Se la fede fa Scuola al territorio – Intervista al Responsabile educativo della “Spallanzani” di S. Antonino

Stampa articolo Stampa articolo

– da “La Libertà” n. 21, del 1° giugno 2013 –

Mentre il referendum bolognese sui contributi pubblici alle scuole paritarie di domenica scorsa continua a far parlare di sé, proponendo – da parte dei promotori – argomentazioni negative e ideologiche (si veda in prima pagina), dalla zona ceramiche tra Reggio Emilia e Modena viene una testimonianza positiva sul valore delle “minoranze creative” anche nel campo dell’istruzione pubblica. La scuola in questione è la Vladimiro Spallanzani di Sant’Antonino di Casalgrande, primaria e secondaria di primo grado, dove sabato 1° giugno 2013 alle 21 il vescovo Massimo Camisasca incontra genitori, insegnanti, educatori e quanti vorranno partecipare per una riflessione sul tema: “Educare, perché? Perché e come educare nella situazione attuale”.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]I[/dropcap]l responsabile educativo, professor Giuliano Romoli, parla di questo Istituto come di un fiore nato in un campo senza essere stato seminato, alla stregua di tante realtà scolastiche spuntate negli ultimi 40 anni sul territorio nazionale senza aver ricevuto input né dallo Stato né da forti Congregazioni religiose, ma semplicemente dalla straripante gratitudine di famiglie e insegnanti, che intendevano in questo modo rendere partecipi le giovani generazioni della bellezza e del “senso” incontrati.
In questi casi, già sul nascere le scuole hanno dovuto fare i conti con una sorta di diffidenza dei poteri pubblici, perché fuori dai ranghi, non previste, non volute, non controllabili.

G. R.

          Romoli, è stato così anche per la “Vladimiro Spallanzani”?
La scuola è sorta nell’anno scolastico 1977-’78 per opera di un gruppo di giovanissimi insegnanti e famiglie della zona. L’area geografica di appartenenza era caratterizzata da un’ostilità pregiudiziale contro la scuola non statale, sintetizzabile nel motto “Chi vuole la scuola privata se la deve pagare”. Di conseguenza ogni provvedimento a favore delle famiglie e della qualificazione dell’attività didattica era considerato assolutamente inammissibile.

         Con queste premesse, come ha fatto la scuola a trovare il terreno su cui svilupparsi?
Mettendosi fin da subito al servizio dei bisogni educativi e socio-familiari dei bambini della zona. La zona in cui operiamo è il comprensorio delle Ceramiche esteso tra Casalgrande, Castellarano, Sassuolo e Fiorano, dove una massiccia e brutale industrializzazione negli anni ’60 ha prodotto – nel tessuto sociale – le lacerazioni che oggi purtroppo osserviamo a ogni livello: rottura del nucleo familiare originario, composizione di nuclei familiari artificiosi e innaturali, abbandono di fatto dei minori…

         Siete partiti dagli “ultimi”?
Le situazioni a cui ho accennato, come noto, provocano scompensi psicologici e cognitivi di vario genere nelle vittime di questo degrado. La nostra scuola ha sempre avvertito una vocazione speciale a favore di questi casi. Qualche amministratore locale ne approfittò per iscrivere alunni particolarmente “scomodi”.
Il lavoro con le istituzioni iniziò in questo modo: sollevando Comuni e Usl da alcune “mine vaganti”, per le quali vuoi l’una, vuoi l’altra istituzione pagava la retta.
Non è esattamente quello che si intende per “sussidiarietà”…
Direi che è il rovescio: non lo Stato sussidiario alla società, ma la società sussidiaria allo Stato; per cui se svolgi un’attività che sgrava le Istituzioni di qualche onere puoi sperare in qualche contributo, altrimenti ciccia…

         Come vi siete regolati, nei confronti di una mentalità non così aperta alle scuole pubbliche non statali?
Iniziammo una grande battaglia per il riconoscimento dei diritti degli alunni e delle famiglie che optavano per scuole non statali, a quei tempi totalmente discriminate dalle amministrazioni locali. Si trattò di una battaglia combattuta a livello mediatico, con la partecipazione a conferenze e dibattiti, e a livello politico, attraverso l’aiuto di consiglieri regionali e comunali amici e sostenuto dalla costituzione di comitati di genitori e azioni di protesta.
In parallelo ci battevamo per chiedere il superamento, o meglio, la corretta interpretazione dell’articolo 33 della Costituzione che, a detta di molti, impediva allo Stato di finanziare le scuole non statali.

         Tema d’attualità “bolognese” e non solo. Come sono andate le cose, per voi?
Si è fatta molta strada. La legge 62/2000 sulla parità riconosce il servizio pubblico svolto dalle nostre scuole, le assimila alle scuole statali, ma non prevede alcun finanziamento. L’affermarsi della presenza sul territorio della nostra scuola portò, invece, a risultati interessanti, anche se non uniformi, a livello locale.
A questo proposito fu determinante le legge regionale per il diritto allo studio n. 6/1983 che per la prima volta in Emilia Romagna designò come destinatari dei benefici pubblici “alunni delle scuole dell’infanzia e dell’obbligo statali e non statali”.

         E con le Amministrazioni locali?
I Comuni non volevano prendere atto del passo compiuto dal Consiglio regionale. La legge per il diritto allo studio, infatti, non vincolava i Comuni ad alcun regolamento; per cui quasi tutti continuarono ad applicare i benefici previsti per l’accesso e per la qualificazione del sistema scolastico solo agli alunni che frequentavano scuole statali o comunali. Faccio un esempio. Fin dall’anno scolastico 1982-83 la nostra scuola media aveva introdotto l’insegnamento dell’informatica, utilizzando i mitici Vic 20 e Commodore 64. Questo ci diede la possibilità di concorrere con progetti a bandi per l’innovazione del sistema scolastico lanciati da Provincia e Comune, ciò che la scuola statale era ancora lontana da poter proporre. Vincemmo uno di questi bandi e il Comune di Casalgrande finanziò la realizzazione di un laboratorio di informatica presso la nostra scuola, al quale potevano accedere anche alunni della scuola media statale. Si costituì anche una commissione comunale per l’applicazione della legge per il diritto allo studio, alla quale partecipavamo, che per alcuni anni estese i benefici per mensa, trasporto e sostegno all’handicap anche agli alunni della nostra scuola.

         Successo su tutta la linea, allora…
Non proprio. Nel 1989 la giunta del Comune di Casalgrande abrogò improvvisamente con atto unilaterale l’accordo e da quel giorno la situazione non è più cambiata.
Meglio è andata con il Comune di Sassuolo, dove la battaglia per il diritto allo studio durò fino agli anni ’90, quando le pressioni fatte da gruppi di genitori delle scuole non statali, soprattutto materne, e l’elezione di alcuni amministratori “illuminati” portarono prima al riconoscimento del lavoro fatto con gli alunni disabili, poi alla stipula di una convenzione, che è stata rinnovata a tutt’oggi, e che riconosce parità di diritti quanto a mensa, trasporto e assistenza all’handicap per gli alunni di scuole statali, comunali e paritarie.

         Qual è il suo bilancio, circa il radicamento territoriale della scuola?
In tutti questi anni, sollecitata dai bisogni di tanti bambini e di molte famiglie, la nostra scuola ha elaborato un metodo di personalizzazione della didattica in grado di valorizzare le capacità di tutti gli alunni, anche di quelli più in difficoltà; ciò ha attirato le attenzioni dei presìdi socio-sanitari del territorio. Ci troviamo ogni anno di fronte a tante domande di alunni e genitori in difficoltà per problemi di carattere cognitivo e/o psicologico. Spesso sono i servizi sociali e le Asl della zona ad orientare i genitori verso la “Vladimiro Spallanzani”, considerata ormai ad un livello di eccellenza nell’affrontare i casi più problematici. È bene precisare che la nostra scuola persegue un alto livello qualitativo a favore di tutti gli alunni, anche di quelli senza particolari problemi, che costituiscono comunque il grosso degli alunni iscritti. Naturalmente non possiamo soddisfare le esigenze di tutti e siamo costretti nostro malgrado a dire anche tanti “no”. Gli enti locali del nostro territorio, però, non possono più ignorare la presenza di una scuola che opera ad un livello qualitativo di eccellenza e per motivi di spazio non riesce ad accogliere tutte le richieste dei genitori.

         La ricetta di questa non facile affermazione?
Qualità, innovazione, attenzione alla persona dell’alunno, disponibilità al lavoro comune con le istituzioni e, forse, la fede testarda di tanti di noi.

Edoardo Tincani

Pubblicato in Articoli, Società & Cultura