Rolando Rivi beato, benedizione di Dio sul nostro popolo – L’editoriale del Vescovo Camisasca alla vigilia della Beatificazione

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– da “La Libertà” n. 34, del 5 ottobre 2013 –

I santi sono la benedizione di Dio sulla terra, e i santi bambini lo sono in modo particolare. Sant’Agostino ha scritto: «Dovunque la Chiesa di Dio si diffonde attraverso i suoi piccoli santi» (Enarratio in psalmos, CXII).

Questi piccoli, dagli Innocenti uccisi da Erode in poi, sono presenti in ogni secolo cristiano, anche se solo di quelli recenti abbiamo notizie storiche dettagliate.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]N[/dropcap]ella vicenda di Rolando la prima cosa da cui siamo colpiti è proprio questa, il suo essere bambino: nato nel 1931, entrato in seminario a 11 anni, è ucciso a 14 anni da partigiani comunisti, accecati dal loro odio nei confronti della religione. Dio sceglie i piccoli. Mi sono chiesto tante volte le ragioni di questo fatto. E san Paolo mi ha aiutato a capirle. Nella Prima lettera ai Corinti egli parla di se stesso e delle critiche che la comunità di Corinto gli rivolge: “Non sai parlare, sei timido e per questo rischi di diventare arrogante”. San Paolo usa un’espressione che getta una luce molto profonda sulla mia domanda: Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono (1Cor 1, 27-28). Quest’ultima frase, soprattutto, mi sembra fondamentale per intraprendere la strada giusta: Dio sceglie i piccoli perché appaia chiaramente che tutto ciò che essi dicono e fanno è opera sua. Con la bocca dei bimbi e dei lattanti affermi la tua potenza (Sal 8,3), dice il salmista.

RolandoRivibeato

Dio non ha bisogno della teologia, non ha bisogno della filosofia né di discorsi sapienti, per usare l’espressione di san Paolo (1Cor 2,1). Ha bisogno semplicemente della testimonianza di cuori innamorati.

Rolando è stato scelto da Dio. Non per suoi meriti, non per sue particolari capacità. Come accadde ai profeti dell’Antico Testamento, la cui unica forza consisteva nell’elezione da parte di Dio e nella fedeltà alla loro vocazione.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]D[/dropcap]a questo punto di vista, la testimonianza di Rolando è molto singolare. Non ha lasciato nessuna parola scritta. Ciò che di più importante ha lasciato è il suo legame con l’abito talare, cosa piuttosto inconsueta per un ragazzo di quell’età. Per lui tale legame aveva un solo significato: il suo desiderio di dichiararsi di Gesù di fronte agli altri. La veste talare era per Rolando il segno inequivocabile della sua appartenenza a Cristo, la visibilità di tale appartenenza. L’orizzonte del cristianesimo è sempre universale, pubblico. Rolando aveva uno spirito missionario, aveva più volte espresso il desiderio di diventare un prete missionario. Egli comprendeva in modo naturale, come può farlo un bambino, che la missione non è propria solo di alcuni, ma fa parte della definizione stessa della fede. Non esiste vita cristiana che non abbia questo respiro cattolico, che non tenda ad abbracciare il mondo intero.

Ai genitori che, proprio il giorno in cui si stava avviando, senza saperlo, verso il martirio, gli chiedevano di togliersi la talare, per paura che potesse suscitare le ire dei partigiani, Rolando rispose: “La veste è il segno che io sono di Gesù”. Sulla sua bocca ricorrevano queste espressioni: “Gesù della mia vita, Gesù del mio cuore”. La sua testimonianza, dunque, più ancora che a delle parole, si riconduce alla semplicità di un abito. Non è un caso che coloro che lo martirizzarono innanzitutto gli tolsero l’abito e ne fecero una palla con cui giocare davanti al corpo di Rolando.

“Domani un prete di meno”, questa la ragione della sua uccisione. Non una parola del ragazzo, non un suo gesto. Soltanto la sua pazienza che, attraverso la veste, gridava al mondo che Dio è presente, che egli basta a riempire la vita di un uomo, che è bello ed entusiasmante consegnare a lui tutta la propria esistenza. È questo, in fondo, che il mondo non può comprendere. È questo che crea “scandalo”, oggi come allora; allora come 2000 anni fa. È questo che ci insegna Rolando: la gioia di vivere solo per Gesù. La fedeltà a lui: non per opporsi agli altri, ma perché quando si ama qualcuno non si può più vivere senza di lui.

I testimoni degli anni giovanili di Rolando ci hanno raccontato l’assoluta semplicità della sua vita: ragazzo come gli altri, pienamente inserito nella vita dei suoi compagni, amante dello sport, dello sci e del pallone, dei canti, dei giochi. Simpatico, estroso; amante della musica e del canto. Tutte le domeniche accompagnava con l’harmonium la messa nella sua parrocchia. Si sentì chiamato per nome da Gesù, e sentì che Gesù gli chiedeva di donargli la vita per sempre. Riconosceva nella risposta a questa chiamata la sua felicità. Rispose semplicemente ‘sì’, fino all’ultimo sacrificio.

+ Massimo Camisasca

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Camisasca: Rolando, un segno destinato ad attrarre molte persone e a cambiare molti cuori

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]T[/dropcap]ragica ironia della sorte: gli aguzzini di Rolando Rivi, coloro che gli inflissero le abominevoli torture e il martirio, pensavano in quei giorni dell’aprile 1945 di farlo tacere per sempre: “Domani avremo un prete di meno!”. E invece Rolando non solo è vivo – questo già ce lo dice la Speranza cristiana – ma oggi che viene beatificato davanti alla Chiesa e al mondo intero, parla e parlerà più che mai.
Con ciò, nessuno spirito di rivalsa, o cieca reiterazione di contrapposizioni ideologiche che hanno causato troppo male. La beatificazione del piccolo Rivi di San Valentino, bambino innocente spogliato della veste talare e calpestato da una guerra che ha dilaniato la coscienza delle nazioni, offre alla comunità, civile e religiosa, l’opportunità di una memoria storica purificata, lavata nel sangue ma infine sublimata nel sacrificio di Cristo.
Il convegno di sabato 28 settembre all’Università di Reggio Emilia – “Tra fede e storia: testimonianza nelle parole di chi ha conosciuto Rolando e valore del martirio” – è servito anche a lanciare questo messaggio di riconciliazione e di pace.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]L’[/dropcap]Aula magna è andata riempiendosi pian piano, quasi a rimarcare l’affermazione che il vescovo di Reggio Emilia-Guastalla Massimo Camisasca ha fatto in apertura, prima di consegnarci la relazione che pubblichiamo integralmente in questo numero speciale de La Libertà: “Siamo ancora un po’ impreparati, cioè abbiamo un cuore che non è ancora all’altezza” di quanto avvenuto e degli eventi del presente.
Poi un auspicio, che vale quanto e più di un programma pastorale: la beatificazione di Rolando Rivi, ha aggiunto il Vescovo, “è veramente come un segno destinato ad espandersi, destinato ad attrarre molte persone, destinato a cambiare molti cuori. E spero ardentemente che la nostra Chiesa, io per primo, capisca ciò che è accaduto e ciò che sta accadendo e ne sia partecipe”.
Parla all’inizio, monsignor Camisasca, e nella sua ampia relazione risponde alle domande della fede: qual è il senso del martirio? E perché Dio sceglie i piccoli?

danilo morini, edoardo tincani, mons. massimo camisasca

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]D[/dropcap]opo di lui prende la parola Danilo Morini, lucido e appassionato testimone dei fatti storici e dei processi che hanno accompagnato le povere, necessarie tappe della giustizia umana: il processo in Corte d’Assise a Lucca, con le conferme successive della Corte di Assise di Appello di Firenze e finalmente della Corte di Cassazione.
Ne diamo solo un saggio, perché La Libertà ha approfondito da tempo questi aspetti (si veda in particolare la pagina “La luce del martirio di Rolando brilla al di sopra di ogni dubbio o sospetto”, firmata proprio da Danilo Morini, nel numero dell’11 maggio scorso).
Nativo di Villaminozzo, classe 1934, nel maggio 1944 Morini si trasferì con la famiglia a San Valentino di Castellarano, che era il paese della madre: da subito, e fino al giorno del martirio, divenne amico stretto di Rolando, che aveva dovuto abbandonare il Seminario di Marola occupato dai tedeschi ed era rientrato al Poggiolo, nella sua casa.
Laureato in Giurisprudenza a Modena, l’avvocato Morini è stato dirigente amministrativo di diverse istituzioni – dal Pio Istituto Artigianelli di Reggio fino agli Istituti Ortopedici Rizzoli – ma giova rammentare soprattutto che è stato “baby”-sindaco di Castellarano dal 1956 al 1965 e deputato dal 1972 al 1979 nel gruppo parlamentare della Democrazia Cristiana.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]I[/dropcap]l suo intervento del 28 settembre ha fotografato anzitutto la realtà sociale della San Valentino dell’epoca: un migliaio di abitanti, con prevalenza di mezzadri. L’arciprete, don Olinto Marzocchini, poi sostituito dal curato don Alberto Camellini, in quanto amministratore del cospicuo “beneficio” parrocchiale, era pure il maggior “padrone” del tempo. Anche questa connotazione, unita al colore politico “rosso” dominante, deve aver giocato un ruolo nella mente di chi, il 10 aprile 1945, decise di colpire l’anello più debole, il meno protetto: cioè di sequestrare quel bambino che, dopo aver ricevuto il battesimo l’8 gennaio 1931 e la Cresima a nove anni dalle mani del vescovo Brettoni, con eccezionale zelo serviva la Messa del generoso don Olinto e voleva farsi sacerdote come lui.
Si torna così agli ultimi giorni della vita di Rolando Rivi: il racconto di Morini è puntuale nel definire le responsabilità politiche e materiali del delitto e, soprattutto, nello smontare il pretesto del barbaro assassinio: l’accusa, falsa, che il ragazzino fosse una spia a favore di tedeschi e repubblichini.
Chiara anche la condanna del giustizialismo sbrigativo di certe formazioni comuniste, che nel caso specifico – come venne provato in giudizio – decretarono la morte di un innocente senza passare da alcun tribunale, per quanto sommario: “una pagina nera della Resistenza”, conclude Morini.

convegno rolando rivi

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]S[/dropcap]e fosse ancora sulla terra, Rolando avrebbe 82 anni e, immaginiamo, sarebbe un arzillo sacerdote ancora innamorato del suo Maestro, pieno di aneddoti sul non senso della guerra. Ma è intervenuto il martirio, certificato dalla Madre Chiesa, e questo fa di un “normale” seminarista un Beato che sta anche a noi conoscere e far apprezzare al mondo. Chi l’avrebbe mai detto: in sette anni e mezzo dall’apertura della causa (era il 7 gennaio 2006, a Modena) – un tempo straordinariamente breve – la storia ci restituisce una vita esemplare, la Chiesa ci porta un dono in gran parte inatteso. È ora di iniziare a scartarlo, di provare la sorpresa dei regali importanti.

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