La “Genesi”, un grande romanzo familiare – Il paradiso perduto di Adamo, la terra promessa di Abramo…

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– da “La Libertà” n. 32, del 21 settembre 2013 –

La prima parte della Genesi racconta la creazione del mondo, la creazione dell’uomo e della donna, la perdita dell’Eden, il delitto di Caino, la storia di Noè e della torre di Babele. La seconda parte della Genesi, invece, è un grande romanzo familiare, con la storia di quattro generazioni: Abramo, Isacco, Giacobbe, Giuseppe (Gen, 12, 1 – 50, 26). Su questa seconda parte, proporrò alcune mie riflessioni* (già tenute all’Osservatorio IRC). E, per incominciare, che rapporto c’è fra la prima e la seconda parte? Fra Adamo e Abramo?

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]I[/dropcap]l primo legame è quello genealogico: da Adamo, attraverso il terzo figlio – Set – discende Noè (che costituisce la decima generazione); da Noè, attraverso il figlio Sem, discende Abramo (che costituisce la decima generazione dopo Sem). Il vero legame, però, è il paradiso perduto di Adamo, che diventa la terra promessa di Abramo.

FIGLI

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]C[/dropcap]entrale infatti, nella storia di Abramo, è il tema della terra promessa, come risposta all’esilio, e della discendenza “fitta come le stelle del cielo”, come risposta alla morte. E cioè: le promesse fatte da Dio ad Abramo, e poi a Giacobbe, compensano la perdita dell’Eden e la mortalità acquisita con questa perdita.
Le due promesse sono collegate perché solo avendo una discendenza “fitta come le stelle del cielo” Abramo potrà avere la terra promessa. Si comprende allora perché, in questo grande romanzo familiare, siano sempre fondamentali i figli (e, come vedremo, in modo particolare il “figlio per eccellenza”, Isacco).

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]L’[/dropcap]importanza del figlio in questa storia si pone in maniera assillante non solo per gli uomini, ma soprattutto per le donne. L’amore è possibile anche senza figli (Abramo ama Sara e Giacobbe ama Rachele), ma non può indurre a rinunciare alla discendenza. La sterilità è sentita come la peggiore maledizione. Sembra che solo nell’essere madre si completi l’essere donna e che solo l’essere madre renda perfetto il rapporto con l’uomo. Sara arriva a offrire la sua schiava ad Abramo; ma quando Agar rimane incinta la maltratta fino a farla fuggire. Del resto, anche Agar ha cambiato atteggiamento verso la sua padrona, non appena è rimasta gravida di Abramo (Gen 16, 1-6).
La situazione si ripete, aggravandosi, con Rachele. Fra Lia e Rachele, le due mogli di Giacobbe, si combatte a colpi di figli e in questo gioco si giocano anche – secondo la tradizione – le rispettive schiave (Gen 30, 1-24) e alla fine Rachele muore di parto dando alla luce Beniamino. Ecco il brano, di terribile suggestione: “Ebbe un parto molto difficile. Durante le doglie la levatrice disse a Rachele: «Non aver paura, anche questa volta è maschio!». Rachele stava morendo. Prima di esalare l’ultimo respiro chiamò suo figlio Ben-Oni (Figlio del Mio Dolore). Suo padre invece lo chiamò Beniamino (Figlio della felicità).” (Gen 35, 16-18).

FRATELLI
[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]S[/dropcap]e i figli sono così importanti (ma il più importante è il primogenito), si può capire perché, nella Genesi, siano così difficili i rapporti tra fratelli – cose da fare la gioia di Sigmund Freud e di Alfred Adler.
Nella Genesi non c’è solo Caino che ammazza Abele; c’è anche Giacobbe che strappa la primogenitura ad Esaù ingannando (con l’aiuto della madre Rebecca) il padre Isacco divenuto quasi cieco (Gen 27, 1-27). È vero che Esaù, quella primogenitura, l’aveva disprezzata cedendola a Giacobbe per un piatto di lenticchie (Gen 25, 29-34)… ma Giacobbe lo aveva “preso per la gola” quando era tornato stanco e affamato dalla caccia. L’episodio del piatto di lenticchie potrebbe essere stato introdotto dopo, per giustificare in qualche modo Giacobbe, ma a dire il vero ci sembra confermare lo scarso sentimento fraterno di quest’ultimo e la sua pervicacia nel voler acquisire i diritti derivanti dalla primogenitura. Ma evidentemente la storia sacra non è un trattato di morale.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]C’[/dropcap]è poi l’episodio dei fratelli – i figli di Giacobbe – che vendono Giuseppe (Gen 37, 1-36). Certo, non tutti i fratelli si comportano nello stesso modo: Ruben e Giuda, ad esempio, impediscono agli altri di ucciderlo e Ruben aveva l’intenzione di tornare a liberarlo.
Comunque alla sua vendita come schiavo a una carovana di Ismaeliti nessuno si oppone. Giuseppe finisce in Egitto (dove finirà per diventare il braccio destro del Faraone) e a Giacobbe vien fatto credere ch’egli sia morto, sbranato da una belva.
La storia di Giuseppe – per quanto terribile – ha un consolante finale e il senso di tutto quello che è accaduto viene sintetizzato dallo stesso Giuseppe quando i fratelli gli chiedono perdono con la faccia per terra. “Io non sono Dio”, dice Giuseppe, “non posso giudicarvi. Volevate farmi del male, ma come oggi si vede, Dio ha voluto trasformare il male in bene per salvare la vita a un popolo numeroso…” (Gen 50, 19-20). Dunque, anche il male compiuto dal fratello verso il fratello viene giustificato alla luce della storia sacra.

LA STORIA DI DINA
[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]I[/dropcap]n questa storia molto “al maschile” e in cui le donne entrano in quanto madri, e non in quanto sorelle, Dina è una figura sempre marginale. È figlia di Giacobbe e di Lia e nasce (unica femmina) dopo sei maschi. L’arrivo dei fratelli di Dina è sempre accompagnato da ringraziamenti di Lia al Signore e da riflessioni sul significato dei nomi. La nascita di Dina è liquidata con una sola frase e senza alcun commento. “In seguito (Lia) partorì una figlia, che chiamò Dina.” (Gen 30, 21)
Insomma, i discendenti di Abramo, di Isacco, di Giacobbe (quelli che contano e per la cui nascita si invoca o si benedice o si magnifica il Signore) sono tutti maschi. Dina neanche compare nell’elenco definitivo dei figli di Giacobbe, ognuno dei quali darà origine ad una delle tribù di Israele (Gen 35, 23-26).

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]F[/dropcap]orse di Dina si sarebbe perso perfino il ricordo se la sua presenza non fosse collegata a un episodio doloroso: Dina viene violentata da Sichem, ma l’uomo, innamorato di lei, la vuole in moglie e suo padre va a chiederne la mano a Giacobbe (Gen 34, 1-4). I figli di Giacobbe fingono di acconsentire, ma chiedono a quel popolo (i Sichemiti) di praticare la circoncisione (cioè in pratica di aderire alla propria religione). I Sichemiti incredibilmente acconsentono, ma, mentre sono convalescenti per la ferita, vengono sterminati da due fratelli di Dina, Simeone e Levi (Gen 34, 6-31). Tutto l’episodio non è certo sotto il segno dell’amore fraterno, ma piuttosto dell’onore ferito e di una feroce vendetta. Il parere di Dina non è mai chiesto, perché lei conta poco o nulla. Giacobbe condannerà, al momento opportuno, la violenza di questi due figli (Gen 49, 5-7), ma allora il destino di Dina è già stato giocato.

LA STORIA DI TAMAR
[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]E[/dropcap] poco conta anche Tamar, la nuora di Giuda (uno dei figli di Giacobbe). Tamar è prima sposa di Er, figlio di Giuda. Morto Er, è sposa di Onan, fratello di Er, secondogenito di Giuda. Vuole la tradizione (che ha valore di legge) che il secondo fratello sposi la vedova del primo e susciti una discendenza che va attribuita al fratello morto. Ma Onan non accetta la tradizione e fa in modo di non mettere incinta Tamar – il che non piace a Dio. Morto anche Onan, secondo la tradizione, Tamar dovrebbe divenire sposa di Sela, fratello di Er e di Onan, terzogenito di Giuda. Ma Giuda, temendo per la morte di Sela, decide di “prendere tempo” e – con la scusa che Sela è troppo giovane – rimanda Tamar alla sua famiglia d’origine.
Più tardi Tamar si traveste da prostituta, giace con Giuda (che non la riconosce) e rimane incinta di lui. Avendo saputo che Tamar, vedova dei suoi due figli, è rimasta incinta (avendo saputo cioè che ha avuto una relazione “adulterina”) Giuda la condanna a morte, ma Tamar gli rivela e gli dimostra come sono andate le cose.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]G[/dropcap]iuda riconosce la sua responsabilità e il suo torto per non averla data in moglie a Sela, ma – pur potendo, perché è rimasto vedovo – non la prende in moglie né ha con lei altri rapporti. L’ultima cosa che sappiamo, è che Tamar ha partorito due gemelli (Gen 38, 1-30). La storia conferma, se mai ce ne fosse bisogno, il non-valore della donna (se non come madre) e l’importanza di lasciare dietro di sé una discendenza (a condizione che sia di sesso maschile).

Antonio Petrucci

* Questo contributo è la prima parte di una riflessione più ampia sulle pagine dell’Antico Testamento realizzata dal prof. Petrucci, collaboratore de “La Libertà”.

Pubblicato in Articoli, Società & Cultura

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