Dalla Beatificazione di don Puglisi, una scossa all’antimafia – Martire della fede

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– da “La Libertà” n. 20, del 25 maggio 2013 –

Una pietra miliare viene posata nella storia civile e religiosa del nostro Paese in questo sabato 25 maggio, al Foro Italico Umberto I di Palermo: la Beatificazione del Servo di Dio don Giuseppe Puglisi, il sacerdote diocesano ammazzato dalla mafia il 15 settembre 1993, è davvero un evento “cattolico”, capace cioè di parlare a tutta l’umanità, anche a chi non è credente, o non più.
Don Puglisi è stato riconosciuto martire in odium fidei, come il laico Odoardo Focherini, che sarà beatificato a Carpi il prossimo 15 giugno, e come il nostro seminarista Rolando Rivi, che proprio sabato viene ricordato a San Valentino di Castellarano, nella Messa presieduta alle 18 dal vescovo Massimo Camisasca. La santità, però, non è un cimelio. Nella salita all’onore degli altari di questi martiri riluce la santità nascosta di tanti cristiani ignoti, perseguitati per la fede anche oggi in tante parti del mondo, o portatori silenziosi e disinteressati di croci pesanti, feriali, lontano dai riflettori dei mass media.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]I[/dropcap]n ogni caso, il riconoscimento del martirio e la Beatificazione di “3P” (padre Pino Puglisi), come lo chiamavano i suoi ragazzi, suggella un passaggio epocale, un avvertimento di intensità pari se non superiore al grido che Papa Wojtyla lanciò pubblicamente vent’anni fa (era il 9 maggio 1993, nella Valle dei Templi di Agrigento): mafia e Chiesa sono inconciliabili, al di là dell’immagine distorta che gli arredi sacri dei bunker dei latitanti o le processioni “spartite” dai clan possono far trasparire dalla cronaca. La mafia, semmai, è un’altra religione, una fede atea che il cristiano è chiamato a rinnegare, come testimonia il postulatore della causa di Beatificazione.
Don Pino fu ammazzato in odium fidei perché con il suo agire quotidiano prosciugava dal di dentro la sicumera dei mafiosi, radunava i bambini per giochi sportivi e gare pacifiche, avvicinava le persone corrotte con la Parola di Dio, suscitando conversioni. Quello che dava fastidio è che predicasse Cristo 24 ore al giorno, senza protagonismi anzi da semplice sacerdote di Dio, annunciatore del Vangelo e dell’umanità nuova tra le strade e al centro sociale “Padre Nostro”. pino_puglisi

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]I[/dropcap]l suo sorriso disarmato rappresenta un bastione evangelico, oggi ancora più efficace, contro i deliri di onnipotenza di “cosa nostra” e delle altre mafie; la sua mitezza è un forte antidoto all’arroganza di chi crede di poter intimidire lo Stato, la Chiesa e ogni altra organizzazione “concorrente”.
Ma c’è un rischio, che vale al Nord come al Sud, anche per i cristiani del nostro tempo. Quello di ridurre la lotta alla mafia alla banale contrapposizione tra eroi e mostri, ad un gioco delle parti che, se da un lato rende “giustizia” alle vittime, dall’altro può servire a scaricarci presto la coscienza. Insomma, a rimuovere il problema “mafie” dalle nostre latitudini o dalla quotidianità.
Non sono mafia o camorra o ’ndrangheta solo le uccisioni a tradimento, le faide senza fine, gli affari sporchi di sangue: lo sono anche le tiepidezze o le ambiguità che rasentano l’indifferenza, l’egoismo che mette al bando il bene comune, le piccole grandi connivenze con i sistemi di peccato. La Beatificazione di don Puglisi ci insegna anzitutto onestà con noi stessi e coerenza con i nostri ideali. Contro le “mafie”, striscianti o palesi, servono occhi aperti, testa alta, schiena dritta.

Edoardo Tincani

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