L’intervista al Papa: chinarsi sulle ferite per versarci Gesù

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– da “La Libertà” n. 33, del 28 settembre 2013 –

Si rischia quasi di rimanere frastornati nel cercare di seguire i proteiformi enunciati – ora magisteriali, ora più colloquiali – di Papa Francesco: l’enciclica Lumen fidei ereditata dal predecessore, la lettera di risposta a Eugenio Scalfari sul quotidiano La Repubblica, la lunga intervista al gesuita padre Antonio Spadaro per La Civiltà Cattolica… E poi i viaggi: dopo Lampedusa, la Sardegna, domenica scorsa. Un’altra isola, un’altra periferia esistenziale. In attesa della visita pastorale ad Assisi, venerdì 4 ottobre, che metterà al centro del pellegrinaggio i poveri e i malati, segno – come Bergoglio stesso ha già anticipato al vescovo Sorrentino – di una Chiesa che “si deve spogliare”. Alla maniera di Francesco, appunto.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]M[/dropcap]a se gli stimoli visivi e intellettuali sono molteplici, non è difficile individuare un nucleo centrale, una bussola che orienta tanto i discorsi quanto le azioni del Papa: un concetto molto ampio di dialogo con il mondo e un modo sempre diretto di concepire l’incontro personale, in cui l’annuncio di Cristo morto e risorto per la salvezza di tutti gli uomini e l’accoglienza misericordiosa precedono l’esortazione spirituale e l’edificazione morale. “La cosa di cui la Chiesa ha più bisogno oggi è la capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli, la vicinanza, la prossimità. Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia. È inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo o gli zuccheri alti! Si devono curare le sue ferite”. E ancora: “Le persone vanno accompagnate, le ferite vanno curate”. Sono solo alcuni passaggi del colloquio a puntate tra Papa Francesco e padre Spadaro.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]I[/dropcap]l gesuita intervistatore ha descritto il Pontefice come un uomo con un’energia vulcanica, una spiritualità profonda e una grande pace interiore. Ma la prima definizione l’ha data il Papa stesso: “Sono un peccatore al quale il Signore ha guardato”. È una straordinaria lezione di umiltà. Francesco come Matteo, l’evangelista che da pubblicano si è fatto discepolo di Cristo perché “chiamato” dal suo sguardo misericordioso. La medesima essenza del motto episcopale Miserando atque eligendo, che il Papa sente vero anzitutto applicato a sé: Gesù che “misericordiando” (anche se questo gerundio in italiano non c’è) “sceglie” i suoi seguaci. Questo è anche il motivo per cui Francesco si dice non abituato alle masse, anche se riesce quotidianamente a catturarne la simpatia, ma preferisce il contatto fisico, e infatti nei suoi spostamenti non si contano le soste previste o improvvisate perché possa baciare, toccare ed essere toccato, benedire.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]P[/dropcap]enso che la prima cosa da fare, per entrare davvero in sintonia con quest’uomo di Dio, sia smettere di fare gli spettatori che ostentano sorpresa di fronte a ogni nuova telefonata, o lettera, o scelta del Papa, che si tratti di una nomina in Vaticano o di una gag con i fedeli di qualche udienza. Non c’è da guardare fuori, ma dentro. Alle nostre ferite interiori: chi non ne ha? Sono quelle che ci fanno riconoscere peccatori; le “feritoie”, anche, attraverso cui passa la grazia, la divina umanità redentrice di Gesù.
Anche quando si parla delle questioni eticamente più sensibili, suggerisce il Papa a La Civiltà Cattolica, bisogna farlo in un contesto. E il contesto è sempre quello della comune umanità, con le sue vette e le sue miserie. Il popolo di Dio si santifica così: curvandosi sulle ferite, accompagnando chi è nel bisogno, vivendo pazientemente le fatiche di ogni giorno.

Edoardo Tincani

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