizia e di solidarietà.

Tutto questo, con la consapevolezza che Benedetto XVI aveva ben riassunto nella sua prima enciclica, la Deus Caritas Est (n. 28):  “L’amore – caritas – sarà sempre necessario, anche nella società più giusta. Non c’è nessun ordinamento statale giusto che possa rendere superfluo il servizio dell’amore.  Chi vuole sbarazzarsi dell’amore si dispone a sbarazzarsi dell’uomo in quanto uomo. Ci sarà sempre sofferenza che necessita di consolazione e di aiuto. Sempre ci sarà solitudine. Sempre ci saranno anche situazioni di necessità materiale nelle quali è indispensabile un aiuto nella linea di un concreto amore per il prossimo. […] Questo amore non offre agli uomini solamente un aiuto materiale, ma anche ristoro e cura dell’anima, un aiuto spesso più necessario del sostegno materiale. L’affermazione secondo la quale le strutture giuste renderebbero superflue le opere di carità di fatto nasconde una concezione materialistica dell’uomo: il pregiudizio secondo cui l’uomo vivrebbe «di solo pane» (Mt 4,4; cfr Dt 8,3) – convinzione che umilia l’uomo e disconosce proprio ciò che è più specificamente umano”.

Gianmarco Marzocchini
delegato regionale Caritas  Emilia Romagna

Pubblicato in Articoli, Vita diocesana