Paritarie, referendum flop: la vera libertà è quella di scelta

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– da “La Libertà” n. 21, del 1° giugno 2013 –

Editoriale – Un referendum che non ha scaldato gli animi dei bolognesi, a dispetto delle dispute ideologiche e delle spaccature partitiche. Così si presenta, all’indomani del voto di domenica scorsa, la consultazione sul finanziamento concesso dal Comune di Bologna alle scuole dell’infanzia a gestione privata, inserite nel sistema pubblico integrato. La posta in gioco era, circa, di un milione di euro che il Comune spende ogni anno per le paritarie in convenzione, a fronte dei 127 milioni investiti nelle materne comunali e statali. Ma nel frattempo oltre 400mila euro sono andati in fumo per la consultazione, che ha toccato un record negativo nei votanti: solo 85.934, pari al 28,71% dei 299mila aventi diritto, con una percentuale d’astensionismo mai raggiunta in precedenza nella storia della città, neppure nei referendum consultivi. Dalle urne è emersa una prevalenza di A (ovvero per togliere il finanziamento alle paritarie in convenzione) con 15mila voti di scarto: 50.517 cittadini hanno scelto A, 35.160 B.
Eppure al voto aveva invitato tanto il comitato promotore (“Articolo 33”) quanto coloro che si erano battuti affinché dalle urne uscisse un responso favorevole al mantenimento della situazione attuale. Tuttavia, l’unico dato che certamente emerge è che la presunta “battaglia per la libertà” dei promotori non era condivisa dalla popolazione.
L’amministrazione comunale “non abolirà il sistema integrato pubblico-privato delle sue scuole dell’infanzia”, ha annunciato il sindaco Virginio Merola, che si era schierato per il mantenimento del finanziamento alle paritarie. E che il sistema misto funzioni bene Reggio Emilia lo sa per esperienza, come anche l’ormai ex sindaco Graziano Delrio, da ministro della Repubblica, ha dichiarato alla stampa.
Il referendum, osserva il presidente della Fism bolognese Rossano Rossi, ha radicalizzato certe posizioni che alla gente non interessano e quindi, alla fine, solo il 16% della popolazione adulta ha scelto per la A, ovvero per togliere il finanziamento alle paritarie in convenzione.
Tralasciando la spaccatura all’interno del Pd, partito di governo a Bologna, consumatasi ben prima dell’apertura dei seggi, la domanda ora è in che misura le istituzioni terranno conto del flebile responso delle urne. La Fism invoca il “buon senso” per non lasciarsi manovrare da “un 16%”, tenendo inoltre conto che “è stata cavalcata la rabbia della scuola pubblica, che vede i fondi tagliati, ma che non c’entra nulla con il sistema integrato”. Il fronte dell’A, in modo un po’ patetico, ha festeggiato la sua amara vittoria e tenterà ancora di condizionare l’opinione pubblica facendo del flop bolognese un vessillo nazionale.
C’è semmai un’altra battaglia per la libertà da combattere, ed è quella “per la libertà di scelta”. “Non ha vinto né l’opzione A, né la B”, commenta l’economista Stefano Zamagni, promotore di un manifesto per la B (ovvero per lasciare il contributo alle paritarie): da una parte “non è stata raggiunta la soglia critica dei 100mila votanti” e se si fosse trattato di un referendum abrogativo su scala nazionale ora non avrebbe alcun effetto; dall’altra pure l’attuale convenzione, secondo la quale “il finanziamento va alle scuole paritarie e non alle famiglie”, non ha scaldato menti e cuori. Insomma, rilancia Zamagni, “se si vuole la sussidiarietà bisogna volerla fino in fondo”, dando “i finanziamenti ai soggetti di domanda, ossia alle famiglie”. La partita è complessa. Di sicuro c’è che non vanno mai persi di vista coloro sui quali viene giocata: i bambini, e le loro famiglie.

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il commento / l’approfondimento

A proposito di Scuola e di Costituzione – Epicarmo Corbino e l’articolo 33

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]O[/dropcap]ggi (26 maggio 2013 – ndr) i cittadini di Bologna sono chiamati ad esprimere il loro parere su un referendum consultivo indetto da un insieme di forze politiche e sindacali, che hanno il loro rappresentante nell’onorevole Stefano Rodotà, finalizzato, nell’intenzione dei promotori, ad ottenere l’interruzione del modesto contributo annuale che il Comune di Bologna eroga alle scuole paritarie, definite sbrigativamente “private” e che, per lunga tradizione, sono in gran parte gestite da parrocchie ed enti religiosi cattolici.

Il Comune di Bologna ha espresso la sua preoccupazione per il caso di vittoria dei promotori perché, ove l’Amministrazione fosse costretta a dar seguito alla loro iniziativa, è ben consapevole che la quasi totalità delle scuole paritarie ubicate nel territorio comunale sarebbe costretta a chiudere, con ripercussioni devastanti sia sull’occupazione che sull’offerta del servizio educativo poiché il Comune non saprebbe dove collocare i bimbi delle scuole paritarie che andrebbero ad estinguersi; questi semplicemente dovrebbero restare a casa.

Inutilmente si è cercato di dimostrare ai sostenitori dell’iniziativa referendaria che la scuola paritaria non solo svolge un servizio “pubblico” per eccellenza, perché contribuisce all’istruzione ed all’educazione dei fanciulli, ma che lo svolge ad un costo estremamente più contenuto e che la contribuzione comunale, ripeto peraltro modesta, è pertanto giustificata ed opportuna.

Ogni tentativo di spiegazione, ogni argomento per quanto ragionevole è sostanzialmente inutile anche perché l’ideologia dei promotori il referendum non ammette confronto e non procede secondo logica, tanto è vero che, mentre accusano lo Stato di essere violento ed autoritario se vuole costruire una ferrovia ad alta velocità o di andare contro gli interessi dei lavoratori se intende  modificare la normativa in materia di pensioni, contemporaneamente lo individuano come l’unico soggetto legittimato ad educare i fanciulli ed i giovani, riproponendo una concezione totalitaria e statalista dell’educazione e della scuola che si credeva ormai per sempre condannata dalla storia.

Quello che però è inaccettabile è l’errato e fuorviante richiamo all’articolo 33 della Costituzione, citato a fondamento di questa sciagurata iniziativa.

Sulla base dell’inciso “Enti e privati hanno diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato” i promotori del referendum sostengono che sarebbe costituzionalmente sancita, dal precitato articolo 33 della Costituzione italiana, l’impossibilità per lo Stato di erogare un qualsiasi finanziamento a questi istituti scolastici.

È una posizione vecchia ed ormai abbandonata da tutti i costituzionalisti seri che hanno ricostruito la reale volontà del legislatore costituente attraverso l’esame scrupoloso dei lavori preparatori che, come ogni buon giurista sa bene, costituiscono uno strumento valido e riconosciuto nel procedimento di interpretazione della legge.

Orbene dalla lettura degli atti dei lavori preparatori si evince che l’onorevole Epicarmo Corbino, appartenente al gruppo misto, propose quell’inciso precisando che: “La norma avrebbe dovuto solo escludere che lo Stato potesse ritenersi obbligato a finanziare le scuole non statali per il solo fatto della loro esistenza, non dovendosi però escludere la facoltà per lo Stato di effettuare questi interventi nei casi e nei modi ritenuti più opportuni.”

Molti dei padri costituenti, tra i quali Giovanni Gronchi, giudicarono quell’inciso pleonastico e chiesero che non fosse inserito nell’articolo, ma l’onorevole Carpino, fortemente spalleggiato dall’onorevole Tristano Codignola, difese la formulazione che poi venne approvata, ma nel difenderla, la spiegò e ribadì che l’inciso non voleva assolutamente introdurre l’impossibilità giuridica dello Stato di finanziare anche le scuole non statali.

Ora si può pensare tutto il male possibile delle scuole non statali e ritenere che un insegnante sia bravo, colto e preparato solo se viene pagato dalla tesoreria di un Ente pubblico, così come si può affermare che il diritto-dovere dei genitori di “…istruire, mantenere ed educare i figli…”   previsto dall’articolo 30 della Costituzione appartenga all’archeologia giuridica e non si applichi alla possibilità di scelta fra diversi modelli educativi, si può anche credere che suore e preti siano incapaci ed inadatti a condurre una scuola; insomma si possono dire tutte le stravaganze più assurde sul finanziamento delle scuole paritarie, ma, per negarne la validità, è meglio lasciare stare la Costituzione della Repubblica Italiana.

Emilio Ricchetti

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Pubblicato in Articoli, Società & Cultura