Elisa e «Time4Life» sfidano la morte per soccorrere i bambini della Siria – La storia: la forza di una madre muove la solidarietà

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– da “La Libertà” n. 36, del 19 ottobre 2013 –

Con il sapone di Aleppo contenuto nel trolley si potrà anche ammorbidire la pelle e, con il ricavato della vendita, accarezzare a distanza qualche famiglia siriana nella disperazione.
Ma tutto il resto è duro. Durissima la realtà di un Paese tormentato dalla guerra civile e ancora, scandalosamente, senza corridoi umanitari Onu; aspro fino a levare il fiato il reportage di Elisa Fangareggi, presidente della onlus italiana “Time4Life International”, nel riferire fatti che sarebbe comodo ritenere incredibili, impossibili o magari inenarrabili. Non certo lontani, però, perché accadono e si vedono a sole quattro ore d’aereo da qui, nella centrale di aiuti che Elisa ha avuto il coraggio di costruire nel campo profughi di Bab Al-Salam, fra cibo, medicinali e un reparto di ostetricia sotterraneo dove nascono “in pace” quattro bambini al giorno, tenuto segreto per evitare che una bomba dal cielo spazzi via questo fiore di vita nel deserto.

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[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]È[/dropcap] la sera di lunedì 7 ottobre nella comunità di San Pellegrino, dove il parroco don Giuseppe Dossetti ha chiamato questa donna avvocato modenese, madre di tre figlie (due bambine piccole e una ragazzina quindicenne), a portare la sua testimonianza. Ad intervistarla c’è il giornalista Nicola Fangareggi, stesso cognome ma nessuna parentela, direttore di “24Emilia.com”.
I racconti di Elisa prorompono spontanei, a tratti allegri, ma mettono a soqquadro stomaco e coscienza.
Tutto è cominciato poco più di un anno fa, quando questa mamma trentaduenne, impegnata nella sua professione e realizzata fino a prova contraria, iniziò a pensare al momento della morte e – parole sue – a capire che stava “sprecando” la vita. “E se fosse il mio ultimo giorno… cosa farei?”, aveva iniziato a domandarsi. La sua risposta è stata: “Vorrei salvare una vita”. Detto fatto. Dopo quella scintilla interiore, la decisione è stata coerente: consentire a qualcuno di poter vivere, o campare più a lungo. Sì, ma chi? Il mondo è pieno di bisognosi.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]A[/dropcap]llora Elisa ha riflettuto su un luogo, la Siria, in cui le associazioni umanitarie non entrano (a parte la sua), dove anche la Farnesina raccomanda di non avventurarsi, dove “c’era gente che dalla mattina alla sera si ritrovava senza nulla”, bombardata, in fuga, terrorizzata.
Non è stata, si badi, un’esperienza estrema vissuta incoscientemente o per il gusto di elettrizzare gli amici. Elisa è tornata spesso a Bab Al-Salam, vola in Siria – passando dalla Turchia – anche tre volte in un mese; si trova là, in costante pericolo di vita, anche nel tempo in cui questo articolo di giornale viene letto, con indosso il giubbotto antiproiettile e l’atropina a portata di mano, in caso dovesse incappare in qualche attacco chimico. Certo, la prima volta non si dimentica. Fu quasi un blitz, poche ore oltre confine, in suolo siriano, dove ogni minuto si corrono tre rischi: essere rapiti (la sorte di padre Paolo Dall’Oglio o del reporter Domenico Quirico), colpiti da un’esplosione (ché i bombardamenti sono quotidiani, anche se la Siria è scomparsa dai Tg) o presi di mira dai cecchini. Il tempo di lasciare al campo profughi i borsoni coi viveri e i farmaci, ma anche di fissarsi nella mente, in modo indelebile, gli occhi di quei bambini siriani.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]U[/dropcap]na madre, o per lo meno una madre come Elisa, non è riuscita a cancellarli dalla sua vita. In maglietta, seminudi, infreddoliti e denutriti. “Mi hanno inciso l’anima”, dice quest’avvocato delle cause di civiltà. Altre immagini forti si sono poi impresse nelle sue pupille. In particolare, c’è un incubo ricorrente che la perseguita; avvertenza: si consiglia la lettura a un pubblico adulto. Di quella volta, era febbraio di quest’anno, in cui i primi volontari di “Time4Life” vennero trascinati dai civili locali in una moschea con la cupola squarciata dalle bombe. All’interno avevano trovato riparo un centinaio di bambini; si seppe in seguito che erano sfollati da un orfanotrofio di Aleppo, ma erano quelli malati, i più deboli, ed erano stati lasciati lì, sdraiati sul pavimento, semisommersi dal fango e dal loro stesso vomito. Elisa, sotto choc e sollecitata dalle grida di un medico, ha raccolto da terra una bambina che avrà avuto due mesi; ha provato a scaldarla in tutti i modi, ma la piccola le si è addormentata in braccio, per l’ultima volta nella sua brevissima vita.

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San Pellegrino (Reggio Emilia), 7 ottobre 2013: la testimonianza di Elisa Fangareggi – al centro – fondatrice di “Time 4 Life” onlus.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]A[/dropcap]desso se non altro si capisce meglio perché Elisa consideri i bimbi siriani come figli suoi. Non ha più smesso un giorno di preoccuparsi per loro: “Se io non ci vado, non mangiano”.
La novità sono le scuole, sei, per oltre 650 minori, anch’esse tre piani sotto terra, inaugurate di recente. I bambini sui banchi hanno la possibilità di trascorrere quattro ore di “normalità”, prima di tornare a casa con un dono commestibile per i loro cari e di addormentarsi la notte coi tappi nelle orecchie per non sentire gli scoppi tremendi e le urla strazianti di chi scappa o resta imprigionato. E i loro disegni dicono il desiderio di una serenità da riconquistare: lentamente le abitazioni diroccate stanno lasciando il posto ai ritratti di famiglia.
Come un granellino di senapa, “Time4Life” – tempo per la vita, dice la traduzione della sigla – ha saputo sviluppare un lavoro fondamentale. La buona volontà di pochi è stata amplificata dal passaparola sulla Rete (www.time4life.it) e dalle straordinarie possibilità di partecipazione in tempo reale offerte dai social network, segnatamente dalla Pagina aperta su Facebook. Capita che famiglie italiane offrano il parto in sicurezza a madri siriane (bastano trenta euro, in media, tenendo presente che un euro compra 250 lire siriane) e che seguano on-line gli aggiornamenti sul travaglio, fino a vedere poche ore dopo il neonato che hanno contribuito a far nascere. In questo modo la tecnologia informatica mitiga l’orrore della guerra civile – che i media rimandano in Occidente in modo filtrato o artificioso – con immagini vere e dirette di vita.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]L’[/dropcap]abitudine alle incursioni in terra siriana, però, non significa che Elisa e la ventina di volontari di “Time4Life” siano oggi più protetti. Non sono più scortati come nei primi viaggi, d’accordo, però sono costretti a passare la frontiera con corse in auto a velocità folle per seminare i cecchini, stipati nel baule per non farsi sequestrare, testimoni scomodi del traffico che fomenta questa come altre interminabili guerre di potere: le armi scambiate dalle tante fazioni in lotta contro organi per trapianti.
Ogni volta che parte, Elisa Fangareggi mette in conto la possibilità di non tornare. Ha condiviso questa missione con il marito, coraggioso e insonne non meno di lei, sia pure in maniera differente. Le figlie piccole forse non capiscono del tutto tanto ardimento, ma quella adolescente ha chiesto di accompagnare una volta la madre in Turchia: la aspetterà al di là del confine, in un altro campo profughi.
La gente ascolta, rabbrividisce, fa domande, compra saponette, promette vestiti in buono stato. I vari modi per aiutare sono indicati sul sito dell’associazione.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]È[/dropcap] una bella storia, questa, merita di essere condivisa. Il perché lo lasciamo dire alla presidente di “Time4Life”: “Penso che se in un anno riesco a salvare anche solo una vita, il mondo ci avrà guadagnato. E anche io”.

Edoardo Tincani

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