Dopo il sisma / La riflessione – Chiese o case: conflitto o risorsa? L’importanza dei beni culturali per il futuro delle nostre comunità

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– da “La Libertà” n. 38, del 2 novembre 2013 –

Da diversi mesi stiamo visitando tutte le parrocchie interessate dagli eventi del terremoto del maggio delle scorso anno; il quadro dei danni subiti dagli edifici di culto è desolante ma qualcosa si sta muovendo, dopo la fase dell’emergenza e della messa in sicurezza.
Anche la nostra Diocesi, sulla scorta delle deliberazioni regionali, ha attivato un nucleo tecnico che ha avviato le procedure, secondo la legislazione vigente, per la ricostruzione; inoltre sul sito internet della Diocesi è da qualche giorno approntato l’avviso pubblico per la formazione di un elenco di professionisti disponibili alla redazione dei progetti diretti al ripristino dei danni del dopo terremoto.

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[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]N[/dropcap]ei nostri incontri ci sentiamo dire: perché spendere i soldi per il restauro delle chiese o edifici culturali? Non è meglio intervenire per il recupero di case e scuole? I soldi spesi nella conservazione, tutela e valorizzazione di beni culturali sono spesi male; solo se il bene culturale “rende” in termini di profitto se ne può parlare, sennò lasciamo crollare tutto…
Questa impostazione, che potremmo definire “materialista”, dimentica, tra le altre cose, la valenza educativa e formativa del bene culturale.
Nella Chiesa questo dibattito è vivace: si dice che la via da privilegiare è quella evangelica della “povertà”, mettendo così in secondo piano il valore connesso alle manifestazioni dei segni della fede del passato e la loro conservazione e tutela.
Non si tratta di rispondere con un “no” o con un “sì” a un problema di tal fatta, ma di valutare e contemperare diverse esigenze; il recupero di edifici di culto non è “voglia di passato”, ma nasce dalla consapevolezza che noi veniamo da una “storia” e vogliamo andare avanti con radici salde nel passato.

Cos’è il bene culturale?

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]È[/dropcap] ormai pacifico tra gli esperti che il bene culturale non va identificato con il bene materiale oggetto di diritti di natura patrimoniale (di qui l’indifferenza dell’appartenenza o pubblica o privata del bene), bensì con il valore culturale inerente alla cosa medesima; pertanto la “pubblicità” dei beni culturali non può essere intesa sotto il profilo dell’appartenenza del bene, ma nel senso della necessaria fruibilità, da parte della collettività, del valore culturale espresso dai beni stessi. Da qui la legittima e doverosa sottoposizione anche dei beni culturali ecclesiastici alla tutela secondo la comune legislazione dello Stato. Nello specifico delle chiese e degli edifici di culto va ricordato che le chiese sono per se stesse, come costruzioni edilizie, soggette alla normativa statale e, qualora abbiano attinenza con la storia politica, militare, della letteratura, dell’arte e della cultura in genere, possono essere assoggettate a quella disciplina dello Stato.

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[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]P[/dropcap]iù in generale, e senza necessariamente pensare ai beni ecclesiastici, secondo il nuovo Codice dei beni culturali del 2004 la culturalità non è un concetto legato al tempo, dunque cronologico, ma diffuso, potendo “marchiare” beni mobili o immobili, contesti urbani o paesaggistici, testimonianze in genere dell’agire e del pensare umano quale singolo e come appartenente ad una collettività.

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Intervenire (solo) per legge?

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]M[/dropcap]otivazioni giuridiche in tema, ma non solo, devono essere ricordate, a partire dai “Principi Fondamentali” della Costituzione, che all’art. 9 recita: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. L’art. 7 prevede: “Lo Stato e la Chiesa Cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai patti lateranensi”. L’accordo di revisione del Concordato del 1929, intervenuto nel 1984, all’art. 12 prevede: “La Santa Sede e la Repubblica Italiana, nel rispettivo ordine, collaborano per la tutela del patrimonio storico ed artistico. Al fine di armonizzare l’applicazione della legge italiana con le esigenze di carattere religioso, gli organi competenti delle due parti concorderanno opportune disposizioni per la salvaguardia, la valorizzazione e il godimento dei beni culturali d’interesse religioso appartenenti ad enti ed istituzioni ecclesiastiche”.  Negli anni è maturato un indirizzo diretto a favorire la messa in atto di una prassi di fattiva collaborazione tra Stato e Chiesa. Sulla scia di tali orientamenti si è pervenuti a intese in tema di beni culturali ecclesiastici, archivi e biblioteche.

postsisma[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]A[/dropcap]nche la legge della Chiesa è chiara e vi sono doveri degli amministratori di Uffici ecclesiastici; tali doveri impongono ai soggetti preposti obblighi di cura e rispetto circa quanto affidato loro. Ciò si traduce in una prassi amministrativa attenta alla custodia del patrimonio mobiliare ed immobiliare e circa la dinamica dei commerci o degli interventi sugli stessi, volta ad ottenere le prescritte autorizzazioni canoniche e civili. Ne consegue anche il dovere di conservazione, restauro e valorizzazione dei beni immobili.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]P[/dropcap]nche ragioni sostanziali, diremmo affettive e pastorali, militano in favore di un tale approccio rispettoso di un impegno che, come hanno ricordato i Vescovi italiani, nel nostro paese è rilevante e ha diversi aspetti: “…All’ingente quantità di tali beni culturali di cui l’Italia è ricchissima, alla loro qualità, è da aggiungere l’evoluzione della concezione di patrimonio storico-artistico: è andata emergendo una precisa riflessione teologica sui beni culturali; si è sviluppato il senso della loro funzione, sia per la migliore fruizione in generale sia per la fruizione precipua secondo la natura dei prodotti d’arte e cultura; si è affermata la percezione dell’efficacia di cui i beni culturali sono pregnanti e per il culto e per l’evangelizzazione” (Cei, I beni culturali in Italia, 1992).

Dalle pietre… al cuore

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]N[/dropcap]elle nostre chiese si custodisce un passato palpitante; qui c’è il frutto della creatività e dei sacrifici di quanti hanno creduto e trascorso i loro giorni invocando il nome del Cristo, morto e risorto; qui s’intrecciano il senso di essere cittadini di un paese (piccolo o grande che sia) e dell’essere membri di una comunità cristiana, l’appartenenza cioè ad una comune storia capace di ritrovarsi, costruita da uomini e donne che provengono dall’ombra di cento campanili diversi.
Queste testimonianze vive non vanno cancellate, ma semmai rilanciate, insieme agli interventi per rispondere ai bisogni materiali di tanti che sono nella sofferenza e nell’indigenza.
Nel momento in cui il nostro Paese sembra meno attento a conservare, tutelare e valorizzare il suo patrimonio, le “pagine” che parlano di recupero dei beni culturali vanno apprezzate e sostenute, soprattutto per la speranza che rilanciano e che va al di là delle polemiche consuete sulla destinazione delle risorse.
Occorre vigilare affinché non vi siano sprechi, perché i tempi siano rispettati e siano offerte occasioni di lavoro e di studio per tanti giovani che sono ai bordi e non riescono ad esprimere le loro potenzialità lavorative e creative.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]N[/dropcap]ei cantieri delle nostre chiese ferite si legge e si interviene sul passato per conservarlo ma, in pari tempo, a cantiere terminato, potremo dire di consegnare qualcosa di nuovo, qualcosa che parla dei nostri paesi negli anni passati e lo continueranno a fare nel terzo millennio.
Dai soffitti feriti guardiamo al domani, un domani fatto di incontri con persone che vengono da ogni parte del mondo; ci immaginiamo dunque non uno, ma tanti “domani” che si connoteranno per la velocità nei cambiamenti, per il continuo scambio di informazioni, per i progressi delle scienze.
Non vogliamo recuperare le nostre chiese per tranquillizzarci, ma prima di tutto per testimoniare la bellezza della fede nella Resurrezione della carne che Cristo ci ha assicurato; vorremmo che sotto le capriate delle pievi e delle cappelle, in pianura come in montagna, la fede, fondata sul sangue del dono dei martiri e non già su ossa inanimate, continui a interrogarci e, con noi, interroghi quelle centinaia e centinaia di persone che, dal territorio reggiano e da diverse parti, ogni giorno percorrono strade e piazze dei nostri paesi.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]V[/dropcap]orremmo, insieme alla bellezza e alla storia, incontrarli qui e con loro metterci in relazione; insomma, fare ed essere “missione” anche attraverso l’arte e l’architettura per comunicare la novità evangelica.

Tiziano Ghirelli

Pubblicato in Articoli, Vita diocesana